18 Ottobre 2014

LA SEGNALAZIONE
L’anticonformismo di Leopardi

Martina Pecorari

Tempo di lettura: 5 minuti

leopardi-germano

“Dolce e chiara è la notte e senza vento”. Quando Leopardi comincia a recitare “La sera del dì di festa” lo spettatore è delicatamente trasportato all’interno della biblioteca del palazzo di famiglia che, nella scena, è illuminata a giorno da una Luna tonda e scrutatrice. Si tratta solo di una tra le tante inquadrature che Martone dedica alla natura, lasciando che la voce del poeta culli lo spettatore per suscitare le emozioni più profonde. Come se i versi di Leopardi, interagendo con le musiche di sottofondo realizzate dal notevole musicista tedesco Apparat, siano in grado di far rivivere il più grande autore della letteratura italiana, protagonista de “Il giovane favoloso”.
Anche il titolo emblematico del film uscito nelle sale italiane un paio di giorni fa punta i riflettori sulla figura di Giacomo Leopardi, che il regista ha affidato alla formidabile recitazione di Elio Germano. Circondato da un cast coi fiocchi, dove Massimo Popolizio veste i panni del severo Conte Monaldo, padre del poeta, e Michele Riondino impersona il fedele – o quasi – amico Ranieri, l’attore si è destreggiato con le poesie e le sofferenze dell’autore marchigiano per ben 137 minuti, durata complessiva dell’opera trasmessa, a Ferrara, dal cinema Apollo.
Focalizzandosi sulla giovinezza malinconica e solitaria che Leopardi trascorre a Recanati, il film dipinge la vita del poeta attraverso una sceneggiatura lenta e descrittiva. La natura semplice del paese marchigiano si sussegue in un gioco di colori e di immagini, che Martone alterna in frazioni di secondo. Così, disorientando il pubblico anche grazie alla recitazione dei celeberrimi “Idilli”, Martone si avvia pian piano verso la seconda parte dell’opera cinematografica, che vede Leopardi ingobbito e prigioniero dei ricchi salotti fiorentini. La nuova esistenza, lasciando il posto alle disillusioni, porta Giacomo a perdersi nella maturata bellezza di Fanny Targioni Tozzetti: le difficoltà a socializzare e la sfiducia nella natura umana, che rendono l’autore scontroso e – talvolta – addirittura saccente, si mescolano così al desiderio di amare ed essere amato.
La ricerca dell’affetto sarà il punto di partenza per capire fino in fondo la fase napoletana della poesia leopardiana, a cui Martone dedica quasi tutta la terza parte del film.
Tra squallidi bordelli e donne superstiziose, sarà proprio questa esperienza a “liberare il poeta”, come Germano ha affermato in una recente intervista. Il contatto con la povertà e la morte, che Martone riporta sulla scena attraverso i cupi colori di una città sconvolta dal colera, sembrano dipingere lo squallido paesaggio de “La Ginestra” e la necessità di realizzare una maggiore unione tra gli uomini.
Un’unione tra mortali che assume un significato duraturo e universale. Perché Leopardi “ha una natura antica che però sa guardare avanti” ha spiegato Martone a Repubblica, anticipando il messaggio del film: “E’ un poeta che parla a chiunque senta l’urgenza di rompere le gabbie che dall’adolescenza in avanti tutti noi percepiamo intorno”. Da L’infinito a Paralipomeni della Batracomiomachia, le opere citate nel film non ci offrono solo una biografia attenta del poeta, ma mescolano riflessioni e sentimenti per spingerci verso la libertà senza tempo tipica dei giovani.
Scoprire l’autore per riscoprire noi stessi: questo è l’obiettivo che il regista ha cercato di realizzare soffermandosi sui classici temi leopardiani, come le illusioni e la natura, che egli ci mostra grazie alla forza delle immagini e ai profondi dialoghi. Personalità forti e burbere, deboli e affettuose ruotano intorno al protagonista, che, in momenti diversi, “ci dice cose diverse”, assumendo la stessa posizione “ribelle” occupata da Pasolini negli anni Sessanta: “Un non allineato, un anticonformista poco compreso dai contemporanei” ha aggiunto Martone, il quale, arricchendo il film di riferimenti all’Unità d’Italia e alle opposizioni tra gruppi ideologici diversi, sembra portare sulla scena il disagio politico e sociale attuale, il quale riflette la solitudine dell’individuo.
Il mondo che cambia, le tensioni internazionali e le difficoltà economiche di una crisi interminabile sono solo alcune delle vicende che sembrano smontare le rosee previsioni improvvisate dal venditore di almanacchi al passeggere disilluso.
Ma sarebbe scolastico ridurre la riflessione di Leopardi a un pessimismo senza vie di fuga. Martone lo sa bene e, immortalando i silenzi delle viuzze di Recanati e la rigogliosa natura di Torre Annunziata, apre le porte alla sensibilità del poeta, che si può conoscere usando solo “anima e cuore”. Perché, nonostante i malanni fisici, ridotti al minimo dalla regia, Leopardi continuerà ad aiutarci a guardare oltre il confine, aprendo le porte al suo desiderio di infinito. Un desiderio che, demolendo le barriere del tempo, ci fa capire come, nonostante tutto, “il naufragr c’è dolce in questo mare”.



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