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La Sinistra e la Rivoluzione elettronica

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Nell’era della fine della politica e dell’ideologia, dell’antipolitica dilagante – la credibilità verso i partiti è quasi zero, come dimostrano le elezioni con il partito oscuro dell’astensionismo, sempre sottovalutato – è possibile immaginare scenari relativamente ex novo, neoprogressisti. In questo testo evidenziamo in particolare una possibile sinistra 2.0, partendo dal presupposto che proprio la rivoluzione informatica o elettronica del nostro tempo, scientifico-sociale in ultima analisi, magari controcorrente rispetto al trend liquido e minimalista dominante, ha già generato orizzonti neoprogressisti possibili, per chi li voglia vedere.

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In principio la Tecnologia
La cosiddetta Sinistra attuale, moderata o estremista che sia, a livello intellettuale e nella macchina organizzativa, non si è ancora affrancata dal mito novecentesco economicistico e riduzionistico. Dopo decenni di massmedia, informatica e dopo Internet, non è però più l’economia, ma la tecnologia, intesa come rete quasi senziente, che filtra in modulazioni strutturali e decisive qualsivoglia input economico (spettacolare la differenza tra le Borse prima e dopo il web e l’informatica: praticamente una piccola time machine che dribbla come moto perpetuo qualsiasi fuso orario). Ora la tecnologia in sé, non è riducibile a qualsivoglia intenzionalità o residua ideologia neoliberista. Il condizionamento certo è reale, ma secondario almeno virtualmente: i nuovi significanti Techno da un lato innestano una complessità non facilmente prevedibile, dall’altro sono protesi o estensioni della mente umana psicosociale – come spiegarono chiaramente decenni fa i vari McLuhan e A. Toffler e oggi De Kerckhove e, piu in profondità avveniristica, futurologi come Raymond Kurzweil, Zoltan Istvan – in un feedback costante pluridirezionale, multitasking persino, tra società e soggetti umani.
Il trend dominante nella cosiddetta Sinistra, come news del 2000, privilegia l’ecologismo come nuovo paradigma globale, ma è chiaramente una opzione traumatica verso il futuro: una certa ecologia è certamente un nuovo valore etico-sociale (e anche tecnologico pragmatico), ma ha senso creativo e propulsivo solo come sottocategoria, pur fondamentale, in altro paradigma più ampio: la tecnologia. Oggi si parla di orizzonti sociali che sono ormai planetizzati o globali, con circa 10-20 miliardi circa di unità umane prevedibili per il 2020-30: l’ecologia al centro – e non la tecnologia, la conoscenza tecnoscientifica globale – con la sua ipotesi più diffusa, la discutibilissima decrescita felice, è pretendere di andare sulla luna ancora con i libri di Jules Verne. Soltanto un nuovo progresso informatico ed ecologico, superando il mito della Natura separata dalla tecnologia, può cavalcare razionalmente e anche immaginativamente le sfide del Duemila e del nostro tempo. Curiosamente, tale primato della tecnologia appartiene eccome alla tradizione marxista, e caratterizzava Gramsci il Pci.

Valore e miseria del post Pci
Nella cosiddetta Sinistra, inutile girarci attorno, le autocritiche sono sempre in ritardo di 20 anni (dalla rivoluzione ungherese in poi il copione è stato sempre quello). Il Comunismo nei fatti, come alternativa al capitalismo (oggi turbocapitalismo), si è rivelato uguale al Nazismo come totalitarismo e disumanizzazione umana. Anche la storia però è complessa: come il Fascismo italiano non fu solo quel demone che ancora oggi a sSinistra si esorcizza (rispetto all’innegoziabile nNazionalsocialismo tedesco), cosi e ancora di più in senso democratico, il Comunismo italiano fu una rondine (rispetto al Comunismo internazionale totalitario), che almeno in Italia ha fatto davvero la sua primavera.
Il vero progresso in Italia dopo la seconda guerra mondiale ha sempre il marchio preciso del Pci con le sue battaglie e conquiste: oggi le regioni rosse sono una parodia di benessere e buongoverno, ma a suo tempo non erano simulacri ideologici, bensì fiore all’occhiello dell’Italia più evoluta. Pur con tutte le ambiguità e le incompiute ben note storiche – la Resistenza non solo lotta di Liberazione, ma anche mito del Comunismo sovietico, i gravi ritardi su Budapest e Praga, fino a prima di Berlinguer, certa egemonia culturale e economica con il sistema Coop – indubbie, ma spesso culturalmente e produttivamente elevate ed efficienti, il Pci era un Partito del Futuro e del Progresso: guardava alla scienza e alla tecnologia come macchine per il cambiamento sociale, rifuggeva regressioni religiose e passatiste. Al passo con Marx e non solo, era chiaro il valore storico del capitalismo come fase storica propulsiva rispetto a ogni Medioevo o primitivismo della storia umana. Capitalismo da superare, certamente, ma via via e fin da Togliatti, pur non ufficialmente, con l’utopia comunista giustamente sempre più ridimensionata, riconnessa semmai a orizzonti postcapitalistici, socialisti e liberali (diversamente utopici) evoluti da ridefinire sul piano linguistico. Oltre la vecchia utopia, nei fatti, non tutti nel Pci erano ciechi. Con Berlinguer tale dinamica quasi apparve alla luce del sole: il cosiddetto eurocomunismo andava in tale direzione. Così il famoso compromesso storico con la Dc umanistica di Aldo Moro. Più in generale, negli anni Sessanta e Settanta il recupero del significante originario socialista s’innestava in quel discorso internazionale, persino di umanesimo socialista (quindi già postcapitalista tecnologico umanizzato), promosso da certa futuristica sociale di matrice psicologica o da stesse dissidenze dell’Est: Erich Fromm e altri liberal in Usa, W. Reich e Marcuse in particolare, Adam Schaff, il meglio della post-scuola di Francoforte, in Italia il giovane Umberto Eco, semiotico, la promozione mediatica scientifica di Piero Angela, la cibernetica sociale di Silvio Ceccato e Roberto Vacca, il Club di Roma di Aurelio Peccei. Sullo sfondo anche posizioni radicali come Debord, Lacan, Baudrillard, Foaucult, Derrida e Delouze. Libri collettanei come “L’Umanesimo Socialista” a cura proprio di Fromm e altri indicavano un orizzonte già complesso e innovativo, su cui si muoveva già proprio il Pci di Berlinguer.
Quel che è successo dopo è noto: l’ala regressiva del ’68, maoistica, ha prevalso nella cultura italiana, in una forma (gravissimo il terrorismo) o nell’altra (una lenta conquista del potere della magistratura e della stampa e poi della televisione e della politica post-Tangentopoli); Berlinguer è scomparso prematuramente; Moro assassinato; l’Urss è autoimplosa; il Pci con Natta e Occhetto in crisi di identità fatale; e poi appunto Tangentopoli, il mito di Tangentopoli. Il Pci doveva necessariamente sparire, anche quello italiano, la storia mondiale del Comunismo fallimentare e criminale era un fatto conclamato. La Sinistra degli anni Novanta e del 2000 doveva riformattarsi, completare sul serio le dinamiche di trasformazione in senso verodemocratico liberal e socialista, captare la mutazione tecnoscientifica già flagrante negli anni Ottanta e Novanta, con l’avvento dei primi pc e della prima informatica di massa, la nascente all’epoca rivoluzione elettronica. Invece ha cavalcato in modi fanatici la stagione di Tangentopoli, necessaria igiene della Prima Repubblica, ma facendo fuori il Psi di Craxi (coinvolti certamente, ma già un poco postmoderni e attenti alla rivoluzione elettronica) e poi con sempre più un clamoroso lifting neodemocristiano da Prodi a Renzi, si è perversamente de-generata la regressione cattocomunista, mixata con un fondamentalismo politichese esploso con 20 anni di mera demonizzazione dell’era di Berlusconi (regolarmente eletto perché aveva capito, anche se in ottiche conservatrici, le rivoluzioni dei mass media e poi quella elettronica in progress), anziché elaborare nuove progettualità alternative democratiche sul serio e appunto postmoderne evolute.
Il cattocomunismo, l’opposto dell’umanesimo sintetico timidamente sperimentato da Berlinguer e Moro, la sua versione assolutamente regressiva, non il meglio della stagione socialista e della tradizione umanistica italiana, ma il peggio della burocrazia totalitaria comunisticheggiante e del ben noto stile ‘mafioso’ guicciardiniano storico italico.

Il cattocomunismo terminale

Nel ventennio berlusconiano e anche oggi, dopo Monti, Bersani, Letta e ora il regime Renzi, è sorto come un ogm venuto male il cosiddetto ‘cattocomunismo’ che coinvolge pure i resti della sinistra estrema (sempre settaria parareligiosa) e, parzialmente, lo stesso M5Stelle di Beppe Grillo, per molti altri aspetti il primo partito del web in Italia, ma penalizzato dal tale stessa ambiguità congenita. Il futuro e il progresso sono rimossi o edulcorati, come già accennato, nel mito dell’ecologismo e del mondo sostenibile, della demonizzazione del turbocapitalismo e del consumismo, fino alle discutibili news ultime, acriticamente multietniche, acriticamente apologetiche della diversità sessuale a prescindere. Le differenze storiche oggettive tra Occidente e Terzo e Quarto mondo, arretrati strutturalmente di secoli, che persino Marcuse conosceva bene, da colmare pur con ricette non più imperialiste, sono svanite nell’omologazione del pensiero unico orizzontale, in una ridondanza veteroumanistica poco adatta al linguaggio necessariamente ‘freddo’ di ogni macchina politica onesta, capace di non speculare sulle passioni viscerali delle masse. La rivoluzione socialista è diventata la sintesi regressiva con etnie diverse a prescindere e i cosiddetti gay, un tempo mera espressione perversa della decadenza borghese (cosi si bollava persino Pasolini), sono diventati i nuovi soggetti rivoluzionari, al posto degli operai e del popolo in generale!
Qualcosa non quadra. Non discutiamo il ruolo fondamentale dell’ecologia per qualsivoglia scenario del futuro, né la necessità di soluzioni più evolute delle ricette destroidi sulla questione epocale immigrati e sul non banale pericolo isislamico, né giusti riconoscimenti giuridici (alcuni, almeno) all’emergente comunità gay. L’impressione di una fase renziana anche in Italia come in Europa, con questa Europa non dei popoli, ma della Finanziocrazia internazionale (tra poche famiglie americane, alcune euroasiatiche, troppe arabo musulmane, che condizionano il mercato globale in modi decisivi e nei fatti fraudolenti e persino, visti gli esiti della crisi sempre in primo piano, anche poco lungimiranti), orwelliana, è un dato di fatto probabilmente. Al di là delle intenzioni stesse del giovane premier, limitato nel gestire (certamente non meglio di lui i vari Veltroni, Prodi, Franceschini, Bersani) un certo andazzo dei tempi, macropolitico e macroeconomico.

Ritorno al Progresso
Come diceva Marx stesso però, con il suo straordinario link cosiddetto disillusione, vedere il reale, è anno zero verosimile per progetti credibili e promettenti, sicuramente aperti e rettificabili a seconda del divenire storico e dei risultati verifiche dei fatti. Il progresso, il futuro, la nostra storia occidentale devono tornare al centro, non per eurocentrismo, ma perché se si parla di valori umani universali e moltitudini o popoli, le differenze esistono e semmai sono i migranti che devono integrarsi con i nostri valori universali, figli di secoli di democrazia e rivoluzione scientifica, storicamente sconosciuti alle etnie emergenti. Piaccia o meno, parliamo non di singoli o gruppi d’eccezione, ma di moltitudini e la storia si sa è lentissima nei cambiamenti psicosociali. Non si esce dal turbocapitalismo, all’orizzonte nessuna alternativa planetaria forte. Chi lo nega è in malafede: al massimo è possibile rettificarlo, umanizzarlo, rallentare il consumismo, o meglio riconcertarlo in senso distributivo più egualitario e diffuso. Questo però è possibile solo capendo la priorità del linguaggio e della conoscenza tecnoscientifica come registro di sistema vincente di qualsivoglia nuova progettualità futuristica presente e prossima, per lanciare nuovi modelli postcapitalisti più evoluti (ma in senso letterale, non oltre o verso isole che non ci sono!), intesi come rete e sistema non scomponibili: una nuova Grande Macchina da concertare, ottimizzando le oggi dissipate risorse tecnologiche e scientifiche, quelle nascenti dalla robotica e dalla computer science e dalle nuove scienze dell’alimentazione (ogm inclusi e molte cibornetiche), unitamente al salvataggio delle risorse naturali e alle nuove tecnologie verdi, consapevoli tuttavia per queste ultime che le promesse dei decenni scorsi nei fatti non si verificano, in quanto per la complessità e il divenire reale del mondo attuale, piaccia o meno, esse sono state sopravvalutate (non per complottismo delle orride multinazionali). Al contrario, come ben spiega la comunità scientifica, solo una concertazione di tutte le risorse energetiche possibili, anche il nucleare di ultima generazione, può garantire un nuovo progresso almeno decoroso per la maggior parte dell’umanità.

Che c’entra la cosiddetta sinistra italiana in tale scenario futurista? Secondo noi poco o nulla. La riformattazione altro non può essere, per una new Left 2.0, che ex novo o radicale. Largo ai giovani, ma a giovani scienziati, naturali e sociali, nativi digitali doc, non sempre letteralmente, ma come nuova forma mentale sì. Via invece quasi totalmente, gran parte dei gruppi dirigenti e militanze varie: non sono mentalmente e culturalmente idonei a tale rivoluzione auspicabile. Sono soprattutto tecnoanalfabeti, anziani o giovani che siano, riflettono sempre le inerzie e le mappe obsolete del Novecento più o meno ideologico. E idem per l’Intellighenzia. Siccome però parliamo di grandi numeri, premettere il licenziamento in tronco, nelle macchine della politica o dell’Intellighenzia cosiddetta di Sinistra, di gran parte degli attuali gruppi dirigenti o di base o maestri di pensiero supposto significa, pur intercettando le minoranze, ancora centinaia almeno di soggetti o anche gruppi più o meno laterali e marginali attualmente, pur già presenti e operativi sia nelle macchine politiche sia nelle nicchie culturali e metapolitiche (come meri input solo indicativi: lo stesso Cacciari, il Tony Negri “americano” o il Franco Berardi “Bifo”, diversamente geopolitico o postcyberpunk). Sempre il Web pullula di parole, fatti, microchip, in genere metaculturali e metapolitici (non militanti), dove i dibattiti sulla politica, sul futuro, sulla scuola, sull’occidente, sul Terzo e Quarto mondo, sulla cibercultura, sulla tecnoscienza, sono in primo piano, generalmente in nome della complessità e consapevoli del dopo Internet. Segnalo soltanto per la mie personali sinergie (solo indicative, altrove in Rete ci sono molte altre dinamiche del genere) il movimento Netfuturista (Roma), quello futurologico transumanista (Milano), l’Italian Institute for the Future (Napoli), Space Reinassance (Cremona, Roma), Biblioteca Gramsciana (di Ales-Oristano), le stessa Scuola romana di filosofia politica (pur di matrice idealistica), e Metateismo. Per un nuovo Rinascimento, pur di matrice squisitamente culturale artistica, anche Valutazione.net (Trento-Ferrara). Infine, molte altre micro-comunità strettamente scientifiche attivissime nel ciberspazio del web.
“Noi trasformiamo il ’68 perdente in un computer vincente!”
“Fiorire non marcire!”

Info
http://www.luukmagazine.com/gramsci-e-marinetti-un-inedito-dialogo/
http://www.literary.it/dati/literary/d/diedo/gramsci_2017_dopo_berlinguer.html
http://www.meteoweb.eu/2014/09/fenomeno-transumanista/321901/
http://www.meteoweb.eu/2014/09/seconda-rivoluzione-verde-cura-marco-cattaneo-scienze/328804/

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