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scajola-greganti
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In questi giorni stiamo assistendo alla replica di un brutto film: nuovi scandali e nuovi arresti per corruzione. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi dice: “La politica se ne stia zitta e lasci lavorare la Magistratura!” Parole condivisibili a metà. Va bene il rispetto dell’autonomia della Magistratura a fronte del disprezzo e dileggio che la destra berlusconiana ha sempre riservato ad uno dei poteri fondamentali dello Stato di diritto. Va male se il silenzio della politica si estende a ciò che è suo dovere fare: combattere la corruzione come una delle emergenze storiche e strutturali del nostro Paese. Non è sufficiente dare vita all’ennesima Authority, o creare una task force solo dopo la scoperta della cupola milanese. La verità è che su questo fronte non registro, finora, novità da parte del governo del fare: restano in vita le sciagurate leggi ad personam; permane irrisolto il conflitto di interessi; continua da parte dei corrotti e corruttori l’uso della prescrizione per evitare le sentenze.
Vorrei, però, approfittare della dichiarazione del Presidente del Consiglio per fare chiarezza su una questione su cui viene alimentata una voluta confusione: la distinzione tra il legale-penale e il politico-morale. In Italia, da Tangentopoli in poi, la Magistratura ha fatto la sua parte. E’ la politica che non ha fatto il suo dovere. Il processo penale si muove in un ambito preciso e ristretto: è volto non a risolvere problemi sociali, ma ad accertare fatti specifici e responsabilità individuali. Spetta alla politica rendersi conto che la corruzione in Italia è da decenni corruzione sistemica, ciò che rende il nostro Paese del tutto anomalo rispetto alla corruzione fisiologica presente nelle altre democrazie occidentali.
Chi aveva investito “Mani pulite” di un’aspettativa palingenetica non aveva, evidentemente, nozione della distinzione di funzioni tra Magistratura e politica in uno Stato di diritto. Concetto, invece, presente nel rapporto dell’organismo creato dal Consiglio d’Europa per vigilare sul rispetto delle norme anti-corruzione da parte degli Stati membri, ove si afferma che: “…la necessità di elaborare una politica di prevenzione effettiva nel settore della corruzione richiede una strategia a lungo termine e un forte impegno politico, perché la lotta alla corruzione deve divenire un fatto di cultura diffusa e non solo di norme di legge.”
Ecco ciò che non ha mai fatto la politica, sia prima che dopo Tangentopoli! Solo due grandi leader politici lanciarono l’allarme agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso sulla questione morale: Enrico Berlinguer e Ugo La Malfa. E solo un sindaco, Diego Novelli, anticipò la Magistratura nel denunciare la presenza di corrotti nella sua giunta di Torino. Ma costoro furono isolati all’interno dei loro stessi partiti. Ciò è potuto accadere perché è sempre stata una favola la contrapposizione tra una società politica corrotta e una società civile sana e onesta. In verità è una minoranza la parte che chiede di assumere la lotta alla corruzione come una priorità dell’agenda politica.
Mi dispiace polemizzare con l’onesto sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ma fa un’analisi sbagliata quando dice che la legalità in Italia è un valore per molti contrastato solo da pochi. Basterebbe chiedersi: se da oggi si praticasse un’intransigente lotta contro la corruzione, l’evasione fiscale e la pratica del lavoro nero reggerebbe il sistema-Paese? Domanda drammatica, perché ci mette di fronte al disastro causato da decenni di governi incapaci o peggio. E il dato più preoccupante è proprio un’opinione pubblica divisa tra esasperati, rassegnati e indifferenti. Basti il confronto fra due comportamenti opposti tenuti da leader politici, espressione di due opinioni pubbliche diverse: Ehud Olmert e Silvio Berlusconi. Ehud Olmert, già sindaco di Gerusalemme, fu primo ministro dello Stato di Israele dal 4 maggio 2006 al 23 gennaio 2009. Quando divenne oggetto di indagine per ipotesi di corruzione, si dimise con questa motivazione: “Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro deve essere giudicato come gli altri”.
In Italia questa forma etica di responsabilità politica che si concreta nelle dimissioni, prima e a prescindere dalla condanna in sede penale, resta sconosciuta al nostro costume civile e politico. Da noi ha vinto un garantismo peloso che non ha niente a che vedere con la salvaguardia dei diritti della persona, ma solo con la tutela dell’impunità del potente. Di più. Per Silvio Berlusconi neanche una condanna definitiva è sufficiente per escluderlo come leader politico dalla vita pubblica. Che fare? E’ impressionante come un osservatore straniero, lo scrittore tedesco Peter Schneider, fin dall’inizio dello scoppio di Tangentopoli avesse visto con lucidità la soluzione: “Non possiamo illuderci sulle possibilità di rigenerare l’Italia per la sola iniziativa della magistratura. L’idea di fare a meno della politica, dei partiti, è un errore. Un fondamentalismo che non può portare che alla distruzione della società. Contro il radicalismo dell’antipolitica bisognerà battersi, fin d’ora, in nome di un rinnovato contratto sociale e morale”. (Micromega n.4, 1993). Dopo vent’anni siamo ancora in tempo? O si preparano futuri da incubo tra incapaci, corrotti e fanatici?

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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