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Utilità e utili, il nodo della responsabilità sociale
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Le imprese hanno un posto molto importante nella nostra società. Se il ruolo economico di queste organizzazioni è scontato, quello sociale diventa sempre più frequentemente oggetto di analisi, riflessione, discussione e polemica. L’importanza delle imprese ci viene ricordata ogni giorno dai nostri comportamenti d’acquisto di beni e servizi, è ribadita da un discorso economico invasivo veicolato dai media ed è confermata dalla frequenza con cui nel linguaggio comune ricorrono termini di derivazione aziendalista come “business”, “consumatore”, “imprenditore”, “manager”, “investitore”, “cliente”. Il ricorrente uso di termini inglesi entrati nell’uso comune certifica appunto la provenienza aziendalistica di un sapere volgarizzato quanto diffuso incapace di rendere ragione della reale complessità delle cose.

Il mondo delle imprese è infatti una galassia enorme, diversificata, i cui corpi sono interconnessi in modi a volte sorprendenti: corporation multinazionali, grandi imprese, piccole e medie imprese, micro imprese, mostrano una varietà dimensionale che oscilla tra aziende da milioni di persone occupate ed aziende composte da poche persone, a volte una sola. Imprese artigiane, fordiste, familiari, agiscono nei settori più disparati, offrendo servizi e beni tangibili; società di persone e di capitali, imprese private e pubbliche, offrono solo un idea succinta e sommaria delle diversità normative che regolano la struttura e i sistemi di governo di queste organizzazioni. Al di là delle definizioni giuridiche, la galassia degli oggetti organizzativi che vanno sotto il nome di impresa è davvero complessa: non è possibile argomentare bene intorno a questo oggetto senza tener conto di questa straordinaria complessità, senza qualche informazione che consenta di ridurre il campo del possibile a qualcosa di manipolabile, senza un riferimento indicativo a qualche specifico tipo di impresa.

Resta il fatto che quando si parla di impresa il pensiero corre assai più facilmente alla Fiat, alla Shell, a McDonald o alla Barilla, a Google Foxxcom o Apple, piuttosto che ai distretti ed alle botteghe artigiane (su cui è stato costruito il successo del prodotto italiano), al caso Olivetti o al bar sotto casa. Proprio a quel tipo di impresa, la grande corporation, è stata rivolta più spesso l’attenzione dei ricercatori e degli analisti: qui è stato messo a punto un corpus di conoscenze che sono diventate il mainstream del management, una forma di sapere condiviso da ogni esperto e consulente che è stata applicata ad ogni tipo di realtà organizzata prescindendo spesso, in nome di una presunta efficienza, dalle differenze e dalle specificità proprie dei diversi contesti.
In questo tipo di grande azienda, a partire dagli anni ’90, si è venuto affermando un modello di governo d’impresa che ha rilanciato la forza della proprietà finanziaria a danno degli altri soggetti coinvolti nel fare impresa: lavoratori e quadri, clienti, fornitori. Lo scopo dichiarato di esso è quello di massimizzare ad ogni costo e nel breve periodo il valore in borsa, senza incidere spesso sul fatturato, sul profitto, sugli impianti produttivi. Come un virus questo approccio si è diffuso dalle aziende quotate in borsa alle altre, spingendo una corsa a fusioni, aggregazioni, delocalizzazione, operazioni finanziarie spericolate, che hanno spostato molte imprese verso la zona grigia della irresponsabilità sociale.
Come è noto, un’impresa è irresponsabile se non risponde al di là degli elementari obblighi di legge ad alcuna autorità pubblica o privata né all’opinione pubblica, circa le conseguenze economiche, sociali ed ambientali del suo operato. Prescindendo da comportamenti illegali, un’impresa fortemente irresponsabile si connota per comportamenti quali:
– trasferimento della produzione e delocalizzazione in stati meno controllati;
– chiusura totale o parziale, minacce di licenziamento per ottenere la flessibilità;
– salari e condizioni di lavoro indecenti in patria e all’estero;
– azioni di comunicazione (greenwhashing) ben architettate per mostrare un’immagine falsa di sostenibilità e impegno sociale,
– fortissime azioni di lobbing per ottenere leggi, norme e condizioni favorevoli ai propri interessi.

L’impresa irresponsabile prospera laddove manca il senso del bene pubblico e la buona cittadinanza è assente: il capitalismo neoliberista che ha imperato negli ultimi decenni ha imposto una nuova antropologia nella quale proprio la funzione di “consumatore” ha sostituito quella di “cittadino”. La globalizzazione d’altro canto ha indebolito la possibilità di controllo mentre il dominio della finanza ha spostato verso questo versante l’interesse di molte aziende. In tale contesto, l’impresa, rischia seriamente di diventare (e in molti casi è diventata) uno strumento per la cancellazione di ogni responsabilità che non sia quella del profitto degli azionisti.

Contro l’idea che scopo unico dell’impresa sia quello di produrre profitti si colloca l’articolo 41 della nostra costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

Ma in Italia esisto davvero politiche e programmi finalizzati ad indirizzare in modo sistematico l’agire economico a fini sociali? Esiste una strategia ed una visione di ampio respiro orientata a sanzionare le imprese irresponsabili e a promuovere quelle responsabili? Osservando i vari disastri di una certa politica industriale, la distruzione del territorio e dell’ambiente che ha visto e vede protagoniste molte aziende, le cause intentate a grandi imprese per disastro ed attentato alla salute pubblica, la scoperta di sempre nuove terre dei fuochi, sentiti i discorsi di quanti vorrebbero cambiare la costituzione per inserirvi a forza le imprese, sembrerebbe proprio di no.

Ancora una volta dovrebbe essere il cittadino armato di senso civico il miglior deterrente contro la deriva irresponsabile delle imprese. Ma quando il cittadino è ridotto a consumatore, quando perde il lavoro e vengono a mancare le garanzie del welfare, quando la politica rinuncia al suo ruolo chiaramente sancito dalla Costituzione, quando viene meno anche la capacità di inventare soluzioni alternative, ogni buona intenzione sembra destinata al fallimento.
Resta però la certezza che l’Italia ha saputo esprimere imprenditori ed imprese straordinarie, che esistono casi molto più numerosi di quel che si possa immaginare di imprese socialmente impeccabili; resta la determinazione a sostenere quella classe di imprenditori responsabili e di cittadini virtuosi che resistono e non si rassegnano allo sfascio morale che sta dietro alla crisi economica.

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