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Diario di un cassintegrato/5 – La solitudine di un lavoratore che non lavora

LA STORIA
Diario di un cassintegrato/5 – La solitudine di un lavoratore che non lavora

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5. SEGUE – Che la fabbrica sia una sorta di piccola società di individui, inserita in una società più ampia composta da tutti noi, un sistema complesso che quando entra in crisi tende a scontrarsi e a frantumarsi disperdendosi nella grande società civile? Quello che è accaduto a noi è stato un po’ questo: siamo come orfani abbandonati a noi stessi.
Non vorrei essere frainteso, siamo pur sempre persone adulte, che hanno la responsabilità delle loro famiglie, abbiamo fatto e facciamo delle scelte. Ma siamo in effetti persone adulte portate per mano, tutte insieme, verso la risoluzione dei nostri problemi. È la fabbrica stessa che contribuisce a togliere a chi ci lavora da una vita gli strumenti necessari e anche gli anticorpi per poter controllare e respingere i possibili attacchi all’individuo provenienti dalla società civile. Ho visto aule gremite di queste persone, in mezzo alle quali avvocati, ispettori, professionisti in giacca e cravatta erano come degli alieni: dicevano a questi lavoratori senza più lavoro cosa fare e dove andare per poter alleviare la loro condizione, che poi è anche la mia condizione!
Mi sono anche chiesto, pensando a me e agli altri come me, cosa sia un lavoratore che non lavora, se esistesse solo il nesso tra l’attore e l’azione si potrebbe concludere che l’assenza di uno dei due elementi implica anche l’annullamento dell’altro. Se spesso si dà valore a qualcuno e lo si riconosce per ciò che fa, ecco che la perdita del proprio lavoro equivale non solo alla perdita del proprio valore, ma anche della propria identità. Forse è proprio per questo motivo che ho avvertito smarrimento, incertezza, inquietudine: la perdita di me stesso.
Certo non è solo questo: la paura per un futuro non più programmato e programmabile, il timore di non poter superare le difficoltà, le responsabilità che si aggravano. Non è facile spiegare questo travaglio interiore. Si sa che nel mondo del lavoro si vale per ciò che si produce, ma nella società cosiddetta civile dovrebbe contare il concetto morale di ‘valore umano’: si vale in quanto si è persona. Nella pratica non sembra così: dalla prigione della fabbrica, protettiva quanto oppressiva, si passa alla gabbia della burocrazia, altrettanto oppressiva. Il lavoratore, anche dopo aver perso il lavoro, non smette di essere considerato un oggetto da controllare, regolare e collocare.
Trovo anche che sia riduttivo parlare dei lavoratori come se fossero i tasselli umani di un grande puzzle sociale da poter osservare e valutare, facendone una categoria da contrapporre alle altre. In verità, ognuno di loro rappresenta un mondo a parte, forzatamente messo in comunione con gli altri. La generale solidarietà evidenziata durante le assemblee è stata in realtà una faccenda di semplice e momentanea convenienza. Non ho percepito una vera identità comune, una vicinanza di ideali, anzi, ho trovato piccoli gruppi riuniti per l’occasione e loro malgrado. Gli stessi gruppi, immagino, descritti nei molti aneddoti legati ai rapporti tra colleghi e alle immagini che ne scaturivano. C’erano gli sfigati del magazzino che lavoravano con le donne, le donne del taglio che creavano sempre zizzania, c’era il clan dei marocchini dell’imballaggio, parlavano solo tra loro perché nessun altro li capiva, poi c’erano i fantasmi della laccatura che nessuno vedeva mai, c’erano pure i fighetti della logistica, gli imboscati del collaudo e del sinottico, i privilegiati della manutenzione che guadagnavano più di tutti, infine c’erano loro: gli acrobati delle calandre.
Alle squadre delle calandre, soprattutto durante la gestione dei francesi, venivano richiesti dei veri miracoli. Ossia, dover produrre di più e meglio con gli impianti che cadevano a pezzi, ovviamente una cosa impossibile. Eppure i nostri eroi delle calandre ci hanno provato in tutti i modi, ascoltarli mentre raccontano le loro esperienze degli ultimi anni è come ascoltare le gesta dei reduci di guerra. Erano racconti tutt’altro che drammatici, piuttosto tragicomici.
Certo, gli ultimi anni. Resistevano le gerarchie, ma si era smarrita la disciplina. “Quando chi comanda non dà il buon esempio, le regole svaniscono e ognuno pensa per sé”, ha detto qualcuno dei più anziani.
A questo punto diventa naturale pensare che la situazione non potesse durare all’infinito. Il menefreghismo, l’individualismo e il fatalismo di tanti, altro non erano che l’ovvia conseguenza di un più che comprensibile istinto di sopravvivenza, in un guazzabuglio di situazioni in cui i lavoratori non potevano avere più alcun controllo.
Oggi il problema non si pone più, la partita è terminata ed è stata persa. La cassaintegrazione da ordinaria è diventata straordinaria per tutti, l’ultima fase sarà la mobilità e così sia. Si vive oggi la condizione inedita e castrante della cassaintegrazione, una tutela, uno scudo economico definito ufficialmente “ammortizzatore sociale”. Ma anche una gabbia, imposta dalla burocrazia per sedare e controllare chi, suo malgrado, esce dai tracciati sociali. Rientrare in quei tracciati è la priorità. Poco importa se chi deve adempiere al sostentamento economico di queste persone con efficienza e puntualità lo faccia per davvero, l’importante è inquadrarli in una categoria tutelata almeno sulla carta, per annullare il potenziale effetto eversivo e dirompente che avrebbe sull’individuo una totale assenza di riconoscimento, lasciandolo in balìa dei propri umori incontrollabili.
Ma c’è dell’altro. Ci sono differenze di sensazioni, di sentimenti, di emozioni, nell’amalgama umano di quelle assemblee. Gruppi di persone diverse per cultura e istruzione, provenienza e pensiero politico.
Decisamente eterogeneo il campionario di cassintegrati in cui mi sono venuto a trovare, tutti uniti da un bisogno contingente di tutela e di riconoscimento, ma tutti in fondo separati dalle proprie e contrastanti visioni del mondo.
Si è solidali in quanto amici, non in quanto colleghi. Al massimo, nel caso nostro e in via del tutto provvisoria, si è solidali in quanto ex colleghi. Ma appunto in quest’ultimo caso la solidarietà serve solo per far fronte all’emergenza, dopo di essa ciò che ho avvertito è la tendenza a una progressiva e definitiva estraneità.
L’umanità che ho potuto intravedere, tra le pieghe di questa nostra socializzazione tanto interessata quanto forzata, è stata un’umanità esclusivamente individuale e privata.
Alle assemblee ho assistito a dibattiti sterili su come risolvere problemi tecnici, ho visto e vissuto una partecipazione distaccata e assolutamente priva di comunanza di ideali, ho notato una completa assenza di politica. E questo mi ha spiazzato non poco, in ragione dell’idea che mi ero fatto delle manifestazioni operaie o delle assemblee sindacali. Ma è forse entrando proprio nella sfera individuale e più intima che si può meglio comprendere la condizione emotiva del cassintegrato. Ognuno di noi vive questa condizione come un fatto esclusivamente privato, l’aspetto sociale diventa quasi un’appendice estranea, subìta più che condivisa.
Il nodo vero è morale, più che economico: il timore alimentato dalla società, quella che prima esclude con cinismo e poi aiuta con fredda benevolenza, di essere diventati inutili, di smettere di esistere come attori e quindi come persone. Anche la famiglia stessa, che dovrebbe essere intesa come rifugio e antidoto a una società antagonista, rischia invece di aggravare questa sensazione che pesa sul cassintegrato.
Non vedo una soluzione possibile, se per soluzione si allude ad una ricetta universale, per superare una simile impasse esistenziale. Ognuno trova i suoi antidoti dentro di sé. Come hanno fatto Alessandro e Cristiano per esempio, due ex colleghi, provvisoriamente in cassaintegrazione, senz’altro amici a tempo indeterminato, ma soprattutto persone integre, con e senza lavoro.

5. FINE

Leggi la prima, la seconda, la terza, la quarta parte

Postilla – Nota dell’autore
Cari lettori, la storia che ho scritto è autentica, un pezzo della mia vita che ho voluto condividere con voi, un’esperienza che molti come me hanno vissuto, ma che spesso un certo pudore vieta loro di raccontare. Affiora una sorta di vergogna quando si perde il lavoro, come se fosse una colpa, anche se nessuno te la rinfaccerebbe mai. Eppure la si vive come tale anche dopo aver voltato pagina con un nuovo lavoro, il fatto è che la vita in fabbrica diventa un mondo a parte, un mondo tutto nostro, senza immaginare che in realtà, anche dopo tanti e tanti anni vissuti tra quei muri di cemento e metallo che ormai credevamo di possedere, di nostro non c’era proprio nulla se non la nostra umanità. I cassintegrati che ho conosciuto e con cui ho percorso un lungo tratto di strada, pur tutti insieme a manifestare con le loro chiassose bandiere, come ho già detto sono soli, di una solitudine ben nascosta, ma presente in ognuno di loro. Tutti i nomi che ho menzionato nella storia appartengono a persone reali: Giuliano, Alessandro, Antonio, Matteo, Andrea, Karim, Shiraz, Cristiano, Fabio… Con tutti ho trascorso, giorno dopo giorno, tredici anni della mia vita. Alcuni di loro sono rimasti miei amici, di tutti gli altri mi rimarrà solo un’immagine nella memoria assieme a quella della fabbrica in cui ho lavorato e vissuto, ridendo e imprecando, per tanti giorni e tante notti. La fabbrica, di essa non ho voluto rivelare il nome perché credo non sia importante, quello che è importante è comprendere che un bene così radicato, una ricchezza condivisa da così tante generazioni di persone e per così tanto tempo, quarant’anni, è in realtà un oggetto imprevedibilmente fragile: è bastato un lustro di gestione scellerata per rompere irrimediabilmente quel nostro giocattolo, tanto odiato e amato, ma che tutti credevamo eterno.
E’ solo una storia in fondo, un esempio tra tanti. (c.t.)

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