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L’altro volo. Il racconto vincitore del premio letterario “Stefano Tassinari” di Argenta

Tempo di lettura: 9 minuti

Una cifra stilistica sorprendente per una ragazza di 16 anni e una notevole profondità di analisi introspettiva. Linda Farinelli, iscritta al terzo anno del liceo scientifico Don Minzoni di Argenta, è la vincitrice della seconda edizione del premio artistico-letterario Stefano Tassinari, un progetto ideato e fortemente sostenuto dalla professoressa Francesca Boari realizzato con il sostegno delle librerie ‘Cavalieri’ e ‘Giralbri’ di Argenta e ‘Feltrinelli’ di Ferrara. La sala del Piccolo teatro che sabato scorso ha ospitato la cerimonia di premiazione era gremita di studenti, docenti e amici di Tassinari che fu scrittore, giornalista, attivista politico e che ad Argenta completò gli studi superiori.
Prima della consegna dei riconoscimenti sono intervenuti il sindaco di Argenta Maurizio Fiorentini, il dirigente scolastico Francesco Borciani, la professoressa Francesca Boari curatrice dell’iniziativa, il docente dell’Università di Ferrara Sergio Gessi direttore di Ferraraitalia e amico dell’autore scomparso nel maggio 2012.
La presentazione dei lavori premiati è stata fatta da Silvia Sansonetti, l’insegnante che ha direttamente seguito e stimolato il lavoro dei ragazzi. Il commento musicale è stato affidato a Mattia Bellettati.

 

L’altro volo
di Linda Farinelli

Questo racconto è ispirato al libro “I segni sulla pelle” di Stefano Tassinari. La storia si propone di dare un volto e un nome ad una ragazza morta senza che nel romanzo gliene sia dato uno. Dare una storia ad un sacrificio. Descrivere quello che si lascia sospeso, tentando di dare un nuovo punto di vista.
Il fine ultimo è far provare con altre parole le stesse emozioni provate durante la lettura del romanzo, perché la scrittura non deve solo raccontare una storia, deve farla sentire.

L’altro volo

L’umano striscia in seno a se stesso,
si nasconde nelle civiltà,
adora idoli di monete e banconote.
L’umano non esiste,
è l’uomo ad essere vincitore,
crudele ombra dell’antica bellezza
che riempi di sogni gli occhi.

Per arrivare a Genova ho preso un aereo. Di quelli grandi, che quando ti passano sopra, alti nel cielo di Spagna, non puoi fare a meno di guardare. Non puoi fare a meno di chiederti quanto traballino le persone, la sopra. Quanto stiano sorridendo.
Anche io sorridevo, mentre il muso del grande gigante di ferro impennava verso le nuvole alla volta dei cieli italiani. Cieli azzurri, ma non come i nostri. I cieli spagnoli sono i più chiari, ne sono sempre stata convinta.
L’atterraggio è un inferno, le farfalle nello stomaco e il timore perpetuo di uno schianto. Un timore inutile, i piloti sanno quello che fanno, non come noi, noi partiti per una meta senza idea di quello che ci aspetta.
Arrivare a Genova è come buttarsi dietro tutto quello che ho imparato fino ad ora, abbandonarlo dentro quel taxi bianco, guidato da un signore calvo, con un rispettabile sorriso, e iniziare qualcosa di nuovo.
Il lavoro del giornalista è anche questo, dimenticare, e tornare ad imparare ogni volta.
Cammino per le strade ancora brulicanti di vita. Di polizia e grandi masse, nemmeno l’ombra. Il G8 si riunirà da qui a tre giorni. Per ora i genovesi possono ancora passeggiare in riva al loro splendido mare senza temere nulla. Gli stranieri arriveranno dopodomani.

Il mattino mi sveglia con i suoni di ruote sull’asfalto. Ruote di veicoli troppo grandi per essere auto.
Poi rumore di gente. La gente fa un rumore tutto suo. Ha il suono dei respiri e delle risate, delle grida. Dei cuori che battono. Un rumore inconfondibile, anche se ti sei appena svegliato. Scendo in strada che il sole è ancora basso, già vedo popoli mischiarsi e subito tiro fuori la macchina da presa. E’ una di quelle piccole, digitali, non occupa spazio e fa il suo dovere.
Non riconosco le lingue che parla la gente, sembrano tutti linguaggi complicati. Ogni tanto riconosco l’inglese, l’italiano sbrodolante di dialetti, il tedesco, il mio spagnolo caldo come il sole appena nato.
L’unica cosa di cui sono certa è che in tutto questo loro ci credono veramente. Ci mettono la faccia, il sangue.
Cammino tra di loro e mi sento come una particella di quel tutto. Con gli occhi duri e concentrati, catturo nella mia cinepresa tutti i loro volti. Avranno un che di eterno dentro la mia pellicola.
Vogliono tutti la stessa cosa, un po’ di ascolto, orecchie tese alle loro richieste, alle loro preghiere. Pregano col sorriso in faccia, si guardano, battono le mani in aria.
E’ cominciata.
Adesso i poliziotti ci sono, attorno a noi, attorno ai sorrisi, con i loro sguardi duri che non possono nemmeno passare per apprensivi. Sono arrabbiati, ce l’hanno con quelli che sfilano dietro i loro scudi trasparenti. Li caricano di rabbia, innescano una battaglia di occhi schermati dai caschi. E per prime non sono le pietre a volare, o le bombe, o le minacce: per prime sono le parole. Parole d’odio da chi difende la legge verso chi difende se stesso. Io ci sono in mezzo, apro le orecchie e ricevo anche io tutti quei vocaboli intricati tra loro.

Però è tutto tranquillo. Le grida non fanno paura, ed io mi sento euforica. Ho la testa piena di idee, di immagini da imprimere nella mente.
La giornata sfila via liscia, mi scorre tra le dita ed è come se volasse. Non ha importanza a che ora cala il sole, abbiamo camminato tutto il giorno, ad un certo punto abbiamo rischiato di farci male ma non mi importa.
I miei occhi lacrimano, un po’ irritati, forse non avevo preso le dovute precauzioni, ma nemmeno quello è importante.
Ho potuto ammirare l’uomo, in tutto se stesso. L’uomo disumano e l’apparentemente disumano che si lascia andare e dimostra la civiltà che è intrinseca nella nostra natura. Ho visto visi rosso sangue e mani candide. Ho visto giovani e vecchi, civili ed incivili. Ho visto vite, vittorie, e sconfitte. Ho visto ciò che nessuno, se non ci sta in mezzo può vedere. Le immagini della televisione non hanno questo effetto.
Sono luci fredde, inanimate. Quello che c’era qui era vincolato dagli odori, dai suoni, dal calore dei corpi pressati l’uno contro l’altro. Le spalle che si toccavano erano elettriche.
Nel buio di questa stanza in cui sono rifugiata mi sento persa. Vorrei di nuovo la luce e il rumore. Vorrei di nuovo il cielo coperto di nuvole su di me. Quelle nuvole stanno facendo piovere su di noi una tempesta leggera.
Spero che il sole sorga in fretta, che tornino le persone. Ho voglia di rientrare in quel corpo urlante che è il corteo. Ho voglia di darmi voce, di darci voce, attraverso le lettere che lascio incise sulla pagine.

La violenza esplode attorno a me. La sento scorrermi addosso. È un dolore che si insinua nelle vene. Non la immaginavo così. Mi stupisce, non sento la mia voce tra le mille che gridano. Non riconosco le mie gambe tra le mille che corrono. Voglio solo fermarmi per essere certa di essere tutta me stessa, ma non posso. O la corsa, o la vita. Piangiamo tutti, un po’ per i lacrimogeni, un po’ per il dolore.
Non so quand’è che sono caduta, quand’è che mi hanno calpestata. Sento male, e la massa non si ferma. Scorre come un torrente.
Ero così felice, così viva. Ed ora sono così piccola, insignificante. Sono così inutile. In procinto di lasciare tutto questo amore folle per la gente ed andarmene. Sull’orlo del precipizio tra il di qua e il di la.
Tra l’essere ascoltata e l’essere ignorata.
Mi sentono sotto le suole, ma devono andare avanti. Sangue sulla lingua, tra le dita, male al ventre, i fianchi schiacciati, le gambe immobili e già fredde.
È l’ultimo tempo che ho.
Rivedo i cieli azzurri che ho lasciato, la pancia gonfia degli aerei.
Le lacrime di mia madre.
Vorrei che fosse qui a tenermi la mano. La mano che trema, così vuota e senza scopo. Non ho la mia penna tra le dita. Non posso lasciare la testimonianza di questa perdita.
Vedo gli occhi chiari di mio padre. Un sole freddo tra le ciglia folte. I baci crudi sulla fronte.
E «Sta attenta» e «Ti aspetto». E un annuire confuso, il mio ultimo saluto.
Voglio che sappiano per cosa mi sto lasciando andare. Per cosa mi sto facendo travolgere, mentre bagno con me stessa le scarpe di questi amici assassini.
È per voi il mio ultimo respiro, mamma, papà, voi che mi piangerete. Voi che non prenderete parte alle sfilate in mio onore, uccisi dal mio stesso dolore. Voglio che vi arrivi questo alito di vento che lascio libero nell’aria salmastra di Genova. Riprenderà l’aereo e tornerà indietro. Sarà il mio ultimo volo.
L’altro volo, senza biglietto di ritorno.

La sua faccia è su tutti i giornali.
“Ella muriò en la revuelta”. Morta nella rivolta.
Non possiamo tenere gli occhi su quelle parole per più di un secondo.
Le parole danno consapevolezza. Ci fanno capire che è vero. Lei non è più qui. Non sorriderà scendendo le scale, non avrà mai più le mani macchiate d’inchiostro. Non ci hanno mostrato la salma.
“Ricordatela com’era, non come è ora.” Un monito a non guardare l’orrore del suo corpo.
A noi è concesso un silenzio quasi irreale. Non abbiamo attorno folle solidali. Siamo solo noi, nel nostro piccolo inferno personale. Il non sapere. Il non poter vedere. L’aver permesso che partisse. L’aver dato fiducia.
Doveva volare in pace fino a Genova, tornare sorridente in Spagna. Con il suo accento sbarazzino mitigato dalle lingue straniere.
Ed invece è muta, fredda, ultima lacrima di sangue nel mio petto, in una bara nera, sotto terra. I cipressi calano le chiome su di noi, ci rinchiudiamo in lei e per lei.
La nostra perdita è impunita e silenziosa.
Il nostro morire è silenzioso.
Mentre il suo, un volo nel rumore.

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