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Abbiamo tutti bisogno di un happy end

LA RIFLESSIONE
Abbiamo tutti bisogno di un happy end

Tempo di lettura: 7 minuti

Fatti dai risvolti tragici, cronaca nera quotidiana, martellanti notizie inquietanti, news pessimistiche senza tregua, previsioni catastrofiste, vicende e storie dal triste epilogo. Ecco ciò a cui siamo abituati: un lento scivolare verso quel velo di negatività che ha finito col permeare il nostro vivere giorno dopo giorno, rendendo le nostre esistenze un po’ più grigie, un po’ più spente. A volte protestiamo con veemenza, altre commentiamo con un sospiro rassegnato, altre ancora e sempre più frequenti, passiamo tutto sotto silenzio perché ci si assuefa anche al grigiore. A volte arriviamo ad ammettere che abbiamo bisogno impellente di ridisegnate tutto con colori diversi e tinte vivaci per non soccombere sotto il peso di una realtà spesso intollerabile ma alla fine diventa più facile e sbrigativo adeguarsi, allinearsi alla maggioranza di un’umanità stanca e priva di emozioni, dove nemmeno i fatti e le storie più forti riescono ormai a scuotere qualcosa dentro.

Siamo così avvezzi alla crudezza e all’impatto brutale con ciò che accade, senza filtri e senza ‘paracaduti’, che ormai ci stupiamo di ciò che è buono, chiaro e tranquillizzante. Consideriamo gli ‘happy end’ quasi fossero miracoli e ci stupiamo possano ancora accadere cose dai risvolti finali positivi che superino il nostro pessimismo cronico. Eppure di happy end ne è piena la letteratura, con grande valenza gratificante e consolatoria. Ci piace leggere di storie finite nel trionfo dei buoni sentimenti, della giustizia e del riscatto; ne traiamo uno stato d’animo che ci fa star bene con noi stessi e ci predispone verso gli altri. Tra i grandi classici vale la pena ricordare Jane Eyre (1847) di Charlotte Brontë, in cui l’orfana Jane diventa istitutrice presso il castello di Mr. Rochester. L’amore che nasce tra i due sarà sottoposto ad ogni sorta di prova e sembrerà compromesso da un terribile segreto. Non sarà un incendio devastante, la cecità e il dolore a separarli. Solo alla fine essi si ritroveranno in un contesto completamente cambiato ma con l’amore di sempre rimasto intatto. Anche in Orgoglio e pregiudizio (1813) di Jane Austen si assiste alla saga della famiglia Bennet con le avventure delle cinque figlie, impegnate ad assecondare i genitori o i propri sogni e le proprie inclinazioni. Jane sposerà il ricco Charles Bingley dopo non pochi momenti di fraintendimenti ed equivoci che rischiano di compromettere la loro felicità. Romanzi in cui l’amore non è, come sembra, un punto di partenza ma un punto di arrivo, conquistato attraverso mille peripezie, sacrifici e anche una considerevole dose di buona sorte.

Non sempre però, nei romanzi dell’epoca, le vicende conducono a un finale soddisfacente: in certi casi le colpe dei protagonisti sono talmente inaccettabili e stigmatizzate dalla società ottocentesca, che non si concede loro nessuna possibilità di redenzione, nemmeno nella finzione letteraria. Ne sono l’esempio Anna Karenina (1877) di Lev Tolstoj e Madame Bovary (1856) di Gustave Flaubert, in cui l’adulterio viene additato severamente e le due protagoniste destinate al suicidio. Flaubert si ispirò, addirittura, ad un fatto realmente accaduto, riguardante la storia di Delphine Delamare di cui la cronaca dell’epoca si occupò per lungo tempo. Pip ed Estella sono i protagonisti dell’affollato e convulso Grandi speranze (1860) di Charles Dickens, uno dei più popolari romanzi della letteratura vittoriana. Dopo un incontro folgorante, contrastato dalle differenze sociali, la conoscenza di un misterioso galeotto, un viaggio in Egitto e l’allontanamento dei due innamorati, un insolito happy end distingue la vicenda dei due ragazzi: il loro ritrovarsi dopo tante peregrinazioni non avverrà all’insegna dell’amore e della passione ma di un forte, profondo e inaspettato sentimento di amicizia. “Siamo amici.” dissi, alzandomi e chinandomi su di lei, mentre si alzava dalla panchina. “E continueremo ad esserlo anche lontani.” rispose. Le presi la mano nella mia e uscimmo dal luogo in rovina; e come la nebbia del mattino si era alzata in un tempo lontano, quando avevo lasciato la fucina, così si stava alzando ora la nebbia della sera, e in tutta la vasta distesa di luce quieta che mi svelò, non vidi l’ombra di un altro distacco.

Agli inizi del ‘900 in Gran Bretagna nasce ufficialmente la ‘Letteratura rosa’, destinata ad un pubblico femminile. Gli schemi delle narrazioni percorrono un filo conduttore comune agli autori: lui, lei, le interferenze e l’inatteso. Uno schema rigido, che offre però la possibilità di identificazione da parte delle lettrici e soprattutto garantisce un happy end. Intrighi, tradimenti, fughe notturne, congiure, rapimenti, equivoci, vendette, duelli segnano le sorti dell’uno o dell’altro conducendo i personaggi in vortici pericolosi, per approdare alla risoluzione finale. Il contesto dei romanzi è costituito da castelli, monasteri, abbazie in rovina, covi di fattucchiere e zingare cartomanti, villaggi sperduti. Gli oltre 700 romanzi di Barbara Cartland (1901-2000), presentano lo schema vincente: un uomo bello, ricco e nobile, una donna bellissima, di notevole forza d’animo, illibata. Il loro amore è romantico e appassionato, sorretto esclusivamente dal sentimento: La costante nei romanzi della Cartland è infatti la castità prematrimoniale. I fattori esterni che possono minare il rapporto sono la guerra, le disgrazie, le differenze sociali. Ma alla fine il sentimento prevale. In Italia scoppia il fenomeno Liala (1897-1995), pseudonimo coniato da D’Annunzio per Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi, che ha venduto milioni di copie dei suoi romanzi, ambientati nel mondo della marina e dell’aviazione durante la Prima guerra mondiale. Negli anni ’50 in USA, il genere rosa diventa business e la casa editrice Harlequin conquista il monopolio di mercato. Il canovaccio narrativo è lo stesso ma la donna perde l’aurea che la idealizza per diventare eroina, a volte spregiudicata, che rincorre l’emancipazione, il riscatto e l’affermazione attraverso l’amore.

Negli anni ’70-’80 l’erotismo entra per la prima volta a far parte della narrazione. L’uomo è maturo, sicuro di sé, realizzato; la donna è giovane, disinibita. Vengono toccati temi come il divorzio, gli abusi, la famiglia allargata, la carriera. I tempi sono cambiati e con essi anche la necessità di rendere il romanzo attuale, realistico, anche se non si rinuncia ad un finale che faccia tornare felicemente i conti. Negli ultimi anni, tra le più significative autrici delle nuove tendenze letterarie compaiono Sveva Casati Modignani che ci narra di gente comune coinvolta in storie non comuni e Mara Venturi, che ha iniziato a scrivere su suggerimento di Italo Calvino, definita da Albereto Bevilacqua la ‘Sandokan dei sentimenti’. Oggigiorno è esploso il fenomeno della ‘chick-lit’ (letteratura per pollastrelle) con capostipite Il diario di Bridget Jones della giornalista Helen Fielding. Il lieto fine non è la relazione stabile o il matrimonio ma il raggiungimento della consapevolezza di sé.

Un happy end per ogni epoca, quindi, che percorra stili di vita, culture, ottiche ed aspettative legate alla nostra evoluzione. Rimane sempre e comunque il desiderio di trovare alla fine del romanzo, nell’ultima pagina prima di chiudere il libro, un qualcosa o un qualcuno che allontani per un attimo pensieri negativi, fredda disillusione e arrendevolezza.

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