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Latte: in Emilia Romagna chiuse più di cento stalle nel 2015, 60% in montagna

Tempo di lettura: 4 minuti

da: ufficio stampa Coldiretti Emilia-Romagna

Allevatori strozzati per 5 centesimi di euro al litro. A rischio chiusura altre centinaia. Il latte italiano è sottopagato, con prezzi inferiori a quelli di vent’anni fa.

Nel 2015 in Emilia Romagna hanno chiuso circa 100 stalle, oltre il 60 per cento delle quali si trovava in montagna, con effetti irreversibili sull’occupazione, sull’economia, sull’ambiente e sulla qualità dei prodotti. E’ quanto afferma Coldiretti Emilia Romagna con lo scoppio della “guerra del latte” iniziata con l’assedio di migliaia di allevatori provenienti da tutte le regioni, di cui centinaia provenienti dalla sola Emilia Romagna, con trattori e mucche al centro di distribuzione dei prodotti Ospedaletto Lodigiano (Lodi) della multinazionale francese Lactalis che detiene i grandi marchi nazionali Parmalat, Galbani, Invernizzi e Locatelli.
La conseguenza è che – sottolinea Coldiretti Emilia Romagna – solo nella nostra regione sono sopravvissute a fatica appena 3.700 stalle, molte delle quali rischiano però di scomparire nei prossimi mesi perché gli allevatori non riescono a coprire neanche i costi per dare da mangiare agli animali.
Sotto accusa – precisa Coldiretti regionale – il fatto di sottopagare il latte italiano al di sotto dei costi di produzione con le importazioni dall’estero che vengono “spacciate” come Made in Italy” per la mancanza di norme trasparenti sull’ etichettatura. L’industria – sottolinea la Coldiretti – ha deciso unilateralmente di tagliare i compensi per il latte alla stalla di oltre il 20 per cento in meno rispetto allo scorso anno. Il prezzo del latte riconosciuto oggi agli allevatori – sottolinea Coldiretti – è inferiore a quello di venti anni fa e vengono proposti accordi capestro che fanno riferimento all’indice medio nazionale della Germania, con una manovra speculativa del tutto ingiustificata e quindi inaccettabile perché la produzione italiana di latte si distingue per le elevate caratteristiche qualitative.
La vita o la morte di molte stalle sopravvissute fino ad ora in Italia – denuncia Coldiretti Emilia Romagna – dipende da almeno 5 centesimi per litro di latte che si ricavano dalla differenza tra i costi medi di produzione pari a 38-41 centesimi e i compensi riconosciuti scesi a 34 centesimi al litro.
Gli allevatori perciò chiedono un adeguamento dei compensi in esecuzione della legge 91 del luglio 2015 che – sottolinea Coldiretti – impone che il prezzo del latte alla stalla riconosciuto agli allevatori venga commisurato ai costi medi di produzione che in Italia variano da 38 a 41 centesimi al litro.
Lo studio sui costi di produzione del latte bovino elaborato ufficialmente dal Ministero delle Politiche Agricole in esecuzione della legge 91 del luglio 2015 – continua Coldiretti – evidenzia che nel giugno 2015 in Lombardia (regione di riferimento per il prezzo del latte) i costi medi di produzione oscillano da un minimo di 38 centesimi al litro per aziende grandissime di oltre 200 capi di pianura, a prevalente manodopera salariata, con destinazione a formaggi Dop, fino ad un massimo di 60 centesimi al litro per aziende piccole di 20-50 capi di montagna/collina, a prevalente manodopera familiare, con destinazione del latte a formaggi Dop
“Siamo dunque di fronte ad una palese violazione delle norme – ha detto il presidente di Coldiretti Emilia Romagna, Mauro Tonello – poiché si tratta di un valore inferiore in media di almeno 5 centesimi rispetto ai costi di produzione e che, non coprendo neanche le spese variabili per l’alimentazione, il lavoro e l’energia, spinge all’abbandono delle campagne italiane con effetti irreversibili sull’occupazione, sull’economia, sull’ambiente e sulla qualità dei prodotti che giungono sulle tavole”.
“A rischio – ha detto il direttore regionale di Coldiretti, Marco Allaria Olivieri – c’è un settore che rappresenta una voce fondamentale dell’agricoltura regionale (solo il valore del latte all’origine rappresenta un quarto della Plv regionale) con 20 mila occupati nell’intera filiera”.

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