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La web serie di corti video-teatrali dal carcere di Teatro Nucleo

Tempo di lettura: 9 minuti

Da: Ufficio Stampa Teatro Nucleo

Una web serie di corti video-teatrali dal carcere: Album di Famiglia
è il terzo appuntamento della stagione Le Magnifiche Utopie

Una web serie composta da dieci corti video-teatrali, ciascuno della durata di 4 minuti, trasmessi a cadenza settimanale. Ogni giovedì alle ore 18 a partire dal 14 gennaio 2021 dalla pagina Facebook di Teatro Nucleo e del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, di cui la Compagnia con base a Ferrara è fondatrice, andranno in onda gli appuntamenti della serie web Album di Famiglia all’interno della stagione Le Magnifiche Utopie. La scelta del giorno, il giovedì, coincide con il momento della settimana in cui Teatro Nucleo da sedici anni varca le porte della Casa Circondariale C. Satta nella città estense per portare avanti il percorso di teatro dedicato ai detenuti-attori.
Una delle poche realtà in Italia che continua anche in questi momenti complessi a realizzare in presenza le attività teatrali in carcere, Teatro Nucleo, con Horacio Czertok e Marco Luciano, dal 2018 conduce il laboratorio Album di Famiglia nell’ambito del tema biennale “Padri e Figli” individuato dal Coordinamento Teatro-Carcere della Regione Emilia- Romagna. Partecipato da 35 detenuti di diversa provenienza – Russia, Marocco, Albania, Romania, Spagna, Cuba, Italia, Tunisia, Moldavia – il percorso è dedicato alla produzione di uno spettacolo che avrebbe dovuto debuttare, prima ad aprile e poi a novembre 2020, presso il Teatro Comunale di Ferrara. A causa dell’emergenza sanitaria ancora in atto, questo non è stato possibile. Tuttavia, in attesa della riapertura dei teatri, il processo creativo non si è interrotto. Portato avanti tramite lettere – nel progetto Esercizi di Libertà – durante il primo lockdown, in questa seconda fase il laboratorio prosegue in presenza portando all’esterno la pratica teatrale con il linguaggio del video.
«L’idea di una serie di corti che raccontasse il nostro lavoro su Amleto è nata in maniera occasionale e quasi per caso. Gli attori detenuti hanno sempre continuato a studiare e a sviluppare i loro “compiti”, nonostante la mancanza dell’obiettivo-spettacolo, e certe cose avevano raggiunto un livello performativo forte, per cui ci siamo detti: documentiamo. Così abbiamo iniziato a riprendere le varie scene, ma d’improvviso è scattato qualcosa nel gruppo. Si è accesa una passione per questo tipo di lavoro. Ho capito che la telecamera rappresentava per loro una finestra attraverso cui farsi vedere dai figli, dalle mogli, dalle madri e dai fratelli. Una fessura in bianco e nero attraverso cui fare entrare la città e il mondo.
Tutti hanno iniziato a lavorare all’allestimento del set, alla scelta delle inquadrature, alla scrittura dei movimenti di camera. Ho capito che non si trattava più di documentare gli incontri di un laboratorio, ma che stava prendendo forma un processo artistico, creativo. Il cinema»
, racconta Marco Luciano, regista e drammaturgo di Teatro Nucleo.
La forma del video breve – precisa e funzionale ad esprimere pregi e difetti della creazione e del contesto in cui avviene – riprende l’idea della raccolta fotografica dei ricordi familiari: ogni episodio è uno scatto, uno squarcio che illumina aspetti e momenti dei vari personaggi che animano la drammaturgia di Album di Famiglia. I personaggi appaiono nei dieci episodi, si raccontano attraverso relazioni reali o immaginarie. Una famiglia a brandelli, una polverizzazione dei legami, per dirla con Hanna Arendt, che attraverso la storia di Amleto si fa metafora anche del momento storico che stiamo vivendo, oltre che della condizione individuale degli attori-detenuti.
Liberamente ispirata alla figura di Amleto e alle sue varie riscritture contemporanee, da Laforgue a Heiner Muller, la drammaturgia di Album di Famiglia si è andata componendo attraverso uno scambio di suggestioni e spunti letterari forniti dai registi di Teatro Nucleo ai detenuti, che li hanno rielaborati in scritture più o meno biografiche sull’eredità familiare, sulla colpa e sul perdono. La composizione drammaturgica ha preso ispirazione da Hamlet Machine di Heiner Muller, il cui primo movimento si intitola proprio Album di Famiglia: da qui deriva la suggestione per una composizione di storie e personaggi che appaiono e scompaiono, come quando si sfoglia un album fotografico di una qualunque famiglia.
Il primo episodio della serie web Album di Famiglia, il 14 gennaio, si apre con un prologo tratto dal Macbeth di Shakespeare. L’attore Luigi Zanzi declama parole che hanno la forza di sovrapporre identità e finzione, interprete e personaggio, testo scritto e pensiero incarnato, e che alzano il sipario della grottesca tragedia che sta per essere raccontata.
Il secondo episodio, il 21 gennaio, inizia con una lavagna sulla quale un uomo scrive incessantemente il numero 7. Cancella e ricomincia, mentre intorno al tavolo gli attori litigano su chi dovrà interpretare il personaggio di Amleto.
Il terzo episodio, il 28 gennaio, è dedicato al racconto della vicenda di Amleto ad opera del re Claudio. Il quarto, il 4 febbraio, incentrato sulla lunga riflessione di Claudio attorno al concetto di colpa; il quinto, l’11 febbraio, è dedicato a Ofelia; il sesto, il 18 febbraio, ispirato a un racconto di Julio Cortàzar riguardo il tempo e la sua misura; il settimo, il 25 febbraio, in cui avviene la presentazione di Amleto e, infine, gli ultimi tre al momento in fase di scrittura.

La colonna sonora dei corti è prevalentemente affidata Nicolae Roset, moldavo di origine rom, ospite della Casa Circondariale C. Satta. Le canzoni che ha proposto, di tradizione zingara, hanno a che fare con la lontananza, dalla famiglia e dall’amore, e con la necessità del viaggio.

Tutti gli episodi sono girati nel corso degli appuntamenti settimanali di 90 minuti che i registi di Teatro Nucleo hanno a disposizione per portare avanti il percorso con i detenuti-attori. «Chiunque abbia mai avuto una esperienza di lavoro video, anche amatoriale, sa perfettamente che questo tempo è pochissimo, quasi nullo, per effettuare riprese di qualità, considerare la luce, la captazione sonora, senza poter fare prove.
Gli attori hanno bisogno di ripetere più volte il percorso in relazione al movimento di camera, di studiare le posizioni in relazione alla camera e agli altri attori presenti nella scena. Sono cose che richiedono tempo.
E quindi, non avendo questo tempo, i partecipanti al percorso di teatro-carcere condotto da Teatro Nucleo studiano durante la settimana quello che dovranno eseguire il giovedì. Immaginano il movimento e lo spazio nella propria cella, mentre si preparano da mangiare, quando percorrono i corridoi della sezione. Quando arriva l’azione sono sempre pronti. Raramente abbiamo avuto bisogno di girare una scena per più di due volte e quando è successo per lo più è stato per mia responsabilità o per problemi della macchina da presa.
Ogni volta che esco dal carcere sorrido come un bambino pensando a quanto sono maturati come attori questi uomini durante questi anni di laboratorio.
La loro intelligenza emotiva, la furbizia infantile, questo “non aver nulla da perdere”, il loro essere perfettamente confitti nel presente e contemporaneamente capaci di vivere in un altrove immaginario (cosa a cui penso siano allenati per sopravvivenza), sono elementi che fanno di loro a tutti gli effetti degli attori professionisti», conclude Marco Luciano.

Le Magnifiche Utopie di Teatro Nucleo
Le Magnifiche Utopie è il nome che Teatro Nucleo, a partire dalla prima metà degli anni Ottanta, ha dato alla propria progettualità inerente al teatro negli spazi aperti. “Aperti” sono tutti quegli spazi fisici e spirituali, privati o istituzionali, emotivi e immaginari che sentono la necessità di aprirsi alla bellezza, alla poesia, all’arte e quindi al teatro: non solo le piazze, le strade o i luoghi pubblici. Tutti quei “luoghi” che hanno urgenza di trasformarsi in qualcosa di ancora irrealizzato, e trovano con il teatro la strada per farlo. Il lavoro teatrale in carcere, che Teatro Nucleo porta avanti incessantemente dal 2005 nella Casa Circondariale C. Satta di Ferrara, si pone esattamente in questa direttrice di lavoro e di pensiero. Così, la web serie di corti video-teatrali Album di Famiglia diventa il terzo appuntamento della stagione teatrale Le Magnifiche Utopie, pensata e organizzata da Teatro Nucleo per prendersi cura degli spettatori e del teatro Julio Cortàzar, continuando a tenerlo idealmente aperto anche durante l’impossibilità di percorrerne materialmente gli spazi.
La prima parte della stagione, dopo l’apertura del 25 novembre 2020 con la trasposizione video di Kashimashi di e con Natasha Czertok, è proseguita il 19 dicembre 2020 con Chenditrì, spettacolo per ragazzi di Teatro Nucleo dedicato ai temi dell’ecologia e della biodiversità e con il dialogo con Fabio Fioravanti e Natasha Czertok del 29 dicembre.
Dopo l’appuntamento con Album di Famiglia il percorso proseguirà secondo modalità di fruizione – in presenza o in altre forme – di volta in volta definite e comunicate in base alle disposizioni vigenti.
«Ci piacerebbe che la parola chiusura potesse essere sostituita dalla parola cura.
È necessaria la “cura” per superare una crisi. Per quel che possiamo, vogliamo continuare ad avere cura del nostro lavoro, del nostro teatro, tenendolo aperto e rendendolo un luogo in cui sentirsi sicuri, trovare nuovi riferimenti capaci di rafforzare il senso d’appartenenza ad una comunità, favorire l’incontro».

Perché il Teatro è la Polis e la polis è aperta, in continua trasformazione, e avanza sempre come la vita.
Per informazioni su Teatro Nucleo: https://www.teatronucleo.org/
Per informazioni sulla stagione teatrale Le Magnifiche Utopie: https://www.teatronucleo.org/wp/stagione-le-magnifiche-utopie/

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