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Tassa Patrimoniale
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Ci sono alcuni temi, addirittura alcune parole, che in questo Paese, per il pensiero unico mainstream, sembra non si possano neanche pronunciare. Una è la parola tassa patrimoniale. E’ bastato che alcuni parlamentari, in testa Fratoianni e Orfini, presentassero un emendamento alla legge di bilancio su un’ipotesi di tassa patrimoniale, che peraltro si potrebbe discutere dal punto di vista tecnico e politico, per far venire giù l’ira di Dio.
Lasciamo stare le destre, per cui ogni imposizione fiscale è una bestemmia, ma qui non c’è da stupirsi, visto il blocco di interessi che rappresenta. Anche Renzi occhieggia a quel mondo, o perlomeno – diciamo così – è decisamente sensibile alle sirene confindustriali. Ma sentire Di Maio affermare che così si danneggia la classe media – esempio fulgido di ignoranza o di tentativo di intorbidire le acque – e il PD, che dice che loro non c’entrano niente con quest’estemporanea iniziativa, lascia un po’ interdetti. Comunque, almeno in questa fase, l’obbiettivo di bloccare il tutto non è riuscito, visto che dapprima la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati aveva dichiarato l’emendamento inammissibile con una motivazione incredibile, “per carenza o inidoneità della compensazione”, ossia sostenendo che esso avrebbe prodotto una scopertura finanziaria, per poi doverlo riammettere.

Mi sono chiesto da dove deriva quest’accanimento pregiudiziale contrario anche solo a voler discutere dell’imposizione patrimoniale. Una prima risposta è che non si vuole neanche minimamente togliere il velo alle spaventose e crescenti disuguaglianze esistenti nel Paese. S
Sempre per stare alla ricchezza, che riguarda il patrimonio immobiliare e finanziario degli individui e non va confuso con il reddito degli stessi, al 1° semestre del 2019 essa ammontava a ben 9.279 miliardi di €.  Secondo i dati della Ong Oxfam, Il 20% più ricco degli italiani deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, il successivo 20% era titolare del 16,9% del patrimonio nazionale, mentre il 60% più povero possedeva appena il 13,3% della ricchezza del paese. Il 10% più ricco della popolazione italiana (in termini patrimoniali) possiede oggi oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione.
Guardando il vertice della piramide della ricchezza, il risultato è ancora più sconfortante: il patrimonio del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero.
E non è tutto: tra gli inizi dei primi anni 2000 e il primo semestre del 2019, le quote di ricchezza nazionale netta detenute dal 10% più ricco degli italiani e dalla metà più povera della popolazione hanno mostrato un andamento divergente. La quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco è cresciuta del 7,6%, mentre la quota della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, riducendosi complessivamente negli ultimi 20 anni del 36,6 per cento. Ancora: nel 1995, nel nostro Paese, il 10% più ricco della popolazione concentrava nelle proprie mani circa la metà della ricchezza netta, mentre nel 2016 questa quota ha superato il 60 %.

La seconda ragione di quest’occultamento risiede nel fatto che il PD, peraltro in compagnia della gran parte dell’esperienza socialdemocratica europea, di fronte alla crisi del Welfare State, si è lasciato ammaliare ed egemonizzare dal pensiero neoliberista degli ultimi decenni, provando al massimo a temperarne i suoi eccessi più estremi. Che, in tema di tassazione, ha predicato con successo che il livello della tassazione era troppo alto, che ciò ingenerava inefficienze nel sistema economico, e che lasciare ai ricchi risorse importanti avrebbe comportato un suo ‘gocciolamento’ ( il famoso trickle-down) verso la popolazione più povera, per cui i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti avrebbero favorito l’intera società, comprese la classe media e le fasce di popolazione meno abbiente.

In realtà, per fortuna, in altri Paesi, si discute, eccome, dell’imposta patrimoniale. Il governo spagnolo, seppure con una modalità discutibile,  l’ha introdotta nella recente legge di bilancio, fissando un prelievo dell’1% sui patrimoni superiori a 10 milioni di €.
Persino negli Stati Uniti, si ragiona sulla proposta di Sanders. Essa è una proposta radicale: far pagare l’1% a chi possiede più di 32 milioni di dollari di patrimonio, con un’aliquota crescente fino all’8% per chi possiede più di 10 miliardi di dollari. Secondo le stime tratte dal sito di Sanders, la misura consentirebbe di accumulare oltre 4.000 miliardi di dollari in 10 anni, riducendo in modo sostanziale la concentrazione della ricchezza negli Stati Uniti.
Per stare all’Italia, un semplice e grezzo calcolo matematico ci dice che, applicando un prelievo con un’aliquota dell’1% sul 5% più ricco della popolazione ( altro che ceti medi!), si potrebbe arrivare ad un gettito molto consistente, superiore ai 30 miliardi di €. Un bel contributo per ridurre le disuguaglianze, ottenere risorse senza indebitarsi per finanziare un Piano straordinario per il lavoro, trainato da investimenti pubblici, provare a costruire una traiettoria positiva per uscire dalla crisi sanitaria ed economica che ci affligge, uscire dai politicismi e dagli interessi di bottega che sembrano essere la natura più profonda del dibattito politico in corso.
Ma forse è chiedere troppo: ci basterebbe, più modestamente, sviluppare una discussione trasparente, impegnata e capace di stare al merito delle questioni, senza demonizzazioni o silenzi imbarazzati.

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