di Carlo Tassi

Primo giorno
Quel pomeriggio il parco era quasi deserto. Forse il maltempo e una pioggia imminente avevano convinto i più a starsene a casa propria, magari belli comodi sul divano a leggersi un libro e a sorseggiare una tazza di tè; praticamente quello che avrei fatto io di lì a poco, appena fossi arrivato a casa.
Già immaginavo una bella doccia calda, sarei rimasto sotto l’acqua per almeno mezz’ora. Il calore mi avrebbe ammorbidito i muscoli e pure i pensieri.
Stavo correndo da un’ora e dieci, il cardiofrequenzimetro segnava centotrentacinque battiti e pensai fosse buono. Dopo quasi diciotto chilometri dei venti previsti non mi sentivo affatto stanco, la respirazione era regolare e le gambe rispondevano ancora bene. Il dolorino alla caviglia, che mi aveva afflitto dopo la gara del mese prima e che mi aveva costretto a due settimane di riposo, ormai era solo un ricordo ed ero tornato al mio standard di allenamento di sempre: i miei soliti, benedetti quattro minuti al chilometro erano fissati nel display del cronometro, da lì non ero mai riuscito a scendere, non nelle maratone almeno.
Alla fine potevo ritenermi soddisfatto, a quarantacinque anni avevo ancora il cuore di un ragazzino. E se fossi riuscito ad arrivare a casa prima che iniziasse a piovere sarebbe stato tutto perfetto.
Ancora un paio di chilometri.
Mantenendo il ritmo costante, in non più di dieci minuti sarei stato sotto la doccia a far pace col mio acido lattico. Percorrevo l’ultimo rettilineo del viale d’accesso al parco, con la mente che era già arrivata a casa, e quasi non mi accorsi di una sagoma scura che mi tagliò la strada facendomi inciampare e andandosi a riparare dietro una siepe. Evitai d’istinto di cadere e mi fermai. Ormai, per inerzia, le gambe mi avrebbero portato fino a casa anche da sole, ma la curiosità prevalse e volli vedere la creatura che era sbucata dal nulla e che avevo rischiato di travolgere.
Era sicuramente un cane, era evidente, ma fu così fulmineo che non ebbi il tempo di capire come fosse fatto. Sapevo soltanto che si era nascosto dietro quella siepe e che lì era rimasto.
Mi avvicinai con cautela, non avevo nessuna voglia di farmi mordere ad un polpaccio. La bestiola si era infilata sotto il groviglio di rami del filare di bosso che fiancheggiava il vialetto, la vedevo che restava immobile a guardarmi. Sembrava impaurita e disorientata, io mi guardai attorno per cercare il padrone ma non vidi nessuno.
Ormai erano le quattro e mezzo del pomeriggio e il cielo, già plumbeo e carico di pioggia, si stava oscurando per la sera in arrivo. Mi tolsi le cuffie dell’ipod e presi il cellulare dalla tasca della tuta, chiamai il primo numero in rubrica, era quello di mia moglie: «Ciao Mel, sei a casa?»
«Sono appena arrivata… tu dove sei?» rispose lei.
«Sono al parco a correre… Ascolta, ho bisogno che tu venga a prendermi con la macchina…»
«Cos’è successo? Ti sei fatto male?»
«No no… Dovresti prendere il guinzaglio di Kid e venire all’ingresso del parco sulla Milton Road. Ho trovato un cagnolino, credo sia scappato dai suoi padroni e si sia perso…»
«No Daniel, non adesso… Non me la sento, è troppo presto…»
«Senti Mel, è sabato pomeriggio! Cosa dovrei fare secondo te? Tornare a casa e far finta di niente? Se esce dal parco finisce di sicuro sotto una macchina… Lo portiamo a casa e cerchiamo di rintracciare i padroni.»
La sentii sbuffare, «Va bene arrivo… tra cinque minuti sono lì!», poi riattaccò.
Kid era stato il nostro cane per sedici anni, ed erano passati appena tre mesi dal giorno in cui ci aveva lasciato. Vivemmo la sua perdita con un dolore che non avremmo mai immaginato; lo avevamo amato come un figlio, e so che qualcuno direbbe “come il figlio che non è mai arrivato”.
Non credo sia così semplice, solo chi ha vissuto con un cane può capirne a fondo il significato e accettare il fatto che il sentimento che ci lega ai nostri animali è altrettanto nobile e profondo, anche se difficilmente si può spiegare a chi non ha mai avuto la fortuna di viverlo. Tuttavia avevo compreso il disagio di Mel, e in un certo senso lo condividevo: pensavo anch’io che fosse troppo presto!
Ma in quel momento l’unica cosa che m’interessava era salvare quel cane.
Mi chinai per osservarlo meglio, lo feci lentamente, temendo che potesse scappare o, al contrario, attaccare e mordere. Era acquattato tra il terreno e un grosso ramo attorcigliato su sé stesso, provai ad allungare un braccio ma era impossibile raggiungerlo, l’animale non si mosse, non sembrava ostile, non ringhiava affatto, si limitava a fissarmi. Ben presto mi resi conto che avrei dovuto convincerlo ad uscire, il problema era come.
«Su bello, non aver paura! Voglio solo aiutarti!» sussurrai.
Poi mi ricordai di avere una mezza barretta ai cereali in tasca, la presi, la scartai e la posai a terra, appena fuori dalla siepe.
«Dai su, vieni a prenderla! È buona sai… Kid me le rubava sempre…»
Inaspettatamente si mosse, come se niente fosse sbucò fuori dal cespuglio e si avventò sul cibo, ingoiandolo in un solo boccone.
«Cavolo! Devi essere proprio affamato!»
Finalmente potei vederlo: era un meticcio di media taglia, era a pelo corto e di colore bruno con qualche macchia bianca sparsa qua e là; aveva un bel muso con due occhi neri dall’espressione intelligente. Ma non furono queste le prime cose che notai.
Ciò che mi colpì fin da subito fu la sua magrezza: riuscivo a distinguerne tutte le costole. Era sporco di terra e nel complesso pareva assai malconcio, pensai che potesse avere qualche malattia e che fosse sicuramente infestato di pulci e zecche. Vidi che aveva un collarino di gomma che gli ballonzolava attorno al collo magro, appesa al collare c’era una piccola medaglietta metallica a forma di cuore.
Osservando meglio mi accorsi che si trattava di una femmina.
«Perfetto! Quando Mel ti vede, non sarà contentissima di portarti a casa conciata come sei!» dissi.
Provai ad accarezzarle il muso e con sorpresa constatai che le piaceva, poi diedi un’occhiata alla medaglietta e notai delle incisioni che non riuscii a decifrare perché erano in parte cancellate dalla ruggine ed in parte coperte dal sudiciume.
In realtà la cagnolina si rivelò subito affettuosa e abituata alla compagnia umana, s’accucciò ai miei piedi dichiarandomi ufficialmente la sua amicizia e dicendomi a modo suo che si fidava di me. La sua dolcezza m’ispirò subito una grande tenerezza e un’inevitabile compassione, decisi che avrei fatto del mio meglio per aiutarla.
In quel momento arrivò Mel col guinzaglio in mano.
Le feci un cenno e la chiamai: «Eccoti! Siamo qui Mel… guardala! È una femmina e, come vedi, è ridotta maluccio. Non so se sia malata, sicuramente non è ferita… poi è molto affettuosa… è proprio una cagnetta dolce…»
Mel si chinò sulla cagnolina che cominciò a scodinzolare, «Ciao bella! Cosa ti è successo? Povera cucciola, sei pelle e ossa…» le disse mentre l’accarezzava.
La cagnolina ci annusava con interesse e ci leccava le mani, io e Mel ci guardammo negli occhi e senza dire una parola annuimmo: ormai eravamo fregati!
«Ora che facciamo?» chiese Mel.
«Beh, la portiamo a casa, le diamo una bella ripulita e, soprattutto, le diamo da mangiare… al resto ci penseremo!» risposi.
Le infilammo il guinzaglio che era stato di Kid, la caricammo in macchina e la portammo a casa.
Alla fine, quel giorno non piovve affatto!

Secondo giorno
La domenica mattina fu proprio lei a svegliarci!
Avevamo trascorso tutta quanta la sera precedente ad occuparci di lei: arrivati a casa la mettemmo subito nella vasca da bagno, la lavammo e l’asciugammo per bene, poi le demmo da mangiare. In casa avevamo ancora un bel po’ di roba appartenuta a Kid che, per l’occasione, si rivelò provvidenziale: croccantini, shampoo, spazzole, ciotole, una cesta piena di giochi e la sua cuccia.
Passammo quel sabato sera come se gli ultimi tre mesi non ci fossero mai stati, come se Kid non ci avesse mai lasciato. E fu la prima volta.
Aprii gli occhi e vidi la cagnolina in fondo al letto che ci guardava, Mel farfugliò qualcosa e controllò la sveglia.
«Sono appena le sette passate… che c’è Cloe? Perché hai abbaiato?» disse Mel ancora mezza addormentata.
«Probabilmente avrà fame!» borbottai mentre mi alzavo dal letto.
La cagnolina si chiamava Cloe, almeno questo era il nome che la sera prima avevo letto nella targhetta, dopo averla ripulita per bene dalla crosta di ruggine e sporco. Dietro c’era anche un numero di telefono e un indirizzo. A malincuore avevo deciso che, dopo la colazione, avrei chiamato quel numero.
In fondo mi sentivo un po’ in colpa. Per qualche ora mi ero dimenticato di Kid, avevo dato le sue cose a un altro cane che, dopotutto, non era nemmeno nostro. In qualche modo pensavo di averlo tradito, di aver tradito il suo ricordo e l’affetto che provavo per lui. Ma una voce mi diceva anche che era giusto abbandonare il dolore e ritrovare nuovo entusiasmo, che cercare di voltare pagina non significava tradire ciò che di bello c’era stato nel nostro passato. Ebbi inoltre la sensazione che Mel condividesse lo stesso pensiero.
Quella domenica mattina non ne parlammo, ma era chiaro che nel nostro animo la piacevole novità di Cloe fosse in parte attenuata dal riaffiorare della malinconia per Kid.
Tuttavia cercai di accantonare ogni pensiero che non fosse quello di trovare una soluzione per Cloe. Le diedi una doppia razione di cibo che mangiò con rapidità impressionante, appena si fu saziata se ne andò nella vecchia cuccia di Kid come se fosse sempre stata sua e si appisolò. Io e Mel la guardammo divertiti e perplessi, poi facemmo colazione anche noi.
Alle nove del mattino decisi di chiamare i proprietari di Cloe.
Presi in mano il foglietto in cui mi ero segnato il numero e l’indirizzo e telefonai, attesi qualche secondo poi una voce registrata disse che il numero era inesistente. Rifeci quel numero un’altra volta e sentii la voce ripetere la stessa frase, quindi riattaccai.
«Dice che il numero è inesistente!» informai Mel.
«Forse l’hai copiato male.» suggerì lei.
Raccolsi la targhetta di Cloe e la controllai per l’ennesima volta, «No Mel, il numero è giusto… solo che non esiste!»
Rigirai quella targhetta tra le dita parecchie volte mentre cercavo di riflettere sul da farsi, poi decisi di fare un salto al luogo dell’indirizzo. «È soltanto a quattro isolati da qui, oltre Portobello Park… Stanley Street dovrebbe essere la strada che affianca la ferrovia… Ci vado a piedi e mi porto Cloe! Vieni con me?»
«Meglio di no! Se poi trovi i suoi padroni… Preferisco salutarla qui!», andò da Cloe e le baciò la testa, «Addio dolcezza, spero che ritrovi la tua famiglia. Vedrai che finalmente starai di nuovo bene!»
Ovviamente si era emozionata! Mi guardò con gli occhi lucidi e disse: «Vado a ripulire il bagno, ieri sera abbiamo combinato un bel casino!», si girò e si allontanò.
«Cercherò di tornare presto, così magari ti do una mano a sistemare…» le dissi mentre era già nell’altra stanza.
Infilai il giaccone, sistemai il guinzaglio a Cloe e uscii.
Cloe mi seguiva stando al passo come se fosse mia da sempre, era tranquilla, non tirava e ogni tanto mi dava un’occhiata come fa ogni cane attaccato al padrone.
Durante il tragitto, la mia intenzione di riportarla ai suoi legittimi proprietari divenne sempre più incerta al punto da fermarmi varie volte con l’idea di tornare indietro.
“E se l’hanno abbandonata apposta? E se la maltrattano?” Erano questi i pensieri che mi bloccavano, intanto Cloe mi puntava di nuovo col suo sguardo disarmante e tutto quanto si complicava ancor di più.
Poi, nonostante i dubbi che si sommavano, capii che non avevo alcun diritto di sottrarre Cloe all’amore dei suoi padroni. Conclusi che tutti questi dubbi erano generati dalla speranza egoista che i soli meritevoli di potersi occupare di Cloe fossimo proprio io e Mel, ben sapendo che i suoi veri padroni avevano su di lei più diritti di noi. Dopotutto il mondo era pieno di cuccioli pronti a prendere il posto che era stato di Kid nel nostro cuore, perché rivalersi su qualcuno che probabilmente stava soffrendo la perdita di Cloe come era successo a noi con Kid?
Ero certo che alla fine la mia coscienza non me l’avrebbe perdonato.
Percorremmo i quattro isolati della Durham, fatti di villette e giardini tutti uguali, attraversammo Duddingston Road e finalmente fummo davanti al Golf Club di Portobello. Da lì in poi il tragitto divenne più piacevole poiché si trattava di percorrere viali alberati lontano dal traffico e fiancheggiare il parco fino all’incrocio con Stanley Street nei pressi della ferrovia.
Quella zona di Edimburgo, pur non distante da dove abitavo, la conoscevo poco. Era una zona di periferia adiacente alla linea ferroviaria che collega i centri di Wallyford, Haddington, eccetera, a est della città. Tutta l’area attorno alla ferrovia era un luogo notoriamente malfamato e poco frequentato, con capannoni industriali dismessi dove spesso si rifugiavano vagabondi oppure puttane coi loro clienti. Quella volta sperai proprio di non doverla attraversare e fortunatamente, quando mi trovai all’inizio di Stanley Street, capii che l’avrei evitata, poiché la vecchia area industriale si trovava dall’altra parte della ferrovia, e ci si poteva andare solo percorrendo il ponte sulla Hope che mi ero lasciato alle spalle.
La strada era lunga e dritta, e nei paraggi non vidi nessuna abitazione. Da una parte c’era il muro che delimitava l’area privata di Portobello Park, mentre dall’altra una distesa di alberi e fitti cespugli separava la strada dalla recinzione della ferrovia. Decisi di fermarmi e di tirar fuori dalla tasca il foglietto con l’indirizzo, lo controllai di nuovo: c’era scritto 66 Stanley Street.
Cloe, col suo muso da pitbull (ma non lo era) e la lingua a penzoloni, si guardava attorno disinteressata. «Come lo trovo il 66 se in questa strada non si vede nemmeno una casa?» mi domandai ad alta voce, Cloe drizzò le orecchie, forse pensava che ce l’avessi con lei, poi si voltò e iniziò a tirare come se avesse visto o fiutato qualcosa.
Tirava con forza mentre c’incamminavamo sul margine della strada vicino agli alberi, io mi facevo guidare da lei perché immaginavo che avesse riconosciuto il posto in cui abitava coi suoi padroni. Per terra c’era di tutto: siringhe, bottiglie rotte, preservativi e altri rifiuti di ogni genere; evidentemente di notte anche Stanley Street era frequentata da balordi. Alla fine del rettilineo la strada proseguiva curvando verso destra e, con mia grande soddisfazione, potei finalmente vedere le prime case che facevano capolino tra gli alberi ed i prati incolti. Cloe non smetteva di tirare e puntava decisa verso la casa più isolata, distante da noi ormai non più di un centinaio di metri circa.
Quando arrivai di fronte al cancello della casa ebbi la netta sensazione che quel posto fosse disabitato. Sul muretto a lato del cancello era ben visibile il numero 66, per il resto tutto quanto appariva fatiscente, sporco e abbandonato a se stesso. Nonostante ciò, Cloe mi diede la conferma che il posto era quello giusto: iniziò ad agitarsi e ad abbaiare verso la casa, come se volesse richiamare l’attenzione dei suoi padroni. La casa al di là del cancello era un edificio a due piani letteralmente avvolto da una fitta vegetazione di rampicanti e siepi cresciute a dismisura; il giardino somigliava più ad una boscaglia ed era dominato da un paio di vecchie querce enormi le cui fronde sovrastavano il tetto.
Cercai un campanello e trovai un pulsante nel muro con sopra una sigla: P.J.
Lo premetti e restai in attesa, Cloe intanto continuava ad essere agitata e grattava con le zampe le inferriate del cancello, oppure v’infilava in mezzo la sua testona continuando ad abbaiare.
«Calma Cloe, che ti prende? Stai buona… Ti ho portata qui dai tuoi padroni, vedrai che ora arrivano!» dissi mentre cercavo di tenerla ferma.
Suonai di nuovo ma non successe niente, era chiaro che in quella casa non c’era nessuno, almeno così sembrava. Poi accadde un imprevisto: Cloe non riusciva più a estrarre la testa dalle inferriate e cominciò a guaire spaventata, il guinzaglio le si era attorcigliato al collo e rischiava di strozzarla. Io cercai di mantenere la calma, mi chinai su di lei e le sganciai il guinzaglio dal collare per liberarla. Fu allora che, con mio grande stupore, Cloe guizzò in avanti infilando il resto del corpo attraverso le sbarre e trovandosi in un secondo libera all’interno del giardino. Per un attimo si arrestò e mi fissò, poi corse via scomparendo dietro la casa. La chiamai ripetutamente ma non servì a nulla, restai ad aspettare per parecchio tempo sperando che prima o poi saltasse fuori. Sentivo un vuoto, un senso d’impotenza e timore per la sua sorte, ma non sapevo cosa fare, e intanto Cloe era sparita!
Pensai di scavalcare quel cancello, ma una vaga inquietudine m’impedì di farlo e mi spinse ad aspettare passivamente l’evolversi della situazione.
Poi, quando ormai avevo esaurito ogni speranza, Cloe ricomparve sbucando dal punto esatto in cui l’avevo persa di vista. Sembrava più tranquilla e mi venne incontro trotterellando, aveva qualcosa in bocca, arrivò al cancello e ci passò attraverso come aveva fatto in precedenza, si sedette davanti a me e lasciò cadere l’oggetto che teneva tra le fauci: era un topo morto!
«Santo cielo! Cloe, sei sparita per portarmi un topo?!» esclamai sollevato.
L’espressione di Cloe era inequivocabile: gli occhi e tutto il muso parevano sorridere di gioia, mi guardava soddisfatta per avermi portato un dono tanto prezioso come quello, sicuramente il suo nuovo capobranco (io) sarebbe stato fiero di lei!
Conclusi che ormai non c’era più motivo di restare lì, in quel posto non ci abitava anima viva e mi sarei riportato Cloe a casa con me, stavolta per sempre.
«Su Cloe, andiamocene! Il topo lasciamolo ai gatti… A casa c’è il pollo arrosto di Mel che ci aspetta!» dissi.
Tornammo verso mezzogiorno, a casa ci accolse Mel con addosso il profumo d’arrosto e un’espressione felicemente stupita.
Da quel giorno Cloe si convinse che, tutto sommato, la carne di pollo era decisamente meglio della carne di topo.

Terzo giorno
Le cose a Stanley Street non erano andate come avevo immaginato, e in fondo ne fui più che contento: se Cloe non aveva più un padrone voleva dire che sarebbe potuta diventare nostra a tutti gli effetti.
Tuttavia le circostanze che la riguardavano non erano affatto chiare: era apparsa dal nulla e pareva provenire da un posto dove non viveva nessuno, un bel mistero direi!
Lunedì mattina mi alzai mezz’ora prima di Mel. Dopo la doccia, preparai la colazione per tutti quanti, Cloe compresa. Mel sarebbe dovuta essere in ufficio alle nove in punto, alle otto e un quarto entrò in cucina già pronta per uscire.
«Non sei in ritardo, puoi sederti e fare colazione con calma se vuoi.» le dissi mentre le versavo il caffè.
«Posso restare giusto il tempo per il caffè… Tu invece hai intenzione di chiamare Samuel?» chiese lei.
«Lo chiamo e l’avviso che stamattina dovrò restare a casa…»
«E vuoi anche spiegargli il motivo?»
«Glielo dirò un’altra volta, a quattrocchi… Allo studio se la può cavare anche da solo, oggi dovrebbe essere una giornata tranquilla.»
Sam era il mio migliore amico e anche il mio socio, lo conoscevo dai tempi del College e, dieci anni dopo la laurea, decidemmo di metterci in affari e fondare un nostro studio di design e progettazione d’interni: la Brewer&McCleary Project. Nonostante la crisi le cose non andavano male e riuscimmo perfino a riscattare un locale di cento metri quadri nella Old Town, a due passi dall’Università, per farci i nostri uffici.
Quando Mel fu uscita, telefonai a Samuel avvisandolo che quel giorno non sarei andato al lavoro: «… Comunque il progetto di Copeland è pronto da una settimana, troverai tutto il materiale sulla mia scrivania Sam! Ho degli affari personali da sbrigare con una certa urgenza, quando ci vediamo ti spiegherò… Se serve chiamami, ciao!»
Il vantaggio di lavorare in proprio è esattamente questo: non doversi inventare malattie o altre scuse fantasiose per decidere di starsene a casa. E quel lunedì avevo stabilito che mi sarei occupato di Cloe.
Alle dieci la portai dal veterinario perché la visitasse. Il dottor Collins si era preso cura di Kid per sedici anni: l’aveva fatto nascere, l’aveva vaccinato ogni anno e l’aveva salvato quella volta che si era avvelenato bevendo un intruglio di erbe cosmetiche che Mel aveva dimenticato sul tavolino del soggiorno. E fu sempre lui che, appena tre mesi prima, lo addormentò per l’ultima volta, mentre io gli tenevo una zampa e l’accarezzavo piangendo come un bambino.
Ero seduto nella saletta d’attesa quando Robert Collins uscì dall’ambulatorio e mi riconobbe. «Salve Daniel, come stai?» disse stringendomi la mano.
«Bene direi! Appena sono entrato qua dentro, per un attimo, ho rivissuto quel maledetto giorno… ma adesso è passato. Sia io che Melice ne stiamo uscendo!»
«Capisco! Il tempo è la miglior medicina… Ma chi è la signorina che mi hai portato?» chiese mentre si chinava ad accarezzare Cloe.
La cagnolina era rannicchiata ai miei piedi e aveva un’aria preoccupata, probabilmente era già stata da un veterinario e l’ambiente non le piaceva affatto. «Lei è Cloe… l’ho trovata sabato pomeriggio a Duddingston Park, ho cercato di rintracciare i padroni ma credo sia stata abbandonata… Io e Mel vorremmo adottarla così te l’ho portata…»
«Hai fatto bene! Su, entra che le diamo una controllata!»
All’interno dell’ambulatorio l’odore di disinfettante era fortissimo, io presi in braccio Cloe e la posai sul lettino. La cagnolina tremava come una foglia e cercai di tranquillizzarla grattandole il mento e la testa, «Su Cloe, stai tranquilla che nessuno ti farà del male!» dissi mentre il dottor Collins le si avvicinò con uno strano oggetto in mano.
«Dottore, che cos’è quell’affare?» domandai incuriosito.
Collins glielo passò tra le scapole un paio di volte, «È un rilevatore, mi sto solo accertando che non abbia il microchip… No non c’è niente… Questo cane è denutrito, ma immagino te ne sarai già accorto.»
«Certo cavolo! È la prima cosa che ho notato… Robert, quanti anni potrà avere?»
Collins le aprì la bocca e diede un’occhiata ai denti, poi guardò le unghie delle zampe e, per ultimo, esaminò occhi e orecchie aiutandosi con una piccola torcia, «A occhio e croce, penso non più di due o tre anni! È una ragazza! Ma dovrà irrobustirsi un po’…», la prese in braccio e salì sulla bilancia a ridosso della parete, «Per la sua taglia dovrebbe pesare una ventina di chili… Ora ne pesa appena tredici!»
Ripensai a quando s’infilò tra le sbarre del cancello, se non fosse stata così magra non avrebbe mai potuto riuscirci. La cosa più larga che aveva era la testa!
Poi Collins alzò lo sguardo su di me e mi fece cenno di avvicinarmi, Cloe era in piedi sul lettino e lui m’indicò un punto preciso sulla coscia destra dell’animale, «La vedi questa piccola rientranza in parte nascosta dal pelo? È perfettamente circolare e si ripete nella parte interna della coscia… Questa è una cicatrice: le hanno sparato Daniel!»
«Le hanno sparato?… Che bastardi!»
«Comunque è stata fortunata: il proiettile ha passato la coscia da parte a parte forando soltanto il muscolo… in questi casi una ferita, se nel frattempo non s’infetta, guarisce in pochi giorni!» sentenziò.
«Ma chi può averlo fatto… Razza di bastardi!» ripetevo mentre m’immaginavo la scena.
«Daniel, ti posso soltanto dire che questa ferita è roba abbastanza vecchia, il pelo è ricresciuto perfettamente e il muscolo è intatto e funzionale… Chissà, magari il suo padrone era un cacciatore e l’ha ferita accidentalmente con la carabina…»
«Se è così, spero che dopo si sia sparato accidentalmente nel culo!»
Collins rise, poi riprese la sua solita espressione distaccata e disse: «Dato che non sappiamo da dove viene, la prassi sarebbe informare la polizia municipale e il canile del tuo distretto…», fece una breve pausa e mi guardò dritto negli occhi, «Ma siccome siamo amici e so che non la lasceresti mai in un canile, della parte burocratica lascia che me ne occupi io! Per il resto dovrò sottoporla ad un paio di esami per accertare che non abbia malattie e per procedere all’eventuale vaccinazione, sei d’accordo?»
«Ok, quanto tempo ti ci vorrà?»
«Potrai venire a riprenderla stasera, intorno alle diciotto!»
Guidando verso casa non riuscii a non pensare all’indirizzo: 66 Stanley Street!
Che luogo era mai quello? Cosa rappresentava quel posto nella vita di Cloe?
Avevo avuto l’impressione che per Cloe fosse stato del tutto normale intrufolarsi attraverso il cancello per scomparire dietro quella casa. Come se quel gesto l’avesse già fatto molte altre volte in passato… e poi quel topo. Dove l’aveva preso? possibile che l’avesse catturato in quella manciata di minuti in cui era scomparsa? Probabilmente l’aveva trovato per caso, raccogliendolo già morto.
C’era qualcosa che mi sfuggiva, che non riuscivo a capire. E più pensavo a quella casa più i conti non mi tornavano.
Dovevo chiarirmi le idee e strada facendo decisi di fare un salto in ufficio, lì trovai Samuel e Hattie che parlottavano sull’opportunità o meno di apportare alcune modifiche ad un progetto che dovevamo consegnare la settimana seguente.
«Ma oggi non dovevi sbrigare delle faccende?!» esordì Samuel quando mi vide.
«Vero Sam… È proprio per questo che sono qui! Mi serve la tua opinione!»
«Vuoi anche la mia o vi lascio parlare da soli?» s’intromise Hattie.
Hattie Hamilton era la nostra socia, nonché ex fidanzata di Samuel, era con noi ormai da tre anni e ancora non avevo capito se quei due s’erano innamorati di nuovo oppure no. «Certamente Hattie! Non è niente di che…» le dissi invitandola a restare.
Raccontai a Samuel e Hattie del ritrovamento di Cloe, della visita a Stanley Street e dei miei dubbi riguardo a quel posto. Nonché della mia ferma intenzione di tenermi la cagnolina, anche se cresceva in me la voglia di saperne di più sul suo conto.
«Hai chiesto a qualcuno della zona? Magari i vicini ti possono dire a chi appartiene quella casa…» suggerì Samuel.
«Ieri non ho visto nessuno in giro, e francamente non ci ho nemmeno pensato…» risposi, «Il fatto è che non ho molta voglia di trovare i suoi vecchi padroni!»
«È bastato poco per affezionarti…» commentò.
«Lo so, ormai penso a Cloe come se fosse mia, punto e basta! Anche se, dopotutto, non so niente di lei… Stamattina il veterinario s’è accorto che in passato le hanno pure sparato… Ha visto una vecchia cicatrice su una zampa!»
«Io dico che faresti bene a informare la polizia municipale!» intervenne Hattie.
«Col risultato di obbligarmi a metterla in un canile… No grazie!»
«Beh no… Veramente io dicevo che dovresti informarli riguardo quella casa!» insistette lei.
«E poi cosa dico alla polizia? Scusate ma quel posto non mi convince, andate a controllare… Magari potrebbe esserci un covo di terroristi, della droga o dei cadaveri sepolti… Poi invece di Cloe rinchiudono il sottoscritto!», feci una smorfia.
«Perché non torni a dare un’occhiata? Magari ti accompagno…» propose Samuel.
«Intendi dire di scavalcare il cancello ed entrare?», a dire la verità il pensiero mi era balenato in testa più di una volta.
«Ecco ragazzi miei, questo vuol dire andarsi a cercare dei guai!» obiettò Hattie.
Samuel non ascoltava più nessuno, ormai aveva deciso che io e lui saremmo andati a Stanley Street in missione esplorativa. «Dunque… domani sono a Glasgow, mercoledì abbiamo il sopralluogo dai McCullough ricordi? E giovedì devi presentare il lavoro di Copeland… Rimarrebbe venerdì, che ne dici?»
«Dico che ne riparliamo venerdì!» conclusi. Liquidai la faccenda senza nascondere un certo scetticismo verso i facili quanto brevi entusiasmi di Samuel, capace d’infiammarsi per ogni cosa in un attimo, per poi spegnersi con la stessa facilità e dimenticarsi tutto nel giro di qualche ora.
Rimasi in ufficio per tutto il pomeriggio, alle cinque e mezza salutai e andai dal dottor Collins a riprendermi Cloe. Quando la vidi constatai che si era ambientata a sufficienza: nel vedermi entrare nell’ambulatorio iniziò a scodinzolare e sculettare felice, raccolse un osso di gomma da un cesto e me lo portò come aveva fatto col topo. Il dottor Collins mi rassicurò dicendomi che, magrezza a parte, la cagnetta era perfettamente sana. M’informò che, dopo averla vaccinata, l’aveva registrata all’anagrafe a mio nome e che nessuno aveva denunciato la sua scomparsa. In pratica, disse che da quel momento Cloe era legalmente mia!
Tornato a casa, raccontai tutto a Mel. Cloe ci guardava col suo osso di gomma ancora in bocca, osso gentilmente offerto da Robert Collins.
Per cena ordinammo pizza farcita con cipolla, formaggio e bacon, e festeggiammo con due pinte di Caledonian il nuovo membro della famiglia Brewer!

Quarto giorno
L’indomani avvisai Hattie che sarei rimasto a casa anche quel giorno, dicendole che avrei fatto un salto a Stanley Street per sperare di avere finalmente qualche chiarimento riguardo al passato di Cloe.
Samuel era partito per Glasgow e Hattie mi esortò a stare attento, ripetendomi di non dar retta a Sam: «Mi raccomando Danny, evita di entrare in quel posto! Sam è un pazzoide, e io lo so meglio di te… Ogni tanto ha delle idee veramente stronze! Però so che tu sei più ragionevole…» disse, «E poi che importanza ha adesso? Cloe ormai è tua, non sei contento?»
«Non preoccuparti Hattie, vado soltanto a dare un’occhiata in zona, e magari a fare qualche domanda a chi ci abita… Non ho intenzione di intrufolarmi in nessuna proprietà privata, te l’assicuro!» promisi pur senza molta convinzione.
Erano due giorni che non mi allenavo. La faccenda di Cloe mi aveva distolto dalle mie abitudini, e anche il lavoro era finito in secondo piano.
Ma la cena micidiale della sera prima imponeva un rimedio immediato, perciò rieccomi di nuovo a Duddingston Park con tuta e scarpe da jogging a correre i vialetti a margine dei campi da golf. Stavolta il percorso sarebbe stato più breve e avevo con me il mio nuovo personal trainer a quattro zampe: Cloe appunto!
Mi limitai a oltrepassare il lago fino alla fine del sentiero che portava sulla Duddingston Low, sotto Arthur’s Seat, poi feci ritorno. Era uno dei miei percorsi preferiti, e constatai che anche Cloe gradiva sgambettare nell’erba, tra le ginestre e i querceti del parco; teneva il passo senza il minimo sforzo e ogni tanto dava un’occhiata in giro.
Arrivammo a casa in tarda mattinata, Mel era al lavoro e sarebbe tornata per cena. Avevo tutto il giorno libero e decisi che sarei andato a Stanley Street nel primo pomeriggio, lasciando Cloe tranquilla ad aspettarmi a casa.
Parcheggiai proprio davanti al 66, la casa era certamente disabitata e, per quanto potevo vedere, lo era da un bel po’ di tempo.
Appena scesi dalla macchina vidi il topo morto di Cloe sempre lì, in mezzo al marciapiede, evidentemente nessun gatto l’aveva gradito. Poi alzai lo sguardo e notai un omone con una tuta da meccanico che camminava all’altro lato della strada. Gli andai incontro e lui si fermò, s’infilò le mani in tasca e si girò verso di me.
Quando gli fui davanti mi resi conto che era un vero gigante, aveva pure un’aria poco raccomandabile, con una cicatrice che gli attraversava una guancia dal mento alla tempia. Diedi una rapida occhiata in giro e constatai con rammarico che, a parte noi, non c’era anima viva.
«Salve! Mi scusi, per caso sa se qui abitava qualcuno fino a poco tempo fa?» gli chiesi indicando la casa.
«Perché lo vuole sapere?» chiese a sua volta, aveva un vocione rauco e un’aria vagamente sospettosa.
«Beh… Ho sentito dire che in zona vendono dei terreni… Passando di qua ho notato questa villa disabitata, ma non ho visto alcun cartello che indicasse un proprietario a cui chiedere, ecco…» mentii spudoratamente.
L’omone mi scrutò a fondo, «Strano, io vivo da queste parti ma non so nulla di terreni in vendita… La casa appartiene ai Jordan!»
«Appartiene? Quindi sa chi è il proprietario?»
Il gigante con la tuta non rispose, si limitava a fissarmi con fare pensieroso. Iniziai ad avvertire un certo disagio, in quella strada non si vedeva passare proprio nessuno. Decisi di correggere il tiro mostrandomi oltremodo amichevole, «Non mi sono presentato, mi chiamo Daniel Brewer!», gli sorrisi porgendogli la mano.
L’omone mi strinse la mano, stritolandola letteralmente, e mi sorrise a sua volta mostrando una bocca priva di tutti gli incisivi, «Io mi chiamo Barton… Barton Grimm!», poi aggiunse: «I Jordan… certo che li conosco! Sono partiti!»
«Partiti? Quando?… E dove sono andati?» chiesi di nuovo mentre mi massaggiavo la mano dolorante.
«Ormai saranno due anni… più o meno. Ricordo l’ultima volta che ho visto Paul Jordan… È stato al pub di Cluster, qui vicino, sulla Hamilton… Disse che si sarebbe trasferito in America e che avrebbe portato con sé tutta la famiglia, cane compreso!»
Cane compreso, quelle ultime due parole attrassero la mia attenzione più di quanto avrei voluto mostrare. «Quindi… avevano pure un cane?», cercai di porre la domanda nel modo più indifferente che potei.
Barton Grimm tirò fuori da una tasca un pacchetto di sigarette e un accendino, me ne offrì una che cortesemente rifiutai, quindi l’accese ispirandone un’ampia boccata. «Certo! Mi pare avessero una cagnetta… Io però non l’ho mai vista!» disse dietro una nuvola di fumo.
Non riuscii ad evitare di tossire, «Dicevo solo perché anch’io ho un cane… Signor Grimm, quindi non saprebbe dirmi dove potrei rintracciare la famiglia Jordan?»
«Mi dispiace, dopo quella volta non l’ho più rivisto… Lavoro ai magazzini della ferrovia, sono il custode e passo tutti i giorni di qua. Ma, come vede, oltre alla casa dei Jordan non c’è niente. Conoscevo Paul Jordan perché frequentavamo lo stesso pub, l’ho sempre visto solo lì.»
«Ok, allora grazie lo stesso!», lo salutai e tornai alla macchina.
Barton Grimm rimase a darmi un’ultima occhiata, poi riprese a camminare con la sua sigaretta in bocca.
Partii, ma non tornai a casa. Alla fine di Stanley Street girai per Hamilton Road, fatti duecento metri entrai in un piazzale e sulla sinistra vidi un vecchio edificio con un’insegna: The Cluster’s Tavern.
Entrai nel pub e vidi che era vuoto, probabilmente avevano appena aperto e la gente dei paraggi doveva ancora tornare dal lavoro. All’interno l’arredo era di legno scuro, le poche lampade accese alle pareti creavano zone d’ombra che lo rendevano un po’ tetro ma, tutto sommato, caldo e accogliente.
Mi diressi al bancone e dall’altra parte un uomo robusto con la barba mi venne incontro, «Cosa le do?» mi chiese, mentre posava un cestino di stuzzichini sul ripiano del banco.
«Una nera, grazie!» risposi.
Mi diede una pinta di stout che pagai subito, era buona e profumava di un misto di prugne e mandorle, «Ottima!» dissi, affondando le dita tra le noccioline salate che riempivano il cestino.
L’uomo dietro il bancone annuì e continuò a sistemare bicchieri, boccali e tutto il resto, in attesa della gente che più tardi avrebbe sicuramente affollato il locale.
Dopo un po’ mi decisi: «Mi scusi, sto cercando una persona che abita qui vicino… Conosce un certo Paul Jordan? So che frequenta questo pub…»
L’uomo si fermò e mi squadrò grattandosi la folta barba, «Paul Jordan… Se è chi penso io, non lo vedo da un bel pezzo! Saranno anni… Comunque sì, veniva qui praticamente tutte le sere!»
«E non sa dirmi che fine ha fatto?» lo incalzai.
L’uomo scosse la testa e riprese le sue occupazioni, poi m’indicò un punto poco illuminato del locale, «Forse Martin la può aiutare… Ormai qui dentro è diventato un pezzo dell’arredamento, e credo che lo conoscesse!»
Mi girai in quella direzione e vidi un uomo anziano seduto dietro un tavolino, era praticamente nell’angolo più buio della taverna e prima non lo avevo proprio notato.
Mi avvicinai, «Salve, posso chiederle…»
Il vecchio m’interruppe: «Ho sentito, non sono mica sordo sai! Certo che conosco Paul… mi offriva sempre da bere quel bravo ragazzo… Anche tu sei uno bravo?»
«Ha sete?», la domanda era mal posta, dato che davanti al vecchio c’era un boccale vuoto e uno rimasto pieno per metà. «Cosa le posso offrire?», ecco, ora la domanda era quella giusta.
«Un whisky amico! Ma mi raccomando, digli che è per te… perché Ben mi ha detto che oggi non posso bere più niente! Non è cattivo, ma si preoccupa troppo per la mia salute… Ben è come un figlio per me!» disse sottovoce il vecchio.
Gli portai il whisky e mi sedetti al suo tavolo, il vecchio era magrissimo e puzzava di alcool e fumo di sigaretta. «Allora, che mi sa dire di Paul Jordan?» gli chiesi.
«Cosa vuoi sapere?»
«Che fine ha fatto, per esempio!»
«Se n’è andato tanto tempo fa! Non vive più da queste parti!»
«Questo lo so! Non sa dirmi nient’altro?»
«Paul era preoccupato! L’ultima volta che lo vidi mi confidò una cosa…», si avvicinò piegandosi verso di me, si guardò attorno e continuò bisbigliando: «Aveva paura!»
«Paura?»
«Sì, era terrorizzato!» sussurrò spalancando gli occhi.
«E da cosa?» domandai, mentre ero sempre più convinto di trovarmi di fronte ad un vecchio squinternato in preda ai fumi dell’alcool.
«Vedi, sua moglie non stava bene: entrava e usciva dal manicomio in continuazione! Una volta Paul mi raccontò che, rientrando dal lavoro, aveva trovato sua moglie Emma coi polsi tagliati che stava per accoltellare il suo bambino! Ci pensi? Se quel giorno avesse tardato di cinque minuti avrebbe perso moglie e figlio… e poi in quel modo… Ma Paul era innamorato di Emma e non la fece rinchiudere. L’aiutò sempre, ma lei peggiorava sempre di più… Rimase a casa dal lavoro per occuparsi di lei… Io ho il sospetto che non la volesse lasciare troppo da sola col bambino… Le comprò pure un cane perché gli avevano detto che la presenza di un animale poteva aiutarla.»
Dovetti ricredermi sul vecchio. Il suo racconto sembrava lucido e, nonostante le apparenze, non era affatto l’ubriacone che avevo immaginato all’inizio.
«Quindi aveva un problema con la moglie!» commentai.
«Un bel problema direi! Aveva il terrore che la moglie potesse avere una ricaduta! Sospettava che Emma, di nascosto, avesse smesso di prendere i farmaci che le impedivano i suoi attacchi d’ira… Ma la sera prima della sua partenza, m’informò che aveva deciso di portarla a Toronto da un suo cugino. Finalmente avrebbero vissuto in un posto dove Emma sarebbe stata seguita e curata come meritava. Dopo quella volta non lo vidi più, perciò credo che ora stiano in Canada… Di più non so!»
«La ringrazio!» gli dissi alzandomi.
«Grazie a te per il whisky!» rispose lui.
Salutai i due uomini e me ne andai. Mi sentivo soddisfatto, ormai ero sicuro che i vecchi padroni di Cloe fossero partiti per il Canada due anni prima, e che l’avessero abbandonata non potendola portare con loro.
Conclusi che in qualche modo Cloe fosse riuscita a cavarsela, magari mangiando tra i rifiuti e raccattando gli avanzi lasciati da qualcuno, oppure imparando a cacciare topi e altri animaletti nei numerosi parchi della zona.
Il fatto che fosse sopravvissuta da sola e per tutto questo tempo in un’area urbana, senza che nessun altro prima del sottoscritto si fosse mai accorto di lei, aveva dell’incredibile. Alla fine accettai la cosa con filosofia, limitandomi a ringraziare il destino che, per una volta, mi era venuto benevolmente incontro.

Quinto giorno
Mercoledì mattina mi alzai insieme a Mel, facemmo colazione e poi, mentre Mel s’avviava per andare in ufficio, io portai Cloe a fare una breve passeggiata attorno all’isolato. Rientrammo dopo venti minuti, le diedi la solita doppia razione di croccantini e la lasciai a casa per andare a lavorare.
Alle dieci, io e il mio socio Sam, avevamo appuntamento nel cottage dei signori McCullough, nei pressi di Livingston, per una ristrutturazione.
Le cose andarono per le lunghe e riuscimmo a tornare a Edimburgo soltanto a pomeriggio inoltrato; dopodiché rimasi in ufficio a discutere del progetto con Samuel e Hattie fino a tardi. Arrivai a casa per le sette e trovai Mel già ai fornelli.
«Bentornati! Dove hai portato Cloe stavolta?» mi disse appena mi vide.
Io non capii, «Beh, lo sai… l’ho portata fuori stamattina quando sei uscita…»
Melice smise di mescolare la zuppa di verdure e mi guardò in modo strano, «Vuoi dire che non è con te?»
«No Mel, torno adesso dall’ufficio!»
In un attimo realizzammo entrambi che Cloe non c’era, cercammo in ogni angolo della casa chiamandola e sperando che si fosse nascosta pur non capendone il motivo.
Guardammo ovunque ma fu inutile: Cloe era sparita!
D’un tratto mi ricordai che non avevo controllato una cosa. Tornai nel garage dove ero appena stato; anche se il garage era collegato al resto della casa da una porta sempre aperta, il portone del garage era blindato ed aveva la chiusura automatica per cui tutto l’ambiente era al sicuro da eventuali intrusioni di ladri.
La cosa che inizialmente mi era sfuggita fu che in un angolino del portone era installata una porticina scorrevole fatta apposta per Kid. Dopo la sua morte non pensai più a quella porticina, tantomeno che potesse essere ancora sbloccata per consentire ad un cane di uscire in cortile.
Ma la porticina era sbloccata e questo significava che Cloe era passata proprio da lì!
Uscimmo in giardino e ricominciammo a chiamarla, fuori era buio e dovetti prendere una torcia. Feci il giro tutt’attorno, il giardino era circondato da un muro in mattoni alto un paio di metri ed era impossibile che potesse averlo saltato.
Poi passai davanti al cancello in ferro battuto e capii: Cloe era uscita penetrando attraverso le inferriate come aveva fatto a Stanley Street!
Ora era chissà dove, ed io e Mel non sapevamo più che fare!
… O forse sì…
Fissai le inferriate del mio cancello e alla fine mi convinsi che Cloe poteva essere andata solo in un posto: la sua vecchia casa al 66 di Stanley Street!
Corsi alla macchina ancora parcheggiata nel vialetto. Mel mi bloccò afferrandomi per un braccio, «Dove vai?» domandò.
«Sono sicuro che è andata alla casa dei suoi vecchi padroni! Vado a cercarla là!»
«Vengo con te!»
«No Mel, resta qui! Casomai mi sbagliassi, rimani a cercarla qui attorno… Se la trovi chiamami al cellulare! Io farò altrettanto!»
Mel annuì incerta. Mentre entravo in macchina la vidi correre in casa a mettersi qualcosa addosso per perlustrare la zona. Eravamo entrambi agitati, ma anche decisi a ritrovare Cloe ad ogni costo. Girai la chiave e partii.
Attraversai la Duddingston Road senza incontrare traffico, a quell’ora la gente era in gran parte già rientrata a casa propria e le strade erano tutte abbastanza libere e scorrevoli. Esattamente il contrario di ciò che stava avvenendo nella mia testa: mentre guidavo mille pensieri si accavallavano mandandomi in confusione; domande, timori, dubbi, visioni di ogni tipo. Tutte accomunate da una paura profonda per la sorte di Cloe.
Impiegai non più di dieci minuti per arrivare a Stanley Street, fermai la macchina davanti la casa e scesi, il topo era sempre lì. La via era deserta come sempre, solo che il buio della sera le conferiva un alone più sinistro del solito.
Mi guardai attorno e chiamai il suo nome varie volte, la strada era illuminata dai lampioni ma tutto ciò che stava al di là dei suoi margini era completamente avvolto dalle tenebre. Il cielo era nero come l’inchiostro: la luna e le stelle non si vedevano affatto. Su Edimburgo persisteva ormai da giorni una spessa cappa di nuvole, e quella notte non fece eccezione.
Ero solo davanti ad un cancello chiuso, in una strada buia e deserta, e chiamavo il nome del mio cane senza avere nessuna certezza che fosse realmente lì.
Cos’altro potevo fare se non scavalcare quel cancello?
Le inferriate erano arrugginite e dovetti stare attento a non ferirmi poiché alla sommità erano appuntite come lance. Mentre mi trovavo impacciato più che mai a cavalcioni in cima al cancello, pensai di non avere più l’età per certe cose; ma in fondo ero da solo e la cosa sarebbe rimasta un fatto privato tra me e il mio orgoglio.
Rischiai seriamente d’infilzarmi la punta di una lancia nella coscia o, peggio, nell’inguine. Poi, con un ultimo sforzo dettato dalla disperazione, puntellai le braccia sulla barra superiore del cancello sbilanciando il peso del corpo dall’altra parte e lasciandomi cadere all’interno del giardino. Atterrai ruzzolando su un tappeto di ciottoli ed erbacce, quando mi raddrizzai in piedi avevo male dappertutto, ma per fortuna non mi ero rotto nulla.
Chiamai di nuovo Cloe ma non ebbi alcuna risposta. Il giardino era un muro di ombre appena distinguibili, la sagoma della casa si confondeva con quelle della fitta vegetazione che la cingeva su ogni lato. Il problema era che non riuscivo a vedere nemmeno i miei passi, e fu a quel punto che mi ricordai di avere con me la torcia. Infilai la mano in tasca e la tirai fuori, temevo si fosse rotta con la caduta ma l’accesi e funzionava perfettamente.
Il cono di luce sembrava uno spazio cavo che oscillava all’interno di una materia nera e solida, ed io che stavo dietro la luce ero avviluppato da quella materia. Avanzavo in quella materia cercando di ignorarla, concentravo lo sguardo ed i pensieri dentro la luce che stava di fronte; vedevo oggetti, un secchio per terra, le foglie dei cespugli che tagliavano la luce, poi l’angolo della casa con l’intonaco bianco e sbrecciato, e dietro l’angolo di nuovo il buio.
Poi udii un rumore, come uno stropiccìo di foglie secche sul terreno, proveniente da quell’angolo esterno della casa, nel punto in cui ricordavo di aver visto riapparire Cloe tre giorni prima. Scattai in quella direzione, puntai la torcia e la vidi!
Era lei, era Cloe!
Stava lì, a dieci metri da me, era immobile e mi fissava con gli occhi che la luce della torcia aveva trasformato in due lampadine accese.
«Cloe! Eccoti finalmente! Lo sapevo…» esclamai sollevato.
In quell’istante suonò il cellulare!
Sobbalzai, frugai nella tasca e l’afferrai, ma l’agitazione mi giocò un brutto scherzo e il telefono mi scivolò dalle dita cadendo per terra. Mi chinai per raccoglierlo e dovetti aiutarmi con la luce della torcia per trovarlo, intanto quello continuava a suonare.
«L’ho trovata Mel!» risposi convinto fosse mia moglie.
«Danny sono Sam!»
«Sam?»
«Sì, ti ho chiamato per parlarti di domani… A proposito di Copeland…»
«Senti Sam, adesso è un brutto momento… poi ti spiegherò! Ne riparliamo domattina in ufficio, d’accordo?» tagliai corto.
«Ma… Ok, ma dobbiamo parlare prima che arrivino quelli della commissione! Danny… va tutto bene?»
«Sì sì Sam, va tutto bene! A domani, ciao.», rimisi il cellulare in tasca e andai incontro a Cloe, ma Cloe era di nuovo sparita!
«No cazzo! Dove ti sei cacciata adesso… Cloe vieni da me!» gridai.
La chiamai di nuovo e continuai a chiamarla, ma intorno a me c’era solo silenzio, buio e silenzio!
E intanto una crescente inquietudine iniziò a farsi largo dentro la mia testa. La stessa inquietudine che provai la prima volta che mi ero trovato in quel posto, solo che quella domenica era stato di giorno mentre adesso era buio e tutto era più incerto, più preoccupante.
Era un malessere sempre più intenso, addirittura fisico, quasi che la mente avesse reso ogni mio timore un qualcosa di materiale, di solido. Solido e ostile come il buio che mi circondava.
E questo timore mi soffiava gelido lungo la schiena, mi sfiorava le spalle inducendomi a girare su me stesso in continuazione, allungava le ombre deformandole e muovendole, come se qualcosa di nascosto dietro o davanti a me fosse pronto a sorprendermi e a darmi il colpo di grazia.
Un altro rumore!
Stavolta ero certo provenisse dall’interno della casa. Puntai la torcia contro la finestra più vicina, ma la tenda abbassata impediva di poter vedere oltre. Eppure il rumore veniva proprio da dentro, pensai non potesse essere che Cloe.
«Cloe sei lì dentro? Come diavolo sei entrata?» ripresi a chiamarla.
Nel frattempo proseguii il mio giro intorno alla casa, puntando la luce contro le pareti. Mi fermai solo quando trovai una porta, sul retro della casa. Era chiusa ma mi accorsi subito che in basso aveva una porticina basculante, lo stesso tipo di passaggio che avevo disposto nel portone del mio garage.
Ormai era ovvio: Cloe era passata da lì!
Mi inginocchiai e sollevai la porticina, infilai la torcia e la puntai all’interno illuminando la porzione di un corridoio. «Cloe vieni fuori, dai!» chiamai di nuovo.
Restai in silenzio, in attesa. Poi da qualche parte all’interno della casa, sentii un mugolio seguito da un timido abbaio. Cloe mi aveva risposto, mi stava dicendo qualcosa e capii, non so come, che mi stava invitando ad andare da lei.
Dovevo entrare quindi, ma come?
Osservai la porta e constatai che la maniglia in ottone era di una marca che, grazie al mio mestiere, conoscevo bene. La parte situata all’esterno era di forma circolare e si poteva aprire solo inserendovi la chiave, ma sapevo che quella all’interno aveva la classica forma ad astina arcuata. Se la porta non fosse stata chiusa a chiave c’era la possibilità, agendo sulla maniglia interna, di poterla aprire.
L’ipotesi era debole poiché ritenevo fosse assai difficile che i Jordan, partendo per il Canada, non avessero pensato di chiudere a chiave ogni porta della loro casa. Ma dato che ero lì, in una situazione che mi dava poche alternative, pensai che almeno un tentativo andasse fatto.
Mi serviva un oggetto lungo con un’estremità ricurva in modo da agganciare la maniglia e provare ad abbassarla, per arrivarci sarebbe bastato aprire la porticina basculante e infilarci dentro il braccio armato di quella prolunga.
Pensai che il manico di un ombrello sarebbe stato l’ideale, cercai tutt’intorno puntando la luce in ogni angolo del giardino. C’erano cianfrusaglie un po’ dappertutto ma niente ombrelli. Alla fine trovai qualcosa che poteva fare al caso mio: da un mucchio di rottami e sterpaglie raccolsi un fascio di fil di ferro, lo spezzai e lo modellai intrecciandolo e piegandolo fino ad ottenere l’appendice che volevo.
Mi sdraiai facendo passare il braccio attraverso la porticina, quindi provai ad agganciare la maniglia. Ero scomodissimo e non vedevo niente ma improvvisamente percepii di aver passato il gancio attorno alla leva della maniglia, lentamente tirai verso il basso facendo attenzione che non si sfilasse. Riuscii ad abbassarla tutta e con uno scatto la porta si aprì.
Malgrado la situazione balorda e precaria in cui mi trovavo, inaspettatamente ebbi una sensazione piacevole: ora non restava che entrare e raggiungere finalmente Cloe!
Entrai e, aiutato dalla luce della torcia, cominciai ad aggirarmi in quel corridoio. Era la prima volta che mi intrufolavo in una casa come un ladro e non mi sentii per niente a mio agio.
Dentro, ogni cosa era ricoperta di polvere; sul pavimento riuscii a riconoscere i resti di animaletti morti assieme a giornali e cocci di vasi e soprammobili rotti sparsi un po’ ovunque. Man mano che mi addentravo l’aria era sempre più pesante e opprimente; avvertii un forte odore di muffa e di marcio provenire dal passaggio che collegava il corridoio a quella che sembrava essere un’ampia sala, probabilmente il soggiorno.
Entrai nella stanza e la vidi: davanti a me c’era Cloe che mi aspettava, e dietro di lei la sua vecchia famiglia!
I Jordan erano tutti riuniti intorno al tavolo al centro della sala, ognuno seduto al suo posto. Erano due anni che aspettavano la visita di qualcuno, e probabilmente Cloe volle che quel qualcuno fossi proprio io.
Paul Jordan non portò mai la sua famiglia in Canada, la lasciò marcire dentro quelle mura, trasformando la sua casa in una tomba. Ora erano lì seduti, immobili, tre manichini scheletriti e mummificati.
Il terrore fu immediato e d’istinto ebbi l’impulso di fuggire a gambe levate. Ma poi sentii Cloe abbaiare sommessamente, mi aveva portato dai suoi vecchi padroni e non voleva essere abbandonata di nuovo, mi diceva di restare perché sapessi finalmente la verità. Così il terrore cedette il posto alla pietà.
Mi chinai su di lei e la strinsi forte, «Adesso ho capito Cloe! I tuoi vecchi padroni avranno finalmente la pace che volevi per loro!» le sussurrai.
Lei mi leccò la faccia, era il suo modo di ringraziarmi.

Epilogo
In base al rapporto della polizia i fatti accertati furono che Paul Jordan scoprì i cadaveri di moglie e figlio riversi in un lago di sangue, dopodiché, preso dall’orrore e dalla disperazione, si suicidò.
Le tracce stabilirono che Emma Jordan sgozzò il figlio Tommy di tre anni con un coltello da cucina, tagliandosi poi le vene dei polsi, gesto già tentato in passato. Paul, oppresso dal senso di colpa per aver permesso che tutto ciò si fosse ripetuto sfociando in tragedia, decise di piantarsi lo stesso coltello nel cuore.
Prima di uccidersi, Paul sistemò i cadaveri di Emma e Tommy, disponendoli seduti attorno la tavola, come per riunirsi a loro in una sorta di ultima cena.
Sono sicuro che tutto ciò avvenne sotto gli occhi di Cloe!
Non so cosa possa capire un cane della follia umana. Quello che so è che Cloe ne è stata testimone, così come è stata testimone e vittima dell’indifferenza degli uomini.
Gli anni che Cloe ha trascorso da sola, sopravvivendo alla fame ed ai tanti pericoli di una città popolata da umani indifferenti e ostili, rifugiandosi in quella che era diventata una tomba e una tana, la sua tana, io e Mel non potremo mai più restituirglieli.
Ma ciò che adesso mi conforta è sapere che d’ora in poi la nuova tana di Cloe è casa nostra.
E lo sarà per sempre!

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