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Da Ferrara a Roma in bicicletta. Un’esperienza da consigliare. Caldamente, vista la stagione.
Basta avere un po’ di gamba, una buona bici e qualcuno che sappia leggere mappe e carte geografiche.
Non certo come il sottoscritto che per tentare di rimediare alla totale incapacità di individuare i quattro punti cardinali in un tempo ragionevole si è pure iscritto ad un corso Cai e durante la lezione in montagna di orientamento è stato subito apostrofato dall’istruttore, perché stavo guardando la carta delle cime davanti a me a rovescio.
Siamo partiti in sette, i Magnifici sette. Sull’aggettivo è lecito avere qualche dubbio, ma sul numero assicuro che la certezza è apodittica.
Merito dell’organizzatore avere distribuito tappe alla portata di tutti e lungo città e luoghi incantevoli. San Piero in Bagno (che finora credevo fosse un’immagine sacra in intimità), Sansepolcro, Perugia, Todi, Otricoli e Roma.
Un tessuto di centri incredibilmente ricchi di storia e arte, ricamato da un paesaggio – quello umbro e laziale – incantevole.
È l’Italia, che nonostante tutti i lavori pubblici e fuori dalle notizie dei telegiornali è di una bellezza infinita.
Si passa, senza sosta, dalla Risurrezione e dal Polittico della Misericordia di Piero della Francesca a Sansepolcro, passando per Perugia (dove basta una visita agli affreschi di Perugino del Collegio del Cambio per rimanere senza parole), e poi al duomo e alla piazza di Todi, e ancora giù fino alla capitale.
Qui l’imbarazzo della scelta nella città più bella al mondo impone una selezione. E così, da un lato, un tour caravaggesco per San Luigi dei Francesi, Sant’Agostino e Santa Maria del Popolo e, dall’altro, una puntata all’insegna del Romanico a San Giorgio in Velabro e, per finire, a Santa Maria in Trastevere.
Ecco, di fronte ad una magnificenza che leva il respiro, ad una costante del bello che per quel poco di mondo che ho visto non mi pare abbia eguali, almeno in queste proporzioni, chiunque riterrebbe di avere una risorsa in quantità tale che nemmeno gli arabi con tutto il loro petrolio penserebbero così in grande.
E invece.
Per l’intero itinerario, zero, o quasi, piste ciclabili. Per buona parte del viaggio abbiamo percorso la strada provinciale Tiberina (se non ho capito male), che addirittura in alcuni tratti è stata chiusa al transito perché, immagino, non ci sono soldi per la manutenzione. È vero che così diventa una lunga ciclabile in mezzo ad un paesaggio sorprendente, ma è altrettanto vero che la vegetazione si sta impadronendo della strada.
Per chi, poi, ha già fatto in precedenza la Innsbruck Salisburgo sempre su due ruote, ha visto che altrove si favorisce questa forma di turismo con un servizio di trasporto bagagli. Lo paghi, ma c’è. In Italia non sai a chi rivolgerti e quindi ti porti il bagaglio sulle spalle. Dall’inizio alla fine.
Viene facile dire che per chi dovrebbe puntare sul turismo per vincere facile, non pare una strategia di marketing vincente quella della selezione darwiniana del visitatore.
Infatti i non molti ciclisti che si incontrano – sostanzialmente stranieri – sembrano dei Cristoforo Colombo che non sanno bene su che sponda approderanno la sera.
Nella capitale, poi, uno che gira in bici sembra un marziano.
Arrivi alla stazione di Prima Porta per caricare il tuo destriero sul treno, ed evitare la bolgia della tangenziale, e per tutta risposta ti scontri con un categorico “None” del capostazione.
Dopo aver dato fondo inutilmente a tutte le capacità diplomatiche, riprendi in mano la mappa (non io, per carità) e studi un percorso alternativo.
Ho notato che fra controviali, come nel nostro viale Cavour, e marciapiedi larghi da farci un’assemblea di condominio, a occhio e croce non dovrebbe essere una spesa da far sballare il patto di stabilità attrezzare Roma con piste ciclabili. Tante soluzioni sembrerebbero a portata di mano. Basterebbe, credo, tirare una riga di vernice per separare tanti marciapiedi in due: da una parte i pedoni e dall’altra le bici. Così come i controviali (vedi la Nomentana) si potrebbero riservare alle bici, anziché alle auto.
Infine c’è il viaggio di ritorno.
Non c’è un treno che da Roma a Ferrara carichi le due ruote. Perciò occorre prendere solo convogli regionali: Roma-Firenze, Firenze-Prato, Prato-Bologna e Bologna-Ferrara.
Va detto che è encomiabile la disponibilità e cortesia dei capitreno, che spesso si fanno in quattro per far salire velocipedi anche oltre la disponibilità (sono numerosi ormai i pendolari che si portano con sé la bici nei loro spostamenti di lavoro o studio).
Ma chi ha fatto almeno una volta la Dobbiaco Lienz, sa che a fine treno nella stazione della cittadina austriaca c’è un vagone che ne carica un numero esagerato e che nel solo Trentino puoi salire con la tua amica di metallo su qualsiasi treno.
Qualcuno ha detto che il solo mercato tedesco delle due ruote a pedali si aggira sui 3,5 milioni di turisti.
Come si fa a continuare a sfornare spot in cui fior di attori e star dello schermo ti dicono con fare suadente, come se dovessi andare a letto con Pamela Anderson: “Vieni nelle Marche”, piuttosto che in qualunque altra regione italiana (le immagini incantevoli non mancano e i fotografi fanno oggettivamente poca fatica), se poi una volta varcato il confine pare ci sia una gara a inscenare il peggior ufficio complicazioni affari semplici?

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