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Un ricordo di Padre Marcello

L’AMICO NASCOSTO DELLA CITTÀ DI FERRARA
Un ricordo di Padre Marcello

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Qualche giorno fa, il 13 di luglio, don Andrea Zerbini ha celebrato una messa in ricordo di padre Marcello, di cui di seguito riportiamo il testo dell’omelia. Molti ferraresi, anzi moltissimi – a patto che abbiano superato gli anta – si ricordano di quel frate mistico, mite e gentile, con il pensiero rivolto all’alto e con il dono dell’accoglienza e dell’ascolto.
(Effe Emme)

Padre Marcello dell’Immacolata, carmelitano, potremmo definirlo l’amico nascosto della città di Ferrara. C’era per chiunque fosse segnato dall’afflizione e dal peso della vita, disponibile sempre per chi suonava il campanello del suo confessionale e nessuno se ne andava senza luce, forza e consolazione, rialzato sul cammino arduo della speranza. Un “Avanti”, sorridente era sempre la parola del suo congedo. Al secolo Carlo Zucchetti nasce a Vighignolo, frazione di Settimo Milanese (Mi) il 29 Novembre 1914; nel 1948 è mandato a Ferrara presso il convento di San Girolamo: per trentasei anni la città ha conosciuto l’incessante servizio di carità di Padre Marcello, soprattutto come confessore e direttore spirituale. Nel 1960 diventa Cappellano della Divisione Pediatrica dell’Arcispedale Sant’Anna e qui sperimenta la notte oscura delle famiglie e dei bambini ammalati dell’IPI. Muore nel triduo della festa della Beata Vergine del monte Carmelo il 13 luglio 1984.

Ferrara, Chiesa di San Girolamo

Una domanda mi è nata in cuore: «Chi è Gesù per padre Marcello dell’Immacolata?»
Potremmo rispondere lasciandoci ispirare dai nomi delle poesie di san Giovanni della Croce: Gesù è per lui Fiamma, Cantico, Notte, Fonte.

Fonte cristallina che si infonde nell’anima sprofondata nell’oscurità, presenza di luce. Fiamma viva, come lo sposo del Cantico, l’amico del Vangelo, lo Spirito del Cristo, lo stesso respiro di Gesù: «fiamma che consuma e non dà pena». Ma Gesù è anche notte, dice Giovanni della Croce, «che mi guidasti, oh, notte più dell’alba compiacente! Oh, notte che riunisti l’Amato con l’amata, amata nell’Amato trasformata!». Cantico nuovo è, infine, Gesù quello di un amore inesausto, proprio di chi continua ad amare, anche se cammina per una valle oscura.

Ma non solo. Gesù, per padre Marcello, è la sorgente del suo desiderio di umanità, di libertà di dono: «Cercate – egli scrive – di vivere impostando su Cristo i vostri desideri, le vostre aspirazioni; tenete Cristo come il vostro primo e più caro Amico, a cui confidare ed aprire il vostro cuore; non stancatevi di chiamarlo: è Lui che vi ha chiamati, e più vivrete con Lui, più lo obbligherete a rimanere con voi». «Il desiderio di Dio dispone all’unione con Lui» ci ricorda ancora san Giovanni della Croce; esso è generativo della fede e dell’abbandono in Lui: «La fede, infatti ‒ è ancora padre Marcello ‒ è confidenza e amore, che ci impegna a vedere e sentire anche quando il buio e il chiuso ci circondano: è luce nelle tenebre e armonia serena nel mutismo umano».

L’esatto opposto del sentimento vissuto dal popolo, di cui ci parlano la prima lettura (Is 1,10-17) e il salmo (Sal 49) di oggi. Un popolo senza desiderio, o meglio adulterato dai molti desideri. In esso non arde più un cuore desiderante e amante del proprio Dio, ma un cuore doppio, animato di finta fede e devozione, che recita con le labbra senza tradurre in fatti, che pratica riti vuoti perché privi di un autentico sacrificio, privi del culto spirituale nella vita che è la pratica della giustizia. Gente religiosa che onora con le labbra ma non con il cuore. Essi pongono al centro se stessi, i propri interessi, e così, ricolmi del proprio io, credono di guadagnare il senso della vita senza accorgersi di perderlo perché dimentichi dell’insegnamento del Maestro: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, troverà il centro della sua vita».

Diversamente, il vero discepolo di Gesù è colui che ama il maestro più e oltre gli amori umani, pur sempre limitati. È colui che corre fuori di sé alla ricerca di un amore che da dentro il cuore, lo dilata oltre ogni confine, sino a creare una sconfinatezza di bene.

Questo è stato Gesù per padre Marcello. Il centro della sua vita. Ma un centro convesso ‒ per così dire ‒ rivolto verso un altro, dipendente da un altro: «Il centro dell’anima è Gesù». Si è veramente sé stessi nel momento in cui ci immergiamo in lui. La mia risposta, il mio sì di amore mi porta al mio centro, mi unisce a lui, nel centro di me stesso. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

L’approdo è strabiliante, ma basta veramente poco per raggiungerlo. Basta anche solo un «bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli», come ci esorta il vangelo di oggi. «Basta un solo grado di amore ‒ ricorda san Giovanni della Croce ‒ perché l’anima si trovi nel suo centro, che è Gesù, essendole sufficiente uno solo per unirsi a Lui per grazia».

E così torno ancora a domandarmi: “Chi è Gesù per padre Marcello?”

Gesù, per padre Marcello, è colui che vuol restare in compagnia nostra. Vuol essere con noi presente e vivo per condividere gioie e speranze, lutti e angosce; per introdurci e renderci partecipi di quella stessa compagnia di amore che si vive nell’intimità trinitaria, dove il Padre e il Figlio escono l’uno verso l’altro, cercano l’uno la compagnia dell’altro grazie a quella vitalità di amore che è lo Spirito santo.

L’amore di p. Marcello per l’umiltà lo si comprende perché ai suoi occhi Gesù è “l’umiltà dell’amore”. Egli ha ricalcato così le orme della pazienza del Cristo e si è immedesimato nell’umanità mite e umile di Gesù vedendo in essa il segno rivelativo dell’amore di Dio per noi: «Sì, per una fede semplice e fiduciosa si richiede umiltà, che non è una virtù degradante, ma considerazione leale e reale di ciò che siamo e di ciò che valiamo. È la virtù della realtà e della verità che offre alla nostra anima sicurezza e prontezza ad accogliere e vivere ciò che Dio ci dice, e a vedere ciò che Dio spera in noi e per noi».

Si scorge in questo pensiero l’esperienza dei Padri del deserto, i quali ritenevano che il demonio può ingannarci e depistarci solo fino a un certo punto. Può imitare tutto ciò che concerne il digiuno, perché egli non mangia, e tutto ciò che concerne il sonno, perché egli non dorme mai. L’umiltà e l’amore però non può mai imitarli. Per questo, padre Marcello non ci ha insegnato né a digiunare né a fare veglie prolungate, ma ha condotto coloro che a lui si sono affidati a camminare sulla via dell’umiltà e dell’amore.

Anche in questo, padre Marcello ricorda il ritratto di quell’amico di Dio ‒ e anche nostro ‒ tratteggiato da San Massimo il Confessore nelle Settime centurie raccolte nella Filocalia: «Un uomo, solo che abbia fede, allontana la montagna del peccato, secondo il Vangelo (Mat. 17, 19-20), con una vita attivamente buona, respingendo da sé i precedenti legami con le realtà dei sensi, incostanti e variabili. Chi è riuscito a divenire un discepolo riceve dalle mani del Verbo frammenti di pani di conoscenza spirituale, ne riempie migliaia di persone e manifesta così con i fatti il potere del Verbo di moltiplicare (Mat. 15, 32-33). Chi è stato capace di divenire un apostolo, risana “ogni genere di malattia e di infermità” e scaccia gli spiriti immondi (Mat. 10,1); bandisce l’attività delle passioni; guarisce le malattie; cioè per mezzo della speranza conduce a rette disposizioni coloro che le avevano perdute».

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