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Il cibo e la politica

LA RIFLESSIONE
Il cibo e la politica

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L’abbinamento cibo-politica sembra ormai un dato acquisito con tutto il senso un po’ untuoso o appiccicoso delle performances più note: dalla mortadella in parlamento, ai cibi grevi scambiati in piazza a Roma ai tempi di Alemanno sindaco, ai gelati offerti coram populo dal presidente del Consiglio attuale. Non dimentichiamoci che in questa stagione del nostro scontento è d’obbligo il rifugio in sagre, incontri mangerecci plurimi dove si spettacolarizza di tutto e di più: pesce, carne, anatre, tartufi, “pinzini” richiestissimi ancora, come ai miei tempi, nelle feste dell’Unità dove volonterosi volontari stringono mani e abbondano in sorrisi al politico di turno per cui diventa obbligatorio da parte di quest’ultimo soffermarsi negli stand in cui si cucina. L’ossessione attuale e mediatica che fa leva sull’istinto primario del cibo sembra adombrare l’angoscia di una reale minaccia per cui il cibo non sarà più scelta e attrazione ma unicamente bisogno non sempre soddisfatto: la spesa degli italiani in default. La televisione d’altra parte, spettacolarizza i master chefs proponendoli come divinità padrone del destino umano. Anche chi vi scrive ha le sue colpe (o i suoi meriti) essendo stato per anni socio della prestigiosa e antica Accademia della cucina italiana per la quale ha ripubblicato testi rinascimentali di cucina e divagato anche sulle proprietà e nascita nientemeno che della salama da sugo oggi orrendamente chiamata con un ipercorrettismo degno di miglior causa “salama da succo” (brrr…). Poi il destino e le scelte lo hanno di fatto allontanato dai profumati pranzi e cene per avviarlo più convincentemente verso i banchetti della mente; quei simposi dove il cibo intellettuale, direbbe Dante, è il “pan degli angeli”.

Torniamo all’importanza del cibo in politica. Ieri una “Amaca” di Michele Serra su “La Repubblica” parla di questa metaforica sazietà del cibo abbinato alla politica che si conclude con una riflessione non solo letterariamente bella ma che ci induce anche ad assaporare un retrogusto di sazietà che fa bene a un’etica della politica. Scrive Serra che il connubio politica – cibo “lascia perplessi” proprio per l’abuso della “promiscuità tra microfono e pistacchio, tra discorso programmatico e brodo, un sentore di macchie d’unto sulle austere carte, di briciole sulla cravatta, e un’ostentazione pubblica di allegro appetito non è neanche tanto opportuna, via…”

Dunque se non è più tanto sollecitante scoprire come in segreto si mangino torte tra i politici, anzi, che la gravezza del post -prandium potrebbe essere solo riscattata dalle passeggiate che il commissario Montalbano fa fino al faro per digerire così , come in un transfert, lo scrittore Camilleri rinuncia alle sue fantasie mangerecce per affidarle al suo personaggio il quale alla fine proprio per quelle scorpacciate riporta la moralità e la giustizia là dove sono state offese e irrise.
Questo succede anche alla politica politicante? Lascio al lettore il giudizio.

Mi arriva appena edito un volumetto di un caro amico, lo scrittore Hans Tuzzi che è diventato famoso per i suoi romanzi polizieschi e per le inchieste condotte dal commissario Melis che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico ma che è anche autore di un importante romanzo di natura etico-politica Vanagloria ambientato nella “Milano da bere”. Il titolo del libriccino è Zaff&rano e altre spezie, editore Slow Food, quindi in regola con l’attuale mania del cibo. Eppure questo racconto complesso e affascinante fa del cibo non qualcosa che lascia il sapore di unto sui vestiti e in bocca ma si rivela una lirica evocazione affidati a due “djinn dei deserti” due Folletti che si chiamano Zaff e Rano. La storia di questa spezie si affida alla rivelazione della prozia Augusta, unica e somma ministra dei misteri della cucina. Il cibo diventa dunque la possibilità di un’evocazione lirica che traduce in parole sapori e memorie. Bellissimo! Le tradizioni materne della cucina austriaca e paterne italiane si fondono e diventano quella “passione civile” assente nella casa dell’autore ma che l’autore oggi rivive proprio alla luce del racconto di memorie che sono, come ci è stato detto dai grandi scrittori non un fedele ricordo ma una menzogna letteraria. C’è un passo che spiega tutto questo e che vale la pena riportare. La memoria riporta alla mente (e alla scrittura) un’Italia diversa che l’autore ricostruisce ben sapendo che in quel caso non è quella della sua infanzia ma una finzione. Eppure quell’Italia anni Cinquanta: “ Aveva già come il seme la pianta, tutto il degrado etico civico culturale e ambientale che ci devasta oggi. Ma era l’Italia della mia infanzia, e se oggi le rimpiango entrambe – Italia e infanzia- sono consapevole di mentire a me stesso, perché è solamente nel mio rimpianto che la complice magia dell’inverno succedeva innocente e perfetta dell’assorta immobilità dell’estate”

Sapranno i politici locali e nazionali difronte a salama e “pinzin”, “taiadel” e “torta ad taiadel” capire e ritrovare il giusto rapporto tra politica e cibo?

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