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Un referendum rappresenta un momento di democrazia. Il 17 aprile abbiamo avuto un’occasione per esprimere il nostro punto di vista ma lo abbiamo fatto in pochi ed è stata un’occasione persa. Certo la non partecipazione è stata presentata come un’espressione di volontà valida quanto la partecipazione e illustri esponenti della politica italiana hanno giocato sulla stanchezza del popolo rispetto alla chiamata alle urne, stanchezza che loro stessi hanno ampiamente contribuito a creare.
Del resto assistiamo da tanti anni, forse troppi, a campagne elettorali dove si promette di tutto e poi, una volta conquistata l’agognata poltrona, si riprendono indirizzi di politica economica e sociale fatti di tagli alla spesa pubblica, ai servizi, al deficit, nonché di poca o scarsa attenzione alle problematiche sociali e occupazionali. E lo stesso succede per i referendum: se i cittadini votano per la fine dei finanziamenti pubblici ai partiti o perché l’acqua resti un bene pubblico i nostri rappresentanti al Parlamento o al Governo trovano il modo per ignorare la volontà popolare. Persino in Europa succede la stessa cosa: se gli olandesi e i francesi votano contro la costituzione europea, allora si evita di farla votare agli altri Paesi Europei e la si introduce direttamente sotto forma di Trattato (di Lisbona).
Insomma la politica che dribbla l’avversario, cioè il cittadino. Nel gioco però qualcuno che perde c’è sempre. E, infatti, abbiamo imparato che il cittadino viene chiamato a pagare il conto, sia che si tratti di banche che falliscono o di aziende che chiudono e disoccupazione che aumenta, sia che si tratti di famiglie sempre meno tutelate, di genitori sempre più precari e di figli che piano piano si abituano a stipendi da 800 euro al mese, ma solo quando va bene e magari in Germania. Nel nome del mercato, dell’Eurozona, del liberismo sfrenato e della finanziarizzazione dell’economia i cittadini perdono e pagano il conto.
Se il problema nasce dalla politica, allora anche la soluzione al problema è politica: la cattiva politica si combatte con la buona politica e non con altro. Il prossimo autunno abbiamo un altro appuntamento, il referendum costituzionale, partito male come tante altre cose nel nostro Paese, ma a cui forse, grazie all’informazione e a una partecipazione attiva, possiamo porre rimedio. Cogliamo quest’occasione per riprenderci la nostra sovranità, parlo di quella individuale di cittadini, per dire no al primo tentativo di una riforma costituzionale fatta in una democrazia occidentale da un Governo e non dal Parlamento, seguendo uno schema da Eurozona: un Parlamento messo in condizioni di non decidere nulla e una Commissione che decide tutto.

Oggi ne parliamo con Giuseppe Palma, avvocato che ci aiuterà a evidenziare le criticità di questo costrutto. Palma vive e lavora a Milano, dove svolge la sua professione di avvocato. Ha scritto diversi libri, tra i quali “Il tradimento della Costituzione” e “Figli destituenti”, vari articoli  non solo su argomenti giuridici e costituzionali e ha pubblicato un progetto di riforma del codice di procedura civile (Diritti & Diritti, 2014) e due papers, l’uno sull’incompatibilità tra la Costituzione e i Trattati dell’Unione Europea (Diritto e Diritti, 2015), l’altro sull’incompatibilità tra la Costituzione e l’eventuale costruzione degli Stati Uniti d’Europa (Diritto Italiano, 2015). Scrive per il blog scenarieconomici.it e per le riviste Diritto & Diritti, Diritto Italiano, Diritto e Processo e Fanpage.it.
Insomma non gli si può certamente contestare di non essere un uomo e un professionista impegnato.

Avvocato non me ne voglia, ma parto un po’ a gamba tesa: ha senso una riforma fatta quasi in autonomia da un Governo e che addirittura prende il nome da un suo rappresentante? È opportuno?
Piero Calamandrei sosteneva, a ragione, che il Presidente del Consiglio dei ministri non dovrebbe neppure essere presente nelle aule parlamentari durante la discussione in materia di revisione costituzionale. L’art. 138 della Costituzione attribuisce la materia di revisione costituzionale solo alle Camere, tuttavia non esclude che sia il Governo a presentare un progetto di revisione. Ciò detto, sensibilità costituzionale vuole che il Governo non si occupi di questo tema. Ma si sa, la sensibilità costituzionale è cosa sconosciuta a chi ci governa. Tanto più che le necessarie e aspre discussioni avvenute nel corso del procedimento di revisione costituzionale sono sempre state ‘zittite’ dal Presidente del Consiglio, con la conseguenza che – a parte qualche importante modifica – il testo sul quale i cittadini saranno chiamati al referendum costituzionale è quello del ddl Boschi.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, dovrebbe unire tutti i cittadini e farli sentire a casa. Non sembra che il percorso di questa riforma sia stato condiviso, ci sono casi in cui le opposizioni sono uscite dall’aula.
È un aspetto gravissimo! La nostra Costituzione fu scritta e approvata con l’importante contributo di tutte e tre le principali forze politiche del dopoguerra: Dc, Psi e Pci. La revisione costituzionale portata a compimento nel corso di questa Legislatura è invece frutto del solo Partito Democratico (più qualche cespuglietto delle opposizioni), che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto poco più del 25% dei voti. È un fatto gravissimo che mina le basi della convivenza democratica. Tanto più che la maggioranza parlamentare che ha votato la riforma è frutto di meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali (Sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014, che ha dichiarato l’incostituzionalità del porcellum, sia nella parte in cui questo non prevedeva la possibilità per i cittadini di esprimere le preferenze, sia perché il premio di maggioranza scattava senza la previsione di una soglia minima di voti).

Cosa c’è secondo lei di diverso dal percorso affrontato dai Padri Costituenti?
Quelli erano Padri Costituenti. Questi sono ‘Figli Destituenti’. Oltre al metodo (nel biennio 1946-47 furono coinvolte tutte e tre le principali forze politiche di quel tempo), è mutata anche la legittimazione democratica: l’Assemblea Costituente fu eletta con sistema elettorale proporzionale puro e con le preferenze, l’attuale Parlamento che ha riformato la Costituzione è stato invece eletto con legge elettorale maggioritaria dichiarata incostituzionale. Ma poi, mi scusi, vuole mettere Calamandrei, Croce, Ruini e Mortati con Boschi, Verdini, Alfano e Rosato?

Ma chi le ha fatte davvero queste riforme? 
La riforma costituzionale l’ha scritta Maria Elena Boschi sotto la supervisione di qualche costituzionalista approdato poi in Corte Costituzionale. Il tutto sotto la supervisione del Presidente del Consiglio e di qualche referente di Bruxelles e Francoforte. In pratica è stato ucciso il metodo costituzionale!

Si parla molto dell’eliminazione del Senato, o della sua riformulazione in nome del risparmio: “basta un sì per ridurre i parlamentari del 33%”. Io non credo che ridurre i parlamentari sia una mossa del tutto sbagliata, ma non sono convinto che meno parlamentari voglia necessariamente dire più democrazia e più efficienza.
Ridurre il numero dei parlamentari passando dagli attuali 945 ai futuri 730 non è proprio una riduzione, semmai è una ‘sforbiciata di ciuffetto’. Battute a parte, il Senato non viene affatto eliminato: si passa da un sistema di bicameralismo paritario a un sistema di bicameralismo differenziato. Per quanto riguarda il risparmio, sono solo sciocchezze per dare in pasto al popolo una motivazione stupida e priva di senso. Il risparmio ci sarà in merito all’indennità dei senatori, ma resteranno salvi i costi più alti: quelli relativi ai dipendenti di Palazzo Madama. In ogni caso, il risparmio – di per sé – non è necessariamente sinonimo di miglioramento!

Passando alla velocizzazione del processo legislativo, si può fare l’esempio della norma sul pareggio di bilancio: è stata approvata in poco tempo e nonostante due Camere.
Non solo. Per ratificare il Fiscal Compact (che è un Trattato intergovernativo) ci vollero appena 8 giorni! Il problema italiano non è certo il bicameralismo perfetto. Il nostro Paese ha conosciuto il benessere, diventando la quinta potenza economica mondiale, dalla fine degli anni Cinquanta agli inizi degli anni Novanta, con in vigore la Costituzione del 1948, quindi col bicameralismo perfetto. Il problema non è tanto voler eliminare il bicameralismo paritario (che ci può anche stare), ma l’assenza di adeguati pesi e contrappesi, cioè di quel sistema di garanzie che il combinato disposto riforma costituzionale-Italicum non rispetta assolutamente. Per quanto riguarda la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio, questa riforma costituzionale avrebbe potuto certamente abrogare la formulazione dell’art. 81 Cost. novellata dalla Legge costituzionale n. 1/2012, ma così non è stato. Ciò mi porta a concludere che la necessità di voler a tutti i costi riformare la Costituzione risponda esclusivamente a logiche sovranazionali di cui Parlamento e Governo sono soltanto vili esecutori.

Cosa vuol dire, invece, avere una sola Camera così come è stata inserita nel processo di riforma e soprattutto in contemporanea con la riforma elettorale che si vuole far passare?
Vuol dire che la funzione legislativa (cioè il potere di fare le leggi) spetterà unicamente (fatta eccezione per alcune materie) alla Camera dei deputati. L’aspetto più grave, come dicevo pocanzi, non è tanto il superamento del bicameralismo paritario, ma l’assenza di pesi e contrappesi: di fronte ad un sistema tendenzialmente monocamerale, con l’unica camera legiferante eletta con sistema elettorale maggioritario, che attribuisce il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, sarebbe stato opportuno – a mio parere – prevedere l’elezione diretta (cioè da parte del popolo) del Presidente della Repubblica.

Quindi in sintesi: una Camera potenzialmente dominata di un solo partito con deputati graditi alla segreteria che fa le leggi, decide sulla fiducia al Governo, che è sua espressione ed elegge anche il Presidente della Repubblica? Come funziona il meccanismo dell’elezione del Capo dello Stato? Nel suo “Figli Destituenti” lei spiega perché anche questa procedura potrebbe essere un altro punto a favore solo della maggioranza parlamentare.
Esatto. La riforma prevede che il Presidente della Repubblica continui a essere eletto dal Parlamento, cioè da Camera e Senato in seduta comune. Nelle prime tre votazioni sarà richiesta la maggioranza dei 2/3 dei componenti, dalla quarta alla sesta votazione la maggioranza dei 3/5 dei componenti, mentre dalla settima votazione in poi la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Ciò detto, dalla settima votazione in avanti – qualora una minima parte delle opposizioni non partecipasse al voto – il Capo dello Stato potrebbe essere espressione del solo colore politico della mono-lista assegnataria del premio di maggioranza. Faccio un esempio: se anche la maggioranza del Senato fosse dello stesso colore politico della maggioranza premiale della Camera, dalla settima votazione in avanti – qualora i votanti fossero 650 – il Presidente della Repubblica risulterebbe eletto dalla sola lista assegnataria del premio. La matematica non è un’opinione: i 3/5 di 650 sono 390. Se sommiamo i 340 deputati della mono-lista camerale che ha ottenuto il premio di maggioranza ai 51 senatori del medesimo colore politico, abbiamo 391 voti. E il gioco è fatto! Tale situazione è tuttavia subordinata alla condizione che una parte delle opposizioni non partecipi al voto. Ma non è questo il punto. Il problema serio è dato dal fatto che, di fronte a un sistema tendenzialmente monocamerale con legge elettorale maggioritaria, che assegna il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto rappresentare un forte contrappeso sia alla maggioranza mono-lista (e forse anche monocolore) della Camera, sia alla figura del Presidente del Consiglio dei ministri, che è espressione diretta e fiduciaria di quella stessa maggioranza!

Mi sembra di capire che la combinazione tra la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale ponga dei seri dubbi di funzionalità, evidenziate tra l’altro anche dal suo collega Marco Mori.
Si, Marco ha evidenziato questo aspetto come uno dei più gravi della riforma e ha ragione! Il combinato disposto riforma costituzionale-Italicum produrrà gravissimi squilibri anche in ordine alla composizione della Corte Costituzionale, trasformando la Consulta in un ‘braccio armato’ al servizio del Governo e della maggioranza camerale. Ma c’è di più: dei 5 membri della Consulta di competenza del Parlamento, 2 saranno di competenza esclusiva del Senato, organo eletto con sistema di secondo livello. Pazzesco, ma è così.

L’attuale Presidente del Consiglio afferma che con il sì al referendum si potranno abbassare gli stipendi ai consiglieri regionali. Serve una riforma della Costituzione per abbassare un po’ di stipendi e indennità sproporzionate?
No, per ridurre gli stipendi dei politici è sufficiente una legge ordinaria.

Cambia qualcosa con il nuovo art. 117 e il riferimento all’Unione Europea?
In realtà la subordinazione delle norme di diritto interno alle norme comunitarie è già prevista dalla Costituzione vigente, infatti, l’attuale disposizione dell’art. 117 della Costituzione parla di “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali“. La riforma ha solo mutato il termine “comunitario” con “Unione Europea“, quindi è la stessa cosa. Del resto, la medesima subordinazione è già stata dichiarata da diverse pronunce della Corte Costituzionale, che tuttavia, in altre sentenze ha sottolineato che le norme europee e quelle internazionali trovano un limite invalicabile sia nei Principi Fondamentali dell’Ordinamento costituzionale sia nei diritti inalienabili della persona. Ciò detto, la norma introdotta dal Legislatore con questa riforma costituzionale avrebbe potuto fare menzione dei ‘controlimiti’ di cui sopra, fugando ogni dubbio. Ma così non è stato!

Quali altre modifiche sono previste al Titolo V?
La riforma del Titolo V introduce – tra le altre cose – una “clausola di supremazia”: lo Stato centrale (Governo e Parlamento) potrà legiferare in quelle materie non riservate alla sua potestà legislativa esclusiva qualora lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Quindi si riportano più competenze allo Stato? È una cosa buona o forse qualcosa ci sfugge?
Le dico la verità: io sono per un maggior accentramento delle competenze nelle mani del potere centrale. La spesa pubblica italiana dal 2001 al 2016 è quasi raddoppiata. E questo soprattutto a causa della riforma del Titolo V realizzata nel corso della XIII Legislatura (1996-2001, maggioranza di centro-sinistra).

Quella riforma aveva attribuito più potere di spesa alle Regioni, aveva decentrato.
Agli inizi degli anni 2000 la spesa pubblica era di circa 550 mld di euro annui. Oggi, a distanza di appena 15 anni, siamo arrivati ad 800 mld. Secondo me l’aver attribuito maggiori competenze in materia di sanità pubblica alle Regioni è stato un errore gravissimo. L’aumento della spesa pubblica è dovuta soprattutto alla gestione decentrata della sanità. Se godessimo di sovranità monetaria ciò non costituirebbe un problema, ma con l’euro è una iattura.

L’attuale riforma del Titolo V non mette a rischio le utilities – cioè le società di proprietà dei Comuni e Regioni che gestiscono beni comuni e vitali tipo acqua, luce e gas – come paventato da qualcuno? Lo Stato si riserva una eventuale competenza per la tutela dell’interesse nazionale, la “clausola di supremazia”: non dobbiamo temere che attraverso queste modifiche si tenti di togliere agli Enti Locali responsabilità da attribuire all’ente centrale che poi li può mettere all’asta con meno difficoltà? Viste le riforme in gioco, per un Governo più attento alle regole di bilancio che all’interesse dei cittadini, l’interesse nazionale potrebbe essere l’abbattimento del debito pubblico o la diminuzione del deficit a tutti i costi.
Tutto è possibile. Anche quello che Lei dice. Ma gli aspetti di criticità della riforma sono molteplici: i più gravi sono quelli connessi alla mancanza di pesi e contrappesi dovuti principalmente al combinato disposto riforma costituzionale-Italicum.
Aggiungo che il vero problema italiano non è il bicameralismo perfetto. Il vero problema è rappresentato dall’euro, che per sopravvivere impone la svalutazione del lavoro, e dai parametri capestro contenuti nei trattati europei. Questa riforma costituzionale, diciamocela tutta, serve solo a Bruxelles e a Francoforte. L’Unione Europea e il capitale internazionale vedono nelle Costituzioni del dopoguerra un ‘elemento irritante’ per il perseguimento dei loro scopi. Fosse solo per questo, a ottobre votiamo no! Salviamo la Costituzione del 1948 e liberiamo l’Italia dai vili esecutori dei progetti sovranazionali.

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