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Vale sempre la pena chiedersi come ci vedono gli altri in base ai nostri comportamenti, o alle nostre leggi. In particolare nel rapporto con culture differenti. Il tema “Inclusione dell’alunno straniero e della sua famiglia” è stato affrontato di recente nel convegno Cisl, organizzato a Ferrara a settembre. L’accento è stato posto sulla scuola come luogo di integrazione, che mette faccia a faccia lingue differenti, giustappone storie da angoli agli antipodi del mondo; si avvale (nei casi migliori) di insegnanti in grado di gestire un avvicinamento, di far sentire a casa, e soprattutto ugualmente amati e accettati, i bambini.

scuola-limiti
Locandina del documentario

Tutto l’opposto da ciò che viene narrato nel documentario “Container 158” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti. Presentata all’interno della rassegna “Italieni” all’ultima edizione di Internazionale, la pellicola racconta la vita del cosiddetto “villaggio attrezzato” di via Salone alla periferia di Roma, abitato da più di un migliaio di persone di etnia Rom – provenienti da Montenegro, Serbia, Bosnia e Romania – che di fatto costituisce l’unico sistema di ghettizzazione in tutta Europa , forma ovviamente condannata dalla Comunità europea, e mette in risalto le difficoltà e la sostanziale chiusura che i bambini si trovano a dovere affrontare in una scuola che tutto sommato sembra non volerli, tra pretesti per cacciarli una volta per tutte e nessuno ‘ius soli’ che rivendichi la loro appartenenza al luogo che per loro è Casa. Vincendo ancora una volta sui diritti umani di base, ignorando bambini che, seppur nati in Italia, non hanno cittadinanza né riescono a parlare correttamente l’italiano, non facendo altro che aumentare il divario invece di fornirgli gli strumenti necessari per sentirsi persone di pari dignità e diritti rispetto a chiunque altro e, di fatto, facilitando l’esclusione da un sistema che per sua costituzione dovrebbe impegnarsi a fare l’esatto opposto, non omologando ma accettando e includendo.
Che insieme all’attenzione e all’affetto sarebbe il compito più importante dell’insegnante, il quale dovrebbe di fatto insegnare a ragionare con la propria testa e a non mettere un muro tra quello che conosciamo – o più spesso crediamo di conoscere – e quello che non arriva dall’orto di casa e che quasi sempre prendiamo per ‘buono’, incondizionatamente. Quello che ci viene dato come regola dal primo giorno di scuola. Quello che tutti si aspettano che noi facciamo. Quello che non necessariamente corrisponde a un concetto di buono e giusto solo perché è scritto o detto da baroni universitari, da sedicenti professionisti, dalla maggioranza. Quello che insegnava a fare il professor Keating dell’”Attimo Fuggente”, che qualunque studente vorrebbe incontrare almeno una volta nella vita, come è successo agli studenti che, venerdì scorso, hanno manifestato da nord a sud per chiedere, tra le altre cose, istruzione libera e gratuita per tutti, diritto di cittadinanza, maggiore coinvolgimento del governo nella riforma sulla scuola, esulando dalla spicciolata di temi che erano stati proposti dall’alto e ponendo l’accento su altri non suggeriti esplicitamente dal governo. Evocando un gesto di presa di coscienza ormai iconografico e salendo in piedi sui banchi, esattamente come nel film esortava a fare Robin Williams a un giovanissimo Ethan Hawke e ai suoi compagni, esortando i suoi studenti a cambiare sempre punto di vista, a dubitare del mondo e a chiedere rispetto, oltre ad imparare ad averne nei confronti di chiunque. A essere persone vere e autonome prima ancora che pacchetti standard di dati sterili, i Pink Floyd ci avevano già messo una pulce nell’orecchio con “Another Brick in the Wall”.

Entrambi i casi aiutano però a fare uscire i lati buoni e utili del web: con gli hashtag di Twitter (#entrainscena, #100 e #labuonascuola) utilizzati dagli studenti che postano riflessioni e iniziative; e con il sito di Occhioaimedia.org, gruppo di associazioni che studiano il tema della mala comunicazione sui vari rapporti tra culture, sui sempreverdi temi del razzismo, del classismo, del pregiudizio sistematico. Cercando di costruire un varco tra quei mattoni ammassati da sistemi sbagliati.

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Giorgia Pizzirani


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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