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L’Italia del 12 dicembre, la strage che ci cambiò la vita

L’ANNIVERSARIO
L’Italia del 12 dicembre, la strage che ci cambiò la vita

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“La cosa più terribile e straziante che percepii appena entrato fu l’odore di carne bruciata”. A ricordarlo 45 anni dopo è il nostro Gian Pietro Testa, allora cronista del Giorno, primo ad arrivare sul luogo dell’orrore. Ricorre oggi, 12 dicembre, l’anniversario dell’esplosione della bomba di piazza Fontana, collocata all’interno della Banca dell’agricoltura di Milano, che provocò 17 morti e 88 feriti. “Fu quella la madre di tutte le stragi”, sostiene Giorgio Boatti, anch’egli giornalista e scrittore, di recente a Ferrara ospite della libreria Ibs per il ciclo di incontri ‘Passato prossimo’. “Strage – sostiene – è una parola feroce, sottende la volontà di una mattanza pianificata”. Fu il primo atto della tragica stagione del terrorismo in Italia. Per molti anni si sono alternate e contrapposte alle ‘verità’ ufficiali (quelle degli atti giudiziari) le ‘verità’ basate sulle inchieste giornalistiche. La tesi anarchica privilegiata nella prima fase delle indagini lasciò via via il campo all’ipotesi di trame nere imbastite da ambienti neofascisti e apparati deviati dello Stato. Quasi mezzo secolo dopo si può con certezza affermare la responsabilità diretta di Franco Freda e Giovanni Ventura, che nei vari processi furono sempre assolti. Il loro ruolo fu riconosciuto dalla Corte di Cassazione nel 2005, quando però il reato era passato in prescrizione. Ventura nel frattempo è morto, nel 2010 a Buenos Aires. Freda prosegue la sua attività di editore in contiguità con ambienti di estrema destra.

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Scrittore e giornalista,. Giorgio Boatti

Boatti ha raccolto il suo certosino lavoro di ricerca in un volume “12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta”, la cui vicenda è emblematica. “E’ stato un corpo a corpo con le 60mila pagine degli atti giudiziari – afferma – condotto pensando che altre dovessero essere le mani a cogliere quella verità”. La prima edizione del libro, prevista nel 1989, non fu mai stampata dall’editore Rizzoli al quale era destinata. “Alla consegna del dattiloscritto Andreotti comunicò la sua contrarietà alla pubblicazione e così interruppe il mio rapporto con la casa editrice”. Il libro fu edito qualche mese dopo da Feltrinelli, ma autore ed editore furono subito querelati e per i sette anni di durata del processo il volume sparì dalle librerie. Solo nel 1999 l’opera viene ripubblicata da Einaudi e nel 2009 esce una nuova edizione aggiornata. Le difficoltà del libro sembrano il riflesso dell’accidentato cammino di una giustizia che nelle aule di tribunale non s’è compiuta.

Il lavoro di Boatti ha avuto, fra gli altri, il pregio di ridurre all’essenziale decenni di ipotesi, di sentenze, di contrapposizioni ideologiche proprie di un’epoca in cui nel nostro Paese si combatté una guerra non dichiarata. “Con il mio libro, oltre a ridare ordine ai fatti, ho anche voluto ricordare a tutti le vite che si sono perse. Allora eravamo tutti troppo presi dalle logiche di schieramento e di appartenenza per poterci soffermare sulle esistenze dei singoli. La strage è proprio espressione di questa logica: la vittima è un incidente di una strategia più grande”.

All’interrogativo perché proprio lì, perché proprio loro, Boatti offre una convincente spiegazione. “Quella era la banca di gente semplice, un mondo agricolo appartato, estraneo alle logiche di contrapposizione dell’epoca. Era proprio quel mondo che si voleva colpire, per provocare indignazione e terrore e indurre gli strati di popolazione non coinvolti nella disputa ideologica a prendere posizione. L’atto terroristico ti rende impotente e in pochi momenti ha il potere di riplasmare la visione di una moltitudine di persone che da quel momento non vedono più con gli stessi occhi le medesime cose”.

Generare terrore era l’obiettivo della destra neofascista per far lievitare fra la popolazione la richiesta di uno Stato autoritario, che sbarrasse la strada all’ascesa dei movimenti e delle istanze libertarie che si andavano affermando alla fine degli anni Sessanta: la violenza è l’arma per generare una paura diffusa e ottenere lo scopo. “Nell’estate che precedette la bomba di piazza Fontana si respirava aria di golpe. Un tentativo sventato proprio all’ultimo c’era già stato nel ’64. I dirigenti del Pci per prudenza dormivano fuori di casa. Molti vecchi partigiani, fiutando il pericolo, avviarono il passaggio delle consegne, istruendo i giovani alle azioni di resistenza civile e passando loro depositi e arsenali”.

La bomba, lo sdegno, gli scontri (non solo) verbali, i falsi indizi e i colpevoli di comodo, l’ombra degli apparati, i magistrati onesti e quelli corrotti, i politici perbene e quelli collusi… La strage della Banca dell’agricoltura di Milano è solo il primo capitolo della storia: quelli di Pinelli, Valpreda, Freda, Ventura, Giannettini, Gelli, Andreotti e degli altri attori del dramma sono incidentali maschere di un tragico copione destinato a ripetersi per più di vent’anni. I protagonisti talora mutano, talora riappaiono. Il senso della macabra recita resta il medesimo. E’ l’inizio dell’autunno del nostro sogno, che ha lasciato il posto solo a questo gelido inverno.

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