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L’amore impossibile dei ‘malati di tossico indipendenza’

valeria-parrella
Tempo di lettura: 3 minuti

Perchè secondo me l’unico motivo per cui due si possono lasciare dopo un anno e otto mesi è che non si amano più”. Così gli risponde lei quando si sente dire “sto meglio senza di te”, pur amandoti, forse amandoti per sempre. Valeria Parrella compie un viaggio fino a Buenos Aires nei luoghi di Borges, deve stare con Michele, vuole stare con Michele prima che tutto finisca.

Ma quale amore (Einaudi, 2014) è un conto alla rovescia verso quel momento che era stato annunciato da mille avvisaglie, rimaste lì a ricordare che qualcosa non va, perché un amore non finisce mai per caso.

Lei lo sa che per due “malati di tossico indipendenza” come sono loro, la distanza può diventare un abisso. Michele vuole spazio, lontano, sempre di più, è lo spazio che, in una storia, confina l’altro altrove senza possibilità di accesso, se non a singhiozzo. Una libertà vigilata al contrario, un domani che diventa sempre più spesso dopodomani. Lei non la vuole questa libertà, vuole lui, che fugge verso il suo spazio in più. Chissà se Michele l’ha capito che condividere qualcosa, quando si sta insieme, non toglie nulla, ma aggiunge.

Si sente intrappolata nel suo non amore, nella propensione di lui a farne a meno, a volersi bene anche da lontano, come in un anno sabbatico, quando si sceglie di partire e provare, tanto prima o poi si tornerà.

È la sera giusta per andare da Michele e lasciarlo. Ma un sms la anticipa, anzi la liquida. Pochi caratteri, che altro serve per mettere fine a una storia, a un amore? Ma quale amore.

È chiaro che si va avanti, si cancella il numero, si mette da parte tutto ciò che lo può anche solo lontanamente ricordare, guai a nominarlo, si normalizza il più possibile ciò che prima era parso speciale, si smette di dare valore simbolico a quelle cose che avevano unito, che avevano fatto sentire una coppia. Che saranno mai un compleanno, un natale e un capodanno senza quell’amore, basta non pensarci, dimenticare un po’ e considerare il viaggio concluso.

Poi arriva il colpo di coda. Forse non è tutto finito. Michele che stava bene anche da solo, Michele del “magari ci serve stare separati”, si fa vivo, rivediamoci. Ma allora non era il capolinea quello, c’è dell’altro. C’è tutto quello che da sepolto e rintuzzato che era, torna a galla in un attimo, prepotente: il viaggio a Buenos Aires, le sue vie monumentali, le madres di Plaza de Mayo, loro due che hanno saputo sentirsi vicini e sono stati capaci di amarsi.

Non è solo il ricordo di quell’uomo e di quell’amore a essere smosso, è un nuovo desiderio di bellezza, almeno un po’: “lucidare le ossa per riporle in una teca, oppure lasciarsi sorprendere da una fenice araba”.

Michele chiede scusa, ma non serve, si chiede scusa se si pesta un piede, non se si è tranciato un rapporto. Scusa fa fare pace a chi lo dice, è come mettere l’errore da parte, passarci sopra.

E dopo trecento notti, Michele non le fa più lo stesso effetto, Michele non fa più nulla, quella distanza è finalmente servita.

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