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Detenuti in attesa di giudizio. Non solo marò in India

LA STORIA
Detenuti in attesa di giudizio. Non solo marò in India

tomaso-elisabetta
Tempo di lettura: 7 minuti

di Valerio Lo Muzio

Succede che, durante un viaggio in India, tre amici decidano di assumere dell’eroina prima di addormentarsi insieme in un grande lettone di una stanza d’albergo, succede che all’indomani malauguratamente uno dei tre non si svegli più, succede che i due amici vengano accusati di omicidio e condannati in primo grado all’ergastolo. Sarebbe l’incipit di un possibile film, ma questa purtroppo è la vera storia di Tomaso Bruno, trentenne di Albenga, che insieme con l’amica Elisabetta Boncompagni da oltre 4 anni e mezzo scontano una condanna di primo grado all’ergastolo nel carcere indiano di Varanasi.
Sulla loro vicenda un film uscirà. ‘Più libero di prima’ è il titolo, a dirigerlo sarà Adriano Sforzi, la produzione è di Articolture Bologna e Ouvert di Torino. Il giovane regista, già vincitore di un David di Donatello per il cortometraggio ‘Jody delle giostre’, dovrà affrontare una sfida non facile: non solo la storia è tortuosa da raccontare, ma le maggiori difficoltà sono date dai costi davvero ingenti: le trasferte in India costano, e i numerosi rinvii del tribunale indiano per emettere la sentenza definitiva (il processo è stato rimandato ben tre volte) mettono a repentaglio il budget. Ora la data finale della sentenza programmata dalla Corte indiana, quella che dovrebbe decidere la sorte dei due ragazzi è programmata per metà ottobre (del resto, non stupisce la lunghezza dei tempi della giustizia indiana, vedi il caso dei due marò italiani), per finanziare il viaggio finale di Sforzi ed il suo team è stata indetta una campagna di crowdfunding.
Questa triste storia inizia il 28 dicembre 2009, quando Tomaso, Elisabetta ed il suo fidanzato Francesco Montis, si recano in viaggio in India. Il giorno prima della partenza i tre giovani decidono di consumare della droga, la mattina dopo, Francesco Montis non si sveglierà più. Il referto post mortem, redatto da un oculista e non da un medico legale, parla di morte per strangolamento, nonostante non ci siano segni evidenti e nell’autopsia si faccia cenno ad un’emorragia cerebrale, alla quale non viene dato assolutamente alcun peso. Per la polizia indiana e per i giudici non ci sono dubbi: è un omicidio passionale, nonostante la sentenza affermi che non ci sono abbastanza prove per dimostrare l’omicidio: il fatto che i tre dormivano nello stesso letto (cosa inconcepibile per la cultura del luogo) è di per sé una prova valida. Ecco che impressione si è fatto il regista Adriano Sforzi.

In meno di un mese avete raccolto il 92% dei fondi per il film. Te l’aspettavi?
No, assolutamente no, non ne ero neanche convinto, perché sono ligure e conosco i liguri (scoppia a ridere, ndr) però, un po’ lo speravo perché so che i liguri sono anche persone molto di cuore. La campagna di crowdfunding, serve a finanziare quest’ennesimo viaggio in india. La produzione, Ivan Olgiati di Articolture di Bologna e Stefano Perlo di Ouvert di Torino, hanno finanziato i primi viaggi, assumendosi anche il rischio che il film non si girasse. Lo scorso anno quindi, abbiamo iniziato le riprese e c’è stato il primo rinvio in tribunale con un anno di attesa. Attorno alla storia di Tomaso ed Elisabetta si è creata una vera e propria comunità, si è pensato quindi di coinvolgerli soprattutto per tenerli uniti. Infatti una delle cose più positive che sono successe in questa storiaè che un piccolo paesino della Liguria come Albenga, si è scoperta comunità, cosa molto difficile negli anni Duemila.

A cosa serviranno questi soldi, che spese andranno a coprire?
Sul nostro sito (www.indiegogo.com) è specificato chiaramente, a cosa servono i finanziamenti. Siamo andati lì con un direttore della fotografia professionista, attrezzature professionali, ci sino da coprire le spese dei viaggi, degli spostamenti, il vitto e l’alloggio, le assicurazioni. Purtroppo tutte queste spese dovremo affrontarle di nuovo, a causa dell’ennesimo rinvio decretato dalla Corte indiana.

Ecco, parliamo di questo rinvio, il 16 settembre era prevista l’ udienza presso la Corte Suprema, poi è tutto è saltato in quanto mancava l’avvocato difensore, come affronterete queste vicende nel film?
Tutte queste vicende avranno un ruolo marginale nel film, perché vorrei rappresentare la crescita di Tomaso. Sarà principalmente un romanzo di formazione, scritto a mano da Tomaso, in quanto il film è soprattutto tratto dalle lettere che Tomaso ha scritto in questi lunghi 4 anni passati in carcere.

Cosa scrive Tomaso ai suoi genitori in queste lettere?
Nelle prime lettere, Tomaso descrive gli avvenimenti di quei giorni, ma la cosa che più mi ha colpito è che ogni volta scrive ai genitori :“State tranquilli perché questa storia finirà”. E’ sorprendente come questo giovane, rinchiuso in un carcere da 4 anni, senza acqua, senza elettricità e con altri 150 detenuti, dice agli altri di stare tranquilli. Tomaso chiude spesso le sue lettere con un “Forza Inter”, è tifosissimo e si fa spedire dalla mamma dei pacchi da 100 copie de ‘La gazzetta dello sport’ per tenersi informato sul campionato italiano. Sul muro della cella ha disegnato una classifica della serie A, questo lo tiene in Italia, lo tiene vivo, ancorato alle sue radici, e lo rimanda a quel bar dove noi vedevamo ’90 minuto.

Nella homepage del sito piùliberodiprima.it c’è una citazione di Tommaso, che recita: “Sono entrato in carcere in India come un ragazzo in perenne conflitto con se stesso. Oggi sono talmente tranquillo che non provo nemmeno un pizzico di odio verso i responsabili di questa vergognosa ingiustizia”. Insomma Tommaso pare aver acquistato una consapevolezza, cosa ha trovato secondo te? Perché è così sereno nonostante sia in carcere?
Cosa ha trovato veramente non lo so, ma credo che sia giusto raccontare come ci sia arrivato a questa serenità. Tomaso è arrivato a questa frase dopo aver passato 4 anni e mezzo in carcere per un delitto che non ha commesso. Credo fermamente che questa sua evoluzione può essere utile a tutti. Mi sono convinto a realizzare il film quando ho capito che questa, poteva essere una storia universale, utile davvero a chiunque. Mi chiedevo cosa potessi fare per Tomaso, di fronte quest’enorme ingiustizia ti senti impotente, l’unica cosa che potevo fare era raccontare in un film la sua storia.

Se nella sentenza definitiva dovessero essere condannati che farete, girerete lo stesso le scene?
E’ un’ipotesi che non prendo neanche in considerazione, il mio film finisce con Tomaso che ritorna a casa, non voglio pensare a nient’altro, perché è talmente assurda tutta questa storia, che non voglio credere che continui. Quindi ora attendiamo altro tempo, ma poi gireremo il finale come dico io, non come dicono loro.

Nel 2012 Le Iene, sono andate a Varanasi, in carcere con le telecamere e i due ragazzi hanno ammesso l’assunzione di droghe, pensi che quest’ammissione abbia contribuito a far spegnere i riflettori su questa vicenda?
Purtroppo è così, proprio in quel filmato, la serenità con cui Tommy ha ammesso di aver provato per la prima volta l’eroina è la serenità con cui io affronterò questo racconto. La droga fa parte della storia di Tomaso e purtroppo anche quelle persone che pensano che chi si droga è per forza un assassino fanno parte di questa storia. Anche perché nel referto dell’autopsia redatto da un’oculista si fa cenno ad un ematoma interno nella testa di Francesco Montis, che non è causato da nessuna botta, quindi è molto ma molto probabile che la causa della sua morte sia quella. Bastava che un qualsiasi medico valutasse quell’autopsia per dire che Checco è morto di overdose e mandare a casa quei due ragazzi.

(ha collaborato Sirio Tesori)

[www.lastefani.it]

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