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Globalizzazione: l’Estremo Oriente che accompagna i nostri passi

LA RIFLESSIONE
Globalizzazione: l’Estremo Oriente che accompagna i nostri passi

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Termini come globalizzazione, delocalizzazione e dematerializzazione sono entrati nel linguaggio comune. L’esperienza quotidiana ci mette in relazione diretta con oggetti che arrivano da tutto il mondo: sappiamo che gran parte dei prodotti che ci circondano provengono dalla Cina, dall’India o dai Paesi del sud est asiatico; sappiamo o dovremo sapere che molti servizi connessi alla telefonia (uno per tutti gli implacabili call center), alla rete digitale (vari segmenti dei processi di programmazione), alla contabilità e alle assicurazioni sono ormai totalmente delocalizzati in Paesi di cui s’ignora persino la reale collocazione geografica, per non parlare della situazione socio-politica e delle condizioni di lavoro in cui questi beni sono prodotti.
Dovremo sapere anche che questo stato di cose non ha nulla di naturale e necessario ma deriva da un progetto, da un disegno, che vede protagonisti da anni i grandi attori della politica, dell’economia e della finanza che spingono per eliminare ogni possibile barriera ai flussi di beni monetari, di beni tangibili, di lavoratori e di servizi. Si tratta di uno sviluppo non lineare, con tratti di imprevedibilità e di turbolenza improvvisi, che, specie negli ultimi anni, sembra rispondere esclusivamente alla cieca logica del suo funzionamento interno, tradotto per i profani nei mitici concetti di crescita del Pil, efficienza e aumento dei consumi.
L’altra parte esperibile direttamente e quotidianamente di questi processi ci rimanda al problema sempre più drammatico dell’immigrazione incontrollata che vede masse di diseredati fuggire dai loro Paesi in cerca di lavoro e fortuna; masse che sono spesso considerate alla stregua di merci, di variabili della produzione, ma che sempre più frequentemente sfuggono al controllo dimostrando l’incoercibile spazio di libertà caratteristico degli uomini rispetto al mondo degli oggetti inanimati.

In mezzo alle onde insidiose di questi grandi flussi sta l’Italia, e, in ultima istanza, sta ognuno di noi con le proprie aspettative, i propri pregiudizi, il carico di dubbi e preoccupazioni. Se infatti è vero che questi fenomeni globali portano a parere di molti dei vantaggi in termini di disponibilità ed accesso a merci e servizi, è anche vero che è molto diffusa la percezione che il processo mini le basi stesse del vivere al quale eravamo abituati.
Ciò non di meno globalizzazione, dematerializzazione, delocalizzazione continuano a ritmo sostenuto investendo ambiti finora impensati come quello dei servizi sanitari e sociali che per lungo tempo sono stati dislocati sui territori come parte integrante dell’idea stessa di welfare.
Tutto questo non stupisce più di tanto: a ben vedere, almeno per certi gruppi sociali privilegiati, il ricorso a cliniche specialistiche per specifici servizi sanitari, lo studio in scuole e in atenei esteri di grande reputazione e altro ancora, hanno rappresentato e rappresentano la norma e la cifra di uno stile di ceto piuttosto che l’eccezione. Colpisce invece l’ampliarsi del fenomeno verso tutte le classi sociali in relazione diretta con i prezzi altamente competitivi che sono promessi in taluni Paesi: una cura odontoiatrica che garantisce un risparmio del 70% è un attrattore potente capace di generare indotto anche in termini di un nuovo tipo di turismo, appunto quello sanitario; anche qui nulla di nuovo poiché siamo abituati all’idea di turismo religioso, di turismo congressuale o assai più tristemente, di turismo sessuale.

In un contesto sempre più caratterizzato da specializzazioni locali e differenze di prezzo, indebitamento e inefficienza dei servizi pubblici, informazione diffusa tramite tecnologie digitali e passaparola, è dunque assai probabile che la tendenza si consolidi, che accanto al flusso di persone in cerca di lavoro ben remunerato si rafforzi e si ingigantisca un flusso di utenti in cerca di soluzioni economicamente sostenibili ai loro problemi e bisogni. Un terreno ideale per i nuovi imprenditori e una opportunità per i dirigenti che lottano con il problema del taglio dei costi. Non si sbaglia di tanto se si pensa che questa tendenza si diffonderà ulteriormente a tutti i servizi alla persona, in particolare quelli più costosi e, nello specifico, quelli connessi all’invecchiamento della popolazione: sicuramente qualche persona dotata di spirito imprenditoriale avrà pensato che sarebbe più economico e redditizio spostare anziani e “case di riposo” in un Paese “povero” piuttosto che attrarre e formare manodopera  per curare e assistere localmente gli anziani. Con un ragionamento economico brutale è una soluzione che porterebbe vantaggi ai Paesi poveri creando lavoro, alle imprese che costruiscono i nuovi immobili e alle famiglie che risparmiano; ovviamente con qualche esternalità che i sostenitori del libero mercato si guardano bene dal mettere in evidenza. Scandaloso? Immorale? O, semplicemente, una soluzione imprenditoriale ad un problema di espulsione dell’anziano dai circuiti della produzione e della socialità già ampiamente presente? Ad ognuno la propria opinione in proposito: quel che è certo e che imprenditori aggressivi stanno già muovendosi per sviluppare questi progetti e taluni amministratori li considerano con molta attenzione.
Dal proprio punto di vista ognuno può riflettere sulle conseguenze di queste possibili strategie di “delocalizzazione estrema”, sugli effetti attesi e inattesi a breve e a lungo periodo, sulle ricadute sulla cultura, i comportamenti, le credenza, le opinioni, i valori delle persone, sulle implicazioni di ordine etico e sociale. Ognuno può immaginare il mondo possibile che queste scelte lasciano ipotizzare; ma ogni politico e ogni cittadino responsabile ha anche il dovere di pensare a soluzioni alternative, che non siano fondate esclusivamente sulla razionalità economica ma affianchino a questa robusti elementi di concreta razionalità relazionale, in assenza della quale, il rischio di imbarbarimento diventa rapidamente incontrollabile.

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