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Sant’Antonio dal busghìn

LA RICORRENZA
Sant’Antonio dal busghìn

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Tempo di lettura: 3 minuti

di Maurizio Andreotti

Il 17 gennaio ricorre la sua festa e nei sagrati di molte chiese è l’occasione per benedire gli animali domestici, di cui il santo è patrono. A Ferrara, fino a qualche anno fa, si faceva in quella di Sant’Antonio Abate di via Saraceno, oggi chiusa.
Secondo la sua biografia, Antonio, è vissuto nel III secolo dopo Cristo in Egitto. Nato da una famiglia benestante, dopo la morte dei genitori decise di vendere i suoi beni e di dedicarsi alla vita ascetica.
 Temprò la propria fede con una lunga permanenza nel deserto, dove riuscì pure a superare numerose prove alle quali lo sottoponeva il diavolo.
Morì ultracentenario proprio il 17 gennaio del 356 e ben presto la sua popolarità si diffuse in tutto il mondo cristiano.
La sua consacrazione come protettore degli animali domestici nasce da una leggenda che narra la guarigione da parte del santo di un maialino malato, che lo seguirà fedelmente per tutta la vita.
Nel XI secolo le reliquie del santo arrivarono in Francia, dove fu fondato l’Ordine ospedaliero degli Antoniani, diventati famosi utilizzando il lardo di maiale per la cura dell’ergotismo, una intossicazione da alcaloidi della segala cornuta, fungo dei cereali, detta anche “fuoco di sant’Antonio” (anche se oggi con tale nome si intende l’Herpes zooster, malattia virale a carico delle terminazioni nervose). 
Per questo motivo all’ordine fu concessa la possibilità di allevare dei maiali per conto proprio. Queste bestie, riconoscibili perché munite di una campanella legata al collo, erano poi mantenute a spese della comunità.
 E’ così che, nell’iconografia popolare, oltre agli animali domestici, a sant’Antonio vengono associati, fra gli altri simboli, anche un fuoco e una campanella.
Il culto di sant’Antonio si è esteso in tutto il territorio nazionale, in particolare in ambito rurale.
Come ci ricordano Gian Paolo Borghi e Vanna Zoboli in ‘Segni di religiosità popolare a Bondeno e nell’Alto Ferrarese’ (catalogo della mostra documentaria del 2005), il 17 gennaio, oltre alla benedizione, agli animali era prestata una cura particolare: venivano abbondantemente rifocillati e sottoposti ad una non comune pulizia. 
Per non recare offesa al patrono, nel giorno di sant’Antonio gli animali della stalla non erano in alcun modo impiegati nei trasporti o nei lavori campestri, né venivano tanto meno macellati.
Molto nota è l’invocazione che gli era rivolta nelle nostre campagne.

Sant’Antòni dal busghìn (diminutivo di busgatt, maiale, ndr)
s’an gh’è pan e s’an gh’è vin

s’an gh’è légna in dal granàr

Sant’Antòni cum’ égna da far?

Sant’Antonio del maialino (in alcune versioni del campanellino, ndr) / se non c’è pane e non c’è vino / se non c’è legna nel granaio / Sant’Antonio come dobbiamo fare?

A metà gennaio le riserve di cibo e di legna dell’anno precedente cominciavano a scarseggiare, per cui in una economia rurale basata quasi esclusivamente sulla sussistenza, questa fase dell’anno, in attesa dei primi raccolti primaverili, poteva essere vissuta con una certa ansia.
Il santo veniva pure invocato per ritrovare gli oggetti smarriti e, a Ferrara il 17 gennaio, ricorrenza nota anche come Vciòn, il vecchione, era il giorno in cui si facevano doni ai bambini, soprattutto ai maschi.

Maurizio Andreotti, agronomo ferrarese e studioso di agricoltura e tradizioni locali. 

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