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Badke: attraverso la danza una finestra sulla Palestina contemporanea

LA RECENSIONE
Badke: attraverso la danza una finestra sulla Palestina contemporanea

Badke Photo by Danny Willems
Tempo di lettura: 3 minuti

Grida nell’oscurità, la silhouette di una schiera che batte il ritmo con i piedi sulle tavole del palcoscenico. Poi le luci si alzano e capiamo che quella che sembrava la preparazione a un combattimento non è altro che la preparazione per una danza.
È l’inizio di “Badke” – a Ferrara in prima nazionale e in esclusiva per l’Italia – la prima coreografia di “Focus Mediterraneo”, il ciclo di approfondimento della Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara all’interno della rassegna di Danza Contemporanea. Un’ora di pura energia, di danza gioiosa e irrefrenabile, tanto più vitale in quanto costantemente minacciata da un indefinito e indefinibile senso di urgenza e precarietà.

“Badke” è una rielaborazione di Dabke, danza popolare palestinese che accompagna i matrimoni e le celebrazioni festive, ma anche danza espressione dell’identità nazionale che racconta di un popolo in guerra, intrappolato. Da qui i dieci performer palestinesi, con i coreografi Koen Augustijnen e Rosalba Torres Guerrero e la scrittura drammaturgica di Hildegard De Vuyst della compagnia belga Les Ballets C de la B diretta da Alain Platel, sono partiti per un progetto di ibridazione e contaminazione, inserendo varie altre forme di espressione, dall’hip hop, al modern, al balletto classico fino alle arti circensi. “Badke” è diventato così il manifesto del desiderio dei Palestinesi di appartenere a qualche luogo, ma allo stesso tempo di essere parte del mondo contemporaneo, oltre i ristretti confini della propria terra.
Mano a mano alcuni interpreti escono dalla catena della danza tradizionale, si staccano dal gruppo, eseguono assoli o duetti, acrobazie e combattimenti di capoeira, e poi si ritorna al dabke, al gruppo che esegue i passi tradizionali. Ecco la decostruzione e ricomposizione del dabke sotto i nostri occhi, ognuno afferma la propria identità, la propria appartenenza alla contemporaneità, ma sempre rimanendo fedeli alle proprie radici, tra autodeterminazione e senso di comunità.
“Badke” è anche metafora della situazione del popolo palestinese. Questa vorticosa e vulcanica gioia di vivere è intrappolata dalla ripetizione della musica: 15 minuti di ‘mijwiz’ di Naser Al-Faris, uno dei più famosi e popolari interpreti del badke per matrimoni, originario della West Bank, ripetuti e stirati da Sam Serruys per arrivare ai 50 minuti della performance. I ballerini vivono un’eterna festa che diventa una gabbia da cui non possono uscire: metafora di una condizione esistenziale da cui, per ora, non c’è scampo.
E quest’energia vitale diventa ancora più intensa, più urgente, perché è una strategia per dimenticare, e nella migliore delle ipotesi superare, le difficoltà e la violenza della vita quotidiana, che di tanto in tanto vediamo apparire all’improvviso in alcuni soli, nelle interazioni fra ballerini, oppure materializzarsi nell’interruzione improvvisa della coreografia: la luce se ne va, la musica si interrompe, ma dopo qualche momento iniziale di tensione e smarrimento sono gli stessi interpreti a cantare e darsi il ritmo battendo su ciò che hanno a disposizione, non importa se è il distributore dell’acqua su fondo del palco.
Il messaggio che i ballerini ci lasciano è: “Non ci faremo abbattere. Balleremo fino allo sfinimento”. E tornano alla mente le parole di Pina Bausch: “Balliamo, balliamo, altrimenti siamo perduti!”.

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