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La paura e la (falsa) coscienza della Sinistra: anatomia di un tracollo

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A giudicare dall’analisi post voto fatta dal Pd e da molti commentatori (alcuni non sospetti di simpatie del partito di Renzi), sembra che la vittoria delle cosiddette forze populiste e xenofobe sia il risultato di un’invasione aliena. Oppure, il frutto dell’imbecillimento di un popolo bue che si è lasciato infinocchiare dalle fake news. Nessuna autocritica da parte di chi ha governato e ha perso la tornata elettorale. Ma neppure da parte di quella sinistra di testimonianza divenuta più borghese e snob persino della componente renziana del Pd.
Prendiamo il fenomeno migratorio su cui molto si è giocato e che molto ha inciso sull’esito elettorale. Proprio su questo fenomeno il Pd, in tutte le sue ramificazioni, non ha saputo proporre un punto di vista, non dico di sinistra (che sarebbe troppo), non dico progressista (anche qui si rischia di esagerare), ma nemmeno liberal-democratico per governare il fenomeno mettendo al centro i diritti delle persone. Si è osannato Minniti per aver fatto un accordo con una banda armata di criminali libici ai quali abbiamo affidato (dietro lauto compenso) il lavoro sporco di controllare i porti da cui salpavano i barconi, disinteressandosi completamente di quanto poi accade nei lager (perché tali sono) in Libia dove gli stupri, le torture e sicuramente anche le uccisioni sono all’ordine del giorno. Ma come si dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ci si è bellamente voltati dall’altra parte gongolandoci nei complimenti dei partners europei che così hanno visto ridursi un po’ la pressione migratoria. Ma anche a quelli che sono riusciti a sbarcare sulle nostre coste, tutto ciò che si è saputo offrire loro sono stati due anni di reclusione (perché tanto durano in media le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiato) nei centri di accoglienza a scontare una pena che nessun giudice ha stabilito. Un obbrobrio giuridico in piena regola. E quando qualcuno riesce ad uscire da lì, oppure da lì riesce a non passare dandosi alla macchia prima, tutto ciò che li aspetta è vivere di elemosina davanti ai negozi delle città (Ferrara compresa) o in alternativa accettare una condizione da semi schiavi nelle campagne del sud in condizioni inumane. Per non parlare di quelli che finiscono nelle braccia della criminalità organizzata come manovalanza per lo spaccio. Pochi sono quelli che trovano una vera occupazione, nessuno tra quelli senza permesso di soggiorno. A chi fa comodo questo esercito di manodopera di riserva? Sicuramente alla criminalità organizzata. Sicuramente ad alcuni settori tecnologicamente arretrati della nostra economia (agricoltura ed edilizia) e spesso tra i due settori (economia e criminalità) c’è una saldatura in cui la linea di confine tra proprietari terrieri, caporali e criminalità organizzata, praticamente non esiste, come l’assassinio del sindacalista Soumayla Sacko, il 29enne del Mali, in Calabria ancora una volta sta dimostrando. Su questo gravissimo episodio che avrebbe dovuto rimandare le coscienze alla storia di questo paese quando i sindacalisti dei braccianti venivano assassinati dalla mafia, si sarebbe dovuto levare un coro assordante di condanna. Invece, nulla o quasi. E quindi, di cosa meravigliarsi se i Salvini (che non è nemmeno il peggiore, nel senso che declinato su un sedicesimo su scala locale poi si arriva ad un Naomo, esponente ferrarese della Lega) poi vincono le elezioni? Ma non è tutto, perché questo esercito di manodopera di riserva serve ad abbassare pericolosamente il livello dei diritti dei lavoratori in generale in una guerra tra poveri senza tregua ed è ciò che non ha capito la sinistra o non ha voluto ammettere esplicitamente perché confliggeva con la falsa morale dell’accoglienza. Ed è qui che la xenofobia fa presa sui sentimenti di paura e di esclusione dalla possibilità di avere una vita ed un lavoro dignitosi. E dunque, come non pensare che questi flussi migratori siano, in fin dei conti, funzionali a questo sistema di produzione capitalistico onnivoro che ha continuamente bisogno di forze fresche, giovani, vigorose, ma soprattutto a basso costo e a bassi diritti perché facilmente ricattabili? Perché non pensare che questi flussi siano il prodotto di una lotta di classe del capitale che vuole assestare il colpo di grazia definitivo ai diritti dei lavoratori in quei paesi dove più questi diritti sono avanzati? Forze fresche funzionali soprattutto in un’economia come la nostra a basso tasso di innovazione tecnologica dove i picchi di produttività sono dati soprattutto dal fattore umano.
La sinistra tutta, dal Pd in giù, non ha saputo riappropriarsi di un concetto cardine che storicamente le è stato proprio: la difesa della dignità umana. Un concetto che unisce i lavoratori e le persone di tutti i colori e potrebbe essere un cardine programmatico per il rilancio di un pensiero di sinistra. Dove sta la difesa della dignità delle persone quando le si costringe a chiedere l’elemosina? Dove sta la difesa della loro dignità quando le si costringe a vivere in condizioni inumane? Li abbiamo salvati dal mare, e poi? Li abbiamo abbandonati a se stessi. Nessun progetto di inserimento serio. Nessun percorso di alfabetizzazione obbligatorio, che non vuol dire solo alfabetizzazione alla lingua italiana, ma anche ai nostri usi costumi norme e alla nostra Costituzione. Molte di queste persone vengono da paesi in cui non sanno nemmeno cosa sia una Costituzione, né tanto meno sanno quanto ci è costato conquistare la nostra (per la verità sono in buona compagnia con molti nostri connazionali italiani doc). Questo sì che è un problema serio per la “tenuta democratica del nostro paese”, per usare le parole dell’ex ministro Minniti.
La risposta al fenomeno migratorio non può essere principalmente di tipo sicuritario, anche se la pena per chi delinque e la persecuzione dei reati devono essere certi, immediati e senza sconti. Ma non è con questi strumenti che si fa integrazione e si combattono le sacche di marginalità che sfociano nella delinquenza. Resto convinto che lo strumento principale sia il presidio del territorio attraverso la cultura, portando le iniziative culturali in tutti i quartieri e le frazioni, soprattutto in quelli più problematici, aprendo una biblioteca per ogni quartiere che diventi centro di aggregazione per i cittadini di tutte le età e polo culturale a tutti gli effetti in cui discutere e confrontarsi sui temi scottanti della nostra epoca in una sorta di moderna agorà della polis greca. Si tratta, insomma, di immaginare pensare costruire città policentriche e non centro-centriche dove tutte le iniziative culturali e di intrattenimento si tengono nei salotti buoni dei centri storici.
La nostra falsa coscienza intrisa da una cultura cattolica ipocrita che apre le porte a tutti, gonfia il nostro narcisismo di italiani brava gggente, ma nasconde le brutture sotto il tappeto. Tanto la nostra accoglienza ha funzionato, si dice. E ci si continua a raccontare questa favola anche ora a tre mesi dalle elezioni che hanno, invece, dimostrato che gli italiani alle favole non credono più. Dimostrazione che la lezione non è servita a chi ha perso le elezioni. Ha un bel daffare Papa Francesco a spazzare via l’ipocrisia dei cattolici, dei molti sepolcri imbiancati che si aggirano anche nelle istituzioni. Credo sia consapevole di quanta fatica e forza ci voglia per un’opera simile se ogni domenica, al termine dell’Angelus, invoca per sé la preghiera dei fedeli.
Vogliamo parlare, poi, dei giovani che prima di trovare un lavoro stabile devono passare per le forche caudine degli stage, dei tirocini, dell’apprendistato, del contratto a termine e poi, forse, della stabilizzazione? Contratti capestro, senza diritti o con pochi diritti, sottopagati per fare un lavoro pieno e vero a tutti gli effetti, come se questi nostri giovani debbano dimostrare costantemente al mondo il proprio valore prima di raggiungere un meritato posto al sole. Sappiamo tutti che questi contratti sono stati pensati per spremere dalla forza giovane risorse a basso costo, quaranta ore settimanali a 450 euro al mese in tirocinio. E allora ha fatto bene Di Maio, come primo atto, ad incontrare i riders in sciopero per le loro precarie condizioni di lavoro, senza tutela e a cottimo. Si dice che in politica i simboli contano e il gesto di Di Maio è un simbolo che pesa. Vedremo se avrà continuità o se sarà stata solo la propaggine di una campagna elettorale che stenta a chiudersi. Resta il fatto che nessun esponente del Pd ha sentito l’esigenza di fare altrettanto, né prima quando erano al governo e c’è stata una sentenza del tribunale di Torino che non ha riconosciuto loro la tipologia di lavoro dipendente, né dopo. Del resto sono impegnati in una lotta intestina che prosciuga le forze. Avanti così con il metodo Tafazzi!

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