di Carlo Tassi

Durante la notte, Joshua Lustig si sveglia di soprassalto. È appena uscito da un incubo in cui ha creduto che lui e sua moglie fossero le probabili vittime di un orrendo delitto. Il provvidenziale risveglio ha impedito che nel sogno il dramma si consumasse in tragedia.
Ma Joshua è visibilmente provato, gocce gelate di sudore si sommano sulla fronte e sulle guance, è completamente fradicio e il freddo lo punge arrivando fino alle ossa. Batticuore, respiro affannoso e un leggero tremito su tutto il corpo testimoniano il terrore da cui si è appena destato.
Decide di accendere la luce per interrompere un vago senso di inquietudine rimasta come sospesa nel suo animo dal momento del risveglio e acuita dalla circostante oscurità. La lampada sul basso comodino a fianco del letto illumina solo un angolo della stanza, lasciando in ombra tutto il resto. Joshua si siede nel letto poggiando la schiena alla spalliera, s’infila gli occhiali da vista trovati accanto alla lampada e comincia a scrutare ogni angolo della stanza: sembra tutto a posto, tutto in ordine.
Distrattamente sbircia alla sua destra e constata che Therese, sua moglie, è sempre lì, immobile, girata come al solito dall’altra parte e avvolta quasi completamente dalle pesanti coperte. Il solito ciuffo di capelli fuoriesce dal bordo della trapunta; è seminascosta nella penombra ma c’è, ed evidentemente dorme un sonno profondo, inconsapevole delle ansie del marito.
Era sembrato tutto così reale: lui e lei sorpresi nel sonno da uno sconosciuto armato di una grossa accetta; un implacabile senso di smarrimento e di impotenza mentre l’aggressore, di cui non riusciva a vedere la faccia, minacciava di farli a pezzi.
L’improvviso risveglio ha fortunatamente risolto tutto.

Joshua Lustig ha cinquantotto anni, pochi capelli in testa e l’alito perennemente cattivo. Afferra l’orologio da polso appoggiato sul comodino e se lo avvicina alle lenti degli occhiali: le lancette segnano le tre e mezza del mattino. Cercando di non fare rumore scende dal letto e, infilatosi le pantofole, s’incammina verso il bagno.
È malfermo sulle gambe, il tremore non è ancora passato del tutto, e poi sente un freddo intenso e fastidioso. La maglia del pigiama che indossa è tutta bagnata, si deve cambiare e se la sfila da dosso gettandola su una sedia in fondo al letto. In bagno, accende la luce al neon posta sopra lo specchio, si abbassa le mutande e orina nel lavabo striato di macchie giallognole. “Tanto lei dorme e non mi può rompere le palle.” pensa. Appoggia i palmi delle mani al bordo del lavabo, si guarda allo specchio e vede delle macchie rosse intorno alla bocca: è sangue.
La piorrea lo tormenta da anni (è la causa principale del suo alito sgradevole, oltre alla scarsa igiene orale) e di notte capita che perda sangue dalla bocca, tutto normale quindi. Apre il rubinetto dell’acqua calda, il pomello è arrugginito e il flusso d’acqua esce ad intermittenza con sbuffi improvvisi e rumorosi. Dopo cinque o sei schizzi di liquame scuro l’acqua inizia a scorrere in modo regolare e sempre meno torbida fino a diventare completamente trasparente. Nel frattempo Joshua si osserva le mani e si accorge che anch’esse sono sporche di sangue, probabilmente si è macchiato muovendosi e toccandosi la faccia nel sonno, afferra una mezza saponetta tutta rinsecchita e inizia a lavarsi le mani con cura. Fa i soliti gargarismi sciacquandosi gola e gengive e sputando acqua mescolata al sangue abbondante proveniente dalle fessure createsi tra i colletti scoperti dei suoi incisivi. Tra un risciacquo e l’altro avverte nell’acqua un forte e sgradevole sentore di ferro che gli rimane in bocca anche dopo aver sputato una decina di volte. Una volta ripulito, si asciuga mani e faccia col telo di spugna ancora ripiegato; vi affonda il viso assaporando per un attimo il soffice calore della spugna di cotone sulla pelle.
La tensione sembra essersi attenuata e rimane a guardarsi allo specchio per un po’: è pallido, lo è sempre stato, ma adesso gli pare di esserlo più del solito, magari è l’effetto del neon. Anche la sua magrezza sembra essersi accentuata. Occhiaie scure cerchiano due occhi infossati nelle orbite; occhi lacrimosi, cerulei, opachi, ai lati dei quali profonde zampe di gallina si allungano fino alle tempie.

Non è mai stato un bell’uomo. Anche da ragazzo lo prendevano in giro per via del suo fisico gracile, quasi rachitico, e per la sua piccola testa, che pareva fatta apposta per mettere ancora più in risalto il naso adunco e le orecchie a sventola che sporgevano da un cranio già allora povero di capelli.
Del resto, pure la ragazza che poi divenne sua moglie non era per niente avvenente: una tipa qualsiasi, grassottella e assolutamente priva di grazia femminile. Fu comunque l’unica disposta ad offrirsi a lui, e lui non si fece pregare.

Indugia ancora davanti allo specchio. Ormai il tremore è passato. Scorre la mano ossuta sulle guance scavate e sente la barba che inizia a spuntare con l’effetto di una sottile carta vetrata che si sfrega ruvida sul proprio palmo calloso. La sua barba è dura, ispida e folta, e cresce assai in fretta, obbligandolo a radersi praticamente ogni giorno, forse quasi a compensare la carenza di peli sulla testa. Ma adesso non ha voglia di perdere tempo con schiuma e rasoio, magari più tardi.

Della sua bruttezza non gli è mai importato granché, e quando a scuola lo chiamavano Nosferatu non si offendeva nemmeno. Era un solitario e coltivava le sue passioni in casa, lontano dai suoi coetanei, troppo stupidi per capirlo.
Solo qualche anno più tardi, quando alcuni bulli presero di mira la sua prima e unica ragazza (e futura moglie) additandola ripetutamente col nomignolo di Miss Piggy, reagì alle continue provocazioni sfidandoli e invitandoli a vedersela con lui nel cortile della biblioteca.
Coraggiosamente, i bulli non si fecero intimorire dall’inattesa reazione di Joshua, e, in tre contro uno, lo pestarono a dovere, mandandolo dritto dritto all’ospedale. L’esperienza di calci e pugni, ricevuti in gran quantità dagli arditi teppistelli, gli procurò un temporaneo problema alla masticazione e una definitiva sordità all’orecchio destro. Ma gli regalò anche l’esclusiva e assoluta devozione di Therese, che sposò tre anni più tardi.

Joshua, finalmente, decide di congedarsi dallo specchio. Afferra una maglia che ha trovato sullo stendino chiuso e appoggiato a bordo vasca, sembra asciutta anche se non proprio pulita, pigramente se la infila ed esce dal bagno. Attraversa un breve tratto di corridoio al buio, entra nella cucina e, tastando la parete alla sua sinistra, tocca l‘interruttore della luce che si accende.
Si accorge subito della sporcizia sparsa un po’ dappertutto, dalle stoviglie sudice ammassate sul lavello di marmo, alla tavola ricoperta di polvere, al centro della quale nota un vassoio pieno di palline raggrinzite e annerite che in origine dovevano essere state delle arance.
“Non capisco perché quella donna debba ridurre la casa in questo modo, prima di decidersi a ripulirla.” riflette infastidito, mentre apre il frigorifero e tira fuori il cartone aperto del latte.
Beve, sente dei grumi sulla lingua e subito un pizzicore ed un saporaccio acido gli riempie il naso e il palato, inducendolo a rigurgitare l’intera boccata di latte andato a male sul pavimento. Va sotto la luce al centro della stanza e legge la data apposta sul bordo del cartone, la rilegge una seconda volta e si accorge che il latte è scaduto ormai da oltre un anno. “Non è possibile!” pensa.
“Come può essere?” continua a ripetersi, mentre il disgusto rimasto nella bocca lo costringe a cercare dell’acqua da bere per togliersi quel miscuglio amaro e nauseante di formaggio scaduto e ruggine.
L’acqua del rubinetto sa di ferro, ma da qualche parte dovrebbe esserci una bottiglia di acqua minerale.
Eccola! Finalmente la vede, è quasi nascosta dietro alcuni barattoli sul ripiano superiore della dispensa, non sarà fresca ma almeno gli toglierà quel saporaccio schifoso dalla bocca.
Afferra la bottiglia, toglie il tappo e inizia a bere.
Fa in tempo a deglutirne un’ampia sorsata, quando, quasi immediatamente, un impulso meccanico proveniente dalle viscere lo porta ad espellere violentemente l’intero contenuto del suo stomaco. I conati ripetuti lo lasciano senza fiato, mentre i succhi gastrici, riemersi in quantità, gli bruciano la gola andandosi a sommare coi loro acidi al sapore di marcio dell’acqua ingerita e subito rigettata.
Un’improvvisa, grande debolezza gli fa tremare le ginocchia. Si appoggia ad una sedia e rimane in piedi a fatica, non ha più fiato e avverte un gran dolore al diaframma. Si sente come prosciugato, per un po’ gli è sembrato che ogni liquido del suo corpo volesse abbandonarlo, persino gli occhi hanno iniziato a lacrimare.
Sparso sul pavimento vede ciò che resta dei suoi ultimi pasti, e un nuovo stimolo, accompagnato da nuova e abbondante salivazione, lo avverte che non è ancora finita. Altri conati e altre convulsioni gli percuotono il petto, ma, a parte la saliva, nient’altro gli esce più dalla bocca.
Odore di vomito tutt’intorno, ma Joshua non ci fa più tanto caso, anzi, ripensa al sapore pessimo di quell’acqua e al suo odore: un misto di pesce ed erba marcia. “Meglio la puzza di vomito.” conclude.

È sconcertato, non riesce a comprendere cosa sia successo. Poi riprende in mano la bottiglia di plastica contenente quell’acqua pestilenziale, la guarda attentamente e capisce, all’interno vede ciò che non avrebbe mai voluto vedere: una brodaglia verdastra in cui pezzi di animaletti morti e putrescenti stanno in sospensione tra loro circondati da una miriade di minuscole particelle di alghe. In superficie, una sottile pellicola grigia (probabilmente muffa), sulla quale alberga una colonia brulicante di vermetti gialli (ovvero larve di mosca assai vive e indaffarate in continue contorsioni), completa il ributtante quadretto visibile all’interno della bottiglia. Vede tutto ciò e si ricorda del sapore lasciatogli in bocca, quindi un nuovo e potente sforzo di vomito gli inchioda il diaframma, obbligandolo a piegarsi in avanti.
Ma, con lo stomaco ormai svuotato del tutto, nulla più gli fuoriesce dalle fauci martoriate, se non una serie di profondi e dolorosi singulti.

Esausto e mortificato si abbandona sulla sedia, ripensa alle stranezze trovate in cucina e riflette sul da farsi.
“Non riesco a credere che quella donna abbia ridotto la cucina ad un simile porcile! Adesso vado là e la sveglio, poi gliene dico quattro!” decide. Poi ci ripensa.
“È pur vero che non è mai stata una moglie disordinata… e non ricordo di aver mai visto la cucina ridotta così! Mah, più ci penso e più non riesco a spiegarmelo… Comunque deve sapere le porcherie che ho trovato! Le deve sapere! Sì sì, la vado a svegliare…” conclude alla fine.

Con grande sforzo si alza dalla sedia per tornare in camera da letto, ma, nel farlo, deve oltrepassare per forza la larga chiazza di vomito che insozza il pavimento della cucina tra lui e l’ingresso al corridoio.
In uno slancio di ottimismo nei propri mezzi fisici, sceglie di azzardarsi in un improbabile salto dell’ostacolo. Scelta che in pochi istanti si rivela molto infelice: ciò che nelle intenzioni doveva essere un facile saltino di qualche spanna, a causa di una sottovalutata debolezza e della natura viscida del fondo, si trasforma in una specie di grossolana spaccata con scivolata e perdita di equilibrio finale.
Il risultato è un ginocchio slogato, una forte contusione alla spalla destra e, per non farsi mancare nulla, un taglio sul palmo della mano sinistra procurato dal bordo sporgente in lamierino del piano cottura a cui Joshua ha tentato di aggrapparsi, prima di rovinare definitivamente sul pavimento e sui propri rimasugli gastrici.
La prima conseguenza è un forte dolore al ginocchio sinistro dovuto alla distorsione. Prima uno spasmo acuto, lancinante e, per fortuna, di breve durata; un lampo di dolore che gli ha strappato un grido di sofferenza, subito soffocato dall’immediata caduta. Dolore poi diventato più blando, ma comunque tale da togliere le poche forze rimaste.
La botta alla spalla invece non gli ha procurato alcun dolore immediato, si accorge però che il braccio destro è indolenzito e incapace di alzarsi oltre la propria spalla.
Del taglio alla mano se ne accorge solo in seguito, quando prova ad afferrare la maniglia arrugginita della credenza nel tentativo di alzarsi: il contatto col metallo ruvido gli infligge istantaneamente un forte bruciore che lo spinge a lasciare la presa.

Ora è steso sul pavimento, dolorante e inzaccherato nel proprio vomito, ne respira la puzza e ne sente il sapore.
Sente il ginocchio gonfiarsi e il taglio alla mano comincia a pulsare. Dà un’occhiata alla ferita: sembra profonda e perde un bel po’ di sangue. “Cristo, qua c’è ruggine dappertutto… Dovrò fare l’antitetanica!” pensa guardandosi la mano.
Vorrebbe alzarsi ma ha una gamba e un braccio praticamente fuori uso. Quindi rimane immobile a terra per un po’ a far funzionare l’unica cosa che ancora può usare di sé senza timore: il cervello!

La situazione può essere analizzata da diversi punti di vista. Si potrebbe evidenziare l’aspetto tragico della cosa, oppure quello comico. In entrambi i casi a livello pratico non cambierebbe granché, ciò che cambierebbe sarebbe eventualmente l’approccio umorale.
L’umore, specie quando è buono (è risaputo), è un ingrediente essenziale della forza di volontà e della relativa voglia di ricerca delle soluzioni ai problemi.
Pessimismo, ottimismo e realismo sono le tre visioni del mondo che l’uomo di volta in volta è portato a condividere in base all’umore del momento e all’esperienza accumulata. Dove agire quindi?
Sull’esperienza direi di no: l’esperienza può condizionare ma è come un’eredità, ognuno ha la propria e quella rimane.
Sull’umore invece sì: su quello si può intervenire e si può fare cambiando il proprio punto di vista.

Ma quale punto di vista può mai avere Joshua? Un uomo brutto, con una moglie brutta, una casa brutta e sporca, un lavoro brutto e monotono, una vita brutta e anonima?

Questo è ciò che il suo cervello sta producendo: pensieri astratti, inutili, che girano su se stessi senza andare da nessuna parte.
Joshua Lustig non è mai andato da nessuna parte, ha sempre preferito il basso profilo: l’unica cosa che lo fa sentire al sicuro in un mondo che odia da sempre, e da cui è ricambiato con gli interessi.

Inaspettatamente Joshua si mette a ridere.
È steso a terra, sporco, puzzolente e dolorante, e ride. Forse è una risata isterica, sicuramente è forzata; voluta apposta per aggirare il proprio punto di vista. Magari funziona. Magari, ridendo di sé, si può diventare ottimisti.
Ma non funziona affatto!
E dal riso si passa ad un pianto di frustrazione, dai conati ai singhiozzi, altro lavoro per il suo diaframma dolorante.

Non è un pianto liberatorio: è dolore che si somma al dolore, dolore che diventa rabbia, rabbia che diventa un pugno di stizza contro il pavimento sporco sferrato con la mano sana. E tutto quanto si risolve con una bella schizzata di vomito sulla faccia!

Vorrebbe gridare, chiamare sua moglie, chiedere aiuto almeno per potersi alzare da quel pantano lurido che lui stesso ha creato. Ma non può e non vuole.
Del resto, come potrebbe mai farsi vedere ridotto a quel modo?
Come potrebbe confessare tutta quella miseria all’unica persona che abbia mai avuto il riguardo di considerarlo (almeno per un po’) importante?
Therese Dobrinov, la donna che ha sposato, dopo tutto non merita una simile delusione, e quella notte Joshua non ha nessuna intenzione di procurargliela. Rimarrà un segreto tra lui e la sua goffaggine.
Quindi deve cavarsela da solo. Trovare un modo e sperare che nel frattempo sua moglie non si svegli.

Si sente umiliato, patetico, spaventosamente ridicolo. Ma deve trovare il modo per uscire da quella penosa situazione, e l’unico modo che gli viene in mente è strisciare.
Ed è così che si trascina dalla cucina al bagno oltre il corridoio: striscia sul pavimento lasciando dietro di sé tracce di vomito e impronte insanguinate.
Ora è entrato in bagno ma è al buio. Non basta la luce che dalla cucina arriva ad illuminare l’angolo del bagno affacciato al corridoio, deve alzarsi in qualche maniera e premere l’interruttore del neon.
Si appoggia alla vasca da bagno e puntella la gamba sana contro la parete, poi, con entrambe le braccia e vincendo il dolore alla spalla e alla mano, si solleva lentamente fino a sedersi al bordo della vasca.
Il più è fatto! Finalmente si alza in piedi e, facendo attenzione a non caricare il proprio peso sulla gamba slogata, zoppica arrivando sino all’interruttore di fianco allo specchio e accende la luce.

Ciò che vede riflesso nello specchio di certo non poteva aspettarselo.
Sente il cuore accelerare, il rimbombo dei suoi battiti echeggiargli nelle orecchie sempre più forte; teme che possa scoppiargli nel petto, e forse sarà così.
E se stesse per avere un infarto?
La domanda si fa assillante e comincia a cancellare ogni altro pensiero. Joshua ha sempre avuto paura che, prima o poi, il suo cuore ingrossato potesse stancarsi definitivamente di lavorare in quel corpo inutile. La batosta subita in cucina potrebbe forse essere stata la goccia finale.
E poi, adesso, la sua faccia riflessa nello specchio gli sta dando la conferma che di certo il peggio non è passato: se mai avesse immaginato il suo aspetto da morto, quello che ora sta vedendo ne è l’inequivocabile proiezione.

Un volto prosciugato di ogni sfumatura e di ogni spessore vitale, con due occhi sempre più infossati e spenti. Le rughe che segnavano la sua faccia, prima profonde e numerose, ora sembrano scomparse, quasi cancellate dalla tensione di una pelle grigia e insolitamente liscia e sottile ritiratasi nei propri orifizi. Intorno alla bocca, quasi ridotta ad un foro circolare privo di labbra, una cornice di grumi di vomito e sangue rimane l’unica traccia di colore di quel quadro mostruosamente grottesco.
Per tutta la vita è stato abituato a fare i conti col suo aspetto, ma ciò che vede ora lo spaventa. Ormai il cuore viaggia all’impazzata e ad esso si aggiungono affanno e tremore, il petto comincia a far male e le forze residue stanno per abbandonarlo.
Prima di stramazzare di nuovo a terra, lentamente e intenzionalmente, si adagia sul pavimento.

La paura si è trasformata in terrore!
Vorrebbe gridare ma non riesce neppure a respirare. Gli sembra che tutto si allontani; ogni cosa, ogni oggetto, come se stesse precipitando. Chiude gli occhi per non guardare e ascolta il rumore del suo cuore impazzito.

Poi sente un altro rumore: sono passi provenienti dal corridoio.
Riapre gli occhi e vede spuntare sulla porta una donna enorme, avvolta da un’enorme vestaglia bianca.

«Therese, sei tu? Aiutami ad alzarmi, ero venuto in bagno a pisciare e devo aver avuto il mio solito attacco di panico… Penso di essere svenuto, ma ora sto meglio, credo…» si affretta a spiegare Joshua.
Ma la moglie non si muove, rimane sulla porta davanti a lui.
Allora Joshua, spazientito, la guarda ed esclama: «Anche se sei morta, dato che ti sei alzata dal letto, potresti pure darmi una mano!»
«Vorrei farti presente, caro Joshua, che sei morto anche tu!» risponde lei con aria di rimprovero, «Mentre quello stava per farci a pezzi, sei svenuto dalla paura e mi hai lasciata da sola! Smettila di far finta di essere vivo! Vai a raccogliere l’intestino che hai sparso in cucina e torna con me a letto! Ora l’unica cosa da fare è continuare a dormire… per sempre!»

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