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“I sudditi sono coloro che si lamentano senza fare nulla, i cittadini lavorano per far andar meglio le cose”: questa è l’interpretazione che Gherardo Colombo ha dato del primo articolo della nostra Costituzione nella serata di dibattito con Tiziano Tagliani e Daniele Lugli Il rispetto della legalità come responsabilità diffusa. “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, secondo l’ex pm milanese questo significa che il nostro Paese può essere veramente una democrazia e una repubblica “se tutti i cittadini lavorano” perché lo sia. Ecco qual è il nesso fra legalità e responsabilità, entrambe parole di per sé astratte, perfino ambigue, se non sostenute da un principio etico: Colombo fa l’esempio delle leggi razziali o della responsabilità di un soldato di fronte agli ordini di un superiore, momenti in cui molti si sono posti o avrebbero dovuto porsi il problema del significato vero e sostanziale di queste due parole. Ma qual è dunque questo principio che sostanzia la forma della legalità e della responsabilità? Di nuovo arriva in soccorso la nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). È bene sottolineare che la responsabilità, appunto, non è dello Stato, ma della Repubblica, cioè di nuovo dell’insieme dei cittadini. Dunque non solo legalità e responsabilità, ma anche solidarietà.
Ha ragione perciò Colombo quando dice di non essere d’accordo con il detto che “il pesce comincia a puzzare dalla testa”: il problema della credibilità delle nostre istituzioni e del rapporto che queste hanno con noi cittadini deriva in parte anche da come e a chi noi diamo il nostro consenso. Essere cittadino responsabile significa libero nelle proprie scelte anche perché consapevole delle conseguenze che queste avranno. Ed ecco l’ultimo, non certo per importanza, termine dell’equazione: la libertà.
Per riunirli tutti questi termini, legalità, responsabilità, solidarietà, libertà, è necessario uscire finalmente dalla visione miope dell’esclusivo interesse individuale e rendersi conto che questo è solo una parte di un interesse collettivo, che proprio in quanto comune è anche di ciascuno. Qui però le istituzioni devono fare un passo in più: devono sempre porsi al servizio di questo bene comune.
Quello che serve è dunque un cambiamento culturale perché si arrivi finalmente a stigmatizzare socialmente i comportamenti contrari al nostro bene comune. Tale cambiamento non può arrivare dall’alto con leggi e riforme, la soluzione è investire nell’educazione e nella formazione di competenze sempre nella consapevolezza che si tratta di un lavoro molto duro e molto lungo, come tutte le cose che vale la pena fare.

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