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LA STORIA Smiling, liceo internazionale col marchio del sorriso

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All’ingresso ci sono due pappagalli, Giorgio e Sandra, un’inusuale presenza per una scuola, ma non per lo Smiling, da quest’anno anche liceo internazionale, dove gli animali, a cominciare dai gatti, sono una presenza familiare. Lo sportello della gabbia è aperto, Giorgio, otto mesi, s’arrampica sulla grata aiutandosi con il becco e le zampe, poi vola sul trespolo e punta gli occhi sull’ospite di passaggio. Sulla porta un cartello bilingue recita “Attenzione, pappagalli in fuga”. La comunicazione è informale, proprio come quella tra le persone abituate a condividere la vita di tutti i giorni. E’ un dettaglio, ma restituisce un’atmosfera e chi ha buona memoria della propria infanzia, sa quanto sia importante sentirsi di casa in un luogo che casa non è. “Lo Smiling è una scuola privata paritaria, che insegna in inglese il programma italiano ed è a misura di bambini e ragazzi. Sono loro il centro di questo piccolo grande mondo”, spiega Caterina Azzini, fondatrice e ‘principal’ di una realtà educativa ‘in progress’, giocata sull’apprendimento delle lingue, inglese in pole position, frequentata da quasi 300 alunni di età compresa tra i 2 e i 17 anni. Dall’asilo al liceo il mondo è Smiling.

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Presentazione del Liceo internazionale dello Smiling

Nato nel 1997 e distribuito in due differenti edifici, uno in Porta Mare e l’altro in via Roversella in un’ala dell’ex Canonici Mattei, lo Smiling è oggi un’impresa sociale di successo per il respiro internazionale di cui la lingua inglese, la più parlata e utilizzata nel business, è un punto di forza. Una bella soddisfazione per la fondatrice, invitata qualche tempo fa dall’Università di Bologna per illustrare lo story case dell’azienda. “Quando ho cominciato non mi aspettavo certo uno sviluppo del genere – racconta sorridendo – Inizialmente era una realtà dedicata ai bimbi più piccoli, oggi abbiamo completato l’offerta formativa nel segno della continuità. Una decisione presa per raggiungere l’unico vero obiettivo che mi sta a cuore: dare agli allievi gli strumenti e le competenze richieste dall’attualità, dalla globalizzazione per crearsi un futuro”. I timori di fare il passo più lungo della gamba con un ampliamento dell’istituto si sono dissolti in meno di un anno. “I ragazzi si divertono, imparano e sono contenti – continua – Il liceo non era nei miei progetti, neppure lo immaginavo, ma oggi ne vado fiera”.

Nel ’97 fatta la prima elementare, su richiesta delle mamme, formò la seconda. “C’erano solo cinque piccoli allievi”, ricorda. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. “Ogni singolo momento è stato di crescita, ma anche di grande impegno, il mio è il lavoro più bello del mondo – dice – ma impone una presenza costante e investimenti continui. Tutto ciò che entra, finanziariamente parlando, viene riutilizzato per migliorare la scuola e a volte serve anche qualcosa di più”. Il segreto della buona riuscita del progetto, insiste, sta proprio nel trovare il giusto equilibrio tra istruzione di tradizione e innovazione di cui la tecnologia è un tassello fondamentale insieme al know how che ne valorizza le potenzialità. “Inutile dotarsi di una modernissima smart board se poi la si usa come una comune lavagna – sottolinea – proprio per questo ci vogliono persone competenti, capaci di sfruttarne le caratteristiche per preparare le lezioni e stimolare la creatività dei ragazzi”. Giusto un esempio per ricordare quanto sia importante lavorare con un team preparato e attento alle esigenze degli alunni. “Il fatto di essere una scuola privata, piccola se vogliamo, permette un rapporto più stretto tra insegnanti e allievi – prosegue – C’è poi da sottolineare il grande apporto dei miei collaboratori, bravi e determinati a raggiungere i risultati che ci prefiggiamo”.

Nella “staff room”, nella “library”, nelle aule colorate dai lavori di bimbi e “teachers”, in giardino, nel laboratorio di informatica, lungo le scale la lingua più parlata è l’inglese. Gli insegnanti di madre lingua dalla Gran Bretagna, dal Canada, dagli States sono il cuore della scuola, il tocco internazionale, lo staff “in motion”: vengono, vanno, cambiano con il passare degli anni. Il turnover è parte dell’”identità Smiling”: “Lo considero un po’ la nostra ricchezza. Chi va lascia comunque un segno, un’eredità raccolta da chi resta”, dice. Lo Smiling è dunque la scuola che fa la differenza? Più che altro è differente, il perché è subito detto: “Noi siamo piccoli e autonomi, è più facile prendere delle decisioni, in questo siamo privilegiati – conclude – La pubblica dipende da un apparato mastodontico, per questo fatica a muoversi. Personalmento credo sia da difendere, ha avuto aspetti positivi, ma ora come il resto del Paese, fa i conti con molteplici problemi, non ultimo quello economico. Poi, non lo si può negare, è stata trattata con trascuratezza, ciò non toglie che vi siano ottimi insegnanti chiamati a confrontasi con la pochezza di mezzi e risposte”.

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