15 Novembre 2014

LA RICORRENZA
Arte, percorsi tematici e App per non dimenticare la lunga notte del ’43

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 5 minuti

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“E i segni dei proiettili, lievi, sì, ma però chiaramente visibili, che nonostante un recente restauro si vedono ancor oggi butterare qua e là l’antica spalletta contro la quale furono allineati i condannati a morte? L’epoca dei massacri, di quelli veri, è ormai così lontana, che non c’è da meravigliarsi se un occhio distratto, sfiorando appena questi segni, ne riconosca tanto poco la natura da attribuirli facilmente all’esclusiva opera del tempo, […]”

Il 15 novembre del 1943 non è una data importante solo per la memoria ferrarese, è un passaggio fondamentale per la storia nazionale: storici del calibro di Claudio Pavone ritengono che la strage del Castello Estense sia il primo eccidio di guerra civile in Italia. Sono passati appena due mesi dall’armistizio dell’8 settembre e a Verona si sta tenendo il primo Congresso della Repubblica Sociale Italiana: proprio qui viene data la notizia che Igino Ghisellini, il federale di Ferrara, è stato assassinato nei pressi di Bologna. Immediatamente dall’assemblea si levano le grida di vendetta: “A Ferrara! Tutti a Ferrara!”. Le squadre da Verona arrivano in città verso le 20.
“Chi potrà mai dimenticare le lentissime ore di quella notte? Fu una veglia interminabile per tutti; con gli occhi che bruciavano fissi a scrutare attraverso le fessure delle persiane le vie immerse nel buoi dell’oscuramento; col cuore che sobbalzava ogni minuto al crepitio delle mitragliatrici, o al passaggio repentino, anche più fragoroso, dei camion di uomini armati”.
Nella notte vengono prelevate dalle loro case e portate alla Caserma della milizia, in piazza Beretta, 72 persone: antifascisti, molti ebrei, alcuni cittadini considerati traditori per non essersi iscritti alla Repubblica Sociale, oppositori del regime in genere. Fra loro e i 34 antifascisti, ebrei, oppositori del regime che erano già nelle carceri di via Piangipane dal 7 ottobre si selezionano i dieci cittadini da passare per le armi per punire la morte del Federale Ghisellini. All’alba del 15 novembre davanti a Castello Estense vengono fucilati Emilio Arlotti, Pasquale Colagrande, Mario e Vittore Hanau, Giulio Piazzi, Ugo Teglio, Alberto Vita Finzi, Mario Zanatta; sulle mura presso i Rampari di San Giorgio Gerolamo Savonuzzi e Arturo Torboli; infine il giovane ferroviere Cinzio Belletti, che tornando dal lavoro ha assistito alla strage, viene inseguito per non essersi fermato all’alt e assassinato in via Boldini. I cadaveri verranno lasciati davanti al muretto del Castello per tutta la mattina, come monito per i ferraresi. Solo l’Arcivescovo Ruggero Bovelli, con un duro intervento presso le autorità fasciste, riuscirà a far spostare i corpi.
“Erano undici: riversi, in tre mucchi lungo la spalletta della Fossa del Castello, lungo il tratto di marciapiede esattamente opposto al caffè della Borsa e alla farmacia Barilari: e per contarli e identificarli, da parte dei primi che avevano osato accostarsi (di lontano, non parevano nemmeno corpi umani: stracci, bensì, poveri stracci o fagotti, buttati là, al sole, nella neve fradicia), era stato necessario rivoltare sulla schiena coloro che giacevano bocconi, nonché separare l’uno dall’altro quelli che, caduti abbracciandosi, facevano tuttora uno stretto viluppo di membra irrigidite”.

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Sagome e biografie delle 11 vittime della strage

Da giovedì davanti alla “antica spalletta” del fossato, sul marciapiede davanti alle lapidi, ci sono le sagome e le biografie di quelle 11 persone, non solo vittime, per impedire che i segni dei proiettili possano essere equivocati. Inoltre quelle lapidi, insieme ad altri luoghi della memoria in città, sono diventate una delle tappe del percorso urbano “ResistenzamAPPe – Guerra e Resistenza in Emilia-Romagna settant’anni dopo”, applicazioni informatiche multimediali scaricabili su differenti supporti (smartphone, tablet, pc), contenenti 29 percorsi dei nove capoluoghi di provincia regionali sui temi della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. La responsabilità della trasmissione della memoria di quelle vite e di quegli eventi torna a essere di ogni ferrarese, perché non accada nuovamente ciò che è avvenuto all’indomani del 15 novembre: “la voce che subito circolò – una diceria messa in giro ad arte, era chiaro -, secondo la quale nessuno di Ferrara aveva partecipato al massacro, nessuno di Ferrara si era macchiato di quel sangue, […] Ebbene nessuno che non fosse di Ferrara, e molto pratico, per giunta, della città, avrebbe potuto rintracciare a colpo sicuro il Consigliere Nazionale Abbove non già nel suo palazzo di corso Giovecca, ma nello studio-garçonière […] E i due Cases, padre e figlio […] chi altri, se non qualcuno che ne conoscesse perfettamente il rifugio – qualcuno di Ferrara, dunque! – sarebbe stato in grado di indirizzare proprio lassù, in cima a quel polveroso labirinto di scale semicrollanti, i cinque scherani mandati a prelevarli?”.

Tutti i virgolettati sono estratti da “Una notte del ’43” di Giorgio Bassani

Foto di Federica Pezzoli



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