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Il tempo delle parole e il tempio delle menzogne
menzogna
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Il tempo di oggi è quello delle parole, più che dei gesti. le parole sostituiscono e risparmiano le azioni. Hanno ragione della giustizia e della verità. La democrazia è il tempio delle parole. Infatti di un politico si dice: come parla bene, pochi si ricordano ciò che ha fatto. Le parole servono a conquistare, ad apparire, ghermiscono il potere. Andando indietro potremmo dare la colpa ai retori, ai sofisti. Col passare del tempo la gente si è come assuefatta all’uso falso, mistificatorio delle parole, in pubblico come in privato. Siamo passati dall’inadeguatezza comunicativa di Bersani, di cui qualche reminiscenza si intravvede nel ministro degli esteri Gentiloni, al parolaio magico e veloce Renzi. A Ballarò Crocetta ruggisce, Salvini sbraita, mentre un impacciato Giannini chiede la tregua. Cambio rete ma la formula è la stessa. Strada che vince non si cambia, direi parafrasando il vecchio Boskov. Per cui il ministro recita la propria parte come pure il vicino di casa, o il collega di lavoro e così via. Senza rendercene conto abbiamo edificato una vita dove le convenzioni e ipocrisie, pur necessarie, sono decisamente preponderanti. Allora certe volte mi viene da pensare che una vita sia troppo breve per farcirla di continue menzogne. Ora siamo alla riforma del lavoro. Prima però si è detto che la flessibilità era un bene. Tuttavia buttiamo via l’articolo 18 per risolvere il problema della flessibilità. Che, per le stesse persone, è diventato un male. Intanto dal 1992 ad oggi l’Italia è stata occupata da una classe politica che detiene la responsabilità della deriva morale e economica del Paese, ma non si schioda.
Rimane il problema dell’abitudine. Ci si abitua alle menzogne e ci si accontenta di meschine falsità verosimili. Si mente a se stessi. Così piano piano la vita si svuota prima, molto prima di finire. E la politica non è che il suo simulacro.

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