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racconto breve di Maurizio Olivari
foto di copertina di Giordano Tunioli

Bravo! Bravo! Bis! Bis! Il pubblico tutto in piedi ad applaudirlo, lui con una mano sul cuore, rispondeva con un inchino mentre lentamente il sipario si chiudeva. Tutto si interrompeva con il suono ritmico della sveglietta sul comodino. Quasi ogni notte lo stesso sogno ricorrente, con gli applausi, l’inchino, il sipario e la sveglia.
Benito Sganzerla, era nato in un assolato giorno di Agosto del 1940, con il nome di battesimo che bene evidenziava il periodo storico; il padre era stato uno della “prima ora” fascista e viveva in un paesino della provincia emiliana. Tutte le mattine sveglia alle 5,30 per essere alle 6 alla sua edicola, unica del paese, per ritirare i giornali da vendere nella giornata.
I paesani lo chiamavano affettuosamente “Gassman”, a causa della sua passione per la recitazione drammatica. Fin da giovanissimo, Benito era stato presente nelle recite scolastiche dove i compagni cantavano o suonavano, mentre lui si cimentava in monologhi di importanti autori o leggendo suoi scritti drammatici, ma ottenendo sempre scarsi consensi. La sua passione era tanta che terminati gli studi, tentò senza fortuna di entrare all’Accademia di Arte drammatica a Roma. Recitò come prova d’ammissione un brano da l’Amleto, venendo interrotto a metà dalla commissione, che lo licenziò senza prova d’appello.
Benito non si perdeva d’animo, anzi pensava che quei signori della commissione fossero degli sprovveduti e che un giorno lui sarebbe diventato un attore di successo.
Poi la notte, il sogno, gli applausi, l’inchino, il sipario e la sveglia.
Dopo la morte di entrambi i genitori era rimasto solo e non pensava affatto di sposarsi, anche se qualche avventura continuava ad averla, perché diceva che un attore avrebbe dovuto essere libero da impegni famigliari, per poter girare il mondo, successo dopo successo.

Ogni mattina dopo il risveglio, dedicava alcuni minuti ai gargarismi per la gola ed all’emissione di suoni per impostare la voce che diceva essere il suo strumento di lavoro, poi via all’edicola lasciatagli in eredità dai genitori e primi incontri con i compaesani. Un saluto al fornaio, un “ciao Benito” dal metronotte che terminava i suoi giri, un buon giorno alla signora Assunta che tutte le mattine era l’unica fedele ad andare alla messa delle sei.
Sistemati i quotidiani e i settimanali, serviva da anni come primo cliente, tale Palmiro, operaio dello zuccherificio, che comperava sempre l’Unità e lo salutava solo con un cenno del capo perché colpevole di essere figlio di un ex fascista. Benito invece lo apostrofava con un “ti saluto Peppone!”
Un simpatico momento era, quando il ragionier Galletti, prima di andare in azienda dove faceva il contabile, si fermava per comperare i giornali. Tutto nella norma se non fosse che il ragioniere era balbuziente e si ostinava a citare i nomi dei due quotidiani che voleva.

“Il so… il so… il so…”
“Il Sole 24 ore” lo aiutava Benito
“Il co… co… il co…”
“Il Corriere della sera” continuava Benito
“Gra… grazie Bee… Bee… Benito”

Se ne andava come sempre impettito verso il suo lavoro, seguito dal sorriso degli altri clienti che erano rimasti in attesa che terminasse il solito “teatrino”.

Dopo la giornata all’edicola, Benito trascorreva la sera in casa davanti allo specchio dell’ingresso, recitando brani drammatici, per tenersi sempre pronto a rispondere ad una chiamata di qualche impresario, fra quelli ai quali aveva mandato un suo “curriculum” artistico, che era composto da:
Partecipazione a serata di Festa del Patrono del paese, con lettura di sue poesie
(era riuscito a leggerne appena una, con lancio di pomodori all’inizio della seconda)
Partecipazione alle selezioni per il programma televisivo “Talent”
(I componenti la commissione ,mentre si esibiva in un monologo drammatico,piangevano dal ridere e lo rispedirono a casa)
Partecipazione in veste di pubblico alla trasmissione TV “La prova del cuoco”
(lo fecero uscire quando con voce baritonale gridò “brava Antonella”)

Il suo calendario delle prove casalinghe, prevedeva il lunedì la recita di un sonetto di Shakespeare, il 130, che lui definiva il suo cavallo di battaglia:
Gli occhi della mia donna non si possono
minimamente paragonare al sole;
il corallo è assai più rosso delle sue labbra
se la neve è bianca,certo il suo seno è bruno…
lo interpretava con tale veemenza ed a voce piena che ritualmente dall’appartamento di fianco al suo, arrivavano insolenze di ogni genere, con colpi alla parete da far muovere i quadri appesi.
Benito non faceva caso e perseverava, pensando che un giorno sarebbe diventato un grande attore di successo. Poi arrivava la notte, il sonno, il sogno, gli applausi, l’inchino, il sipario e la sveglia.

La nuova giornata si apriva con i soliti rituali saluti e con i clienti particolari, come la signorina Dorina, una zitella cinquantenne che dagli atteggiamenti pareva corteggiare il giornalaio/attore. Infatti era l’unica che si interessava al suo hobby e lo incoraggiava a proseguire e partecipare a concorsi e spettacoli. Da quando Benito le recitò all’edicola, un sonetto del Sommo Poeta:
Tanto gentile e tanto onesta
pare la donna mia,
quand’ella altrui saluta…

Dorina aveva maturato l’idea che anche lui non fosse insensibile alle sue grazie.
Per questo, tutti i giorni più volte al giorno, si presentava all’edicola con la scusa di acquistare giornali ma in effetti era per parlargli e di fatto corteggiarlo.
“Ben” lo vezzeggiava “oggi dammi Grazia e Gioia (con allusivo doppio senso)”
Benito era sempre assorto nei suoi pensieri artistici e non raccoglieva le provocazioni.

“Ben, oggi dammi Mani di Fata con Sorrisi e Canzoni…”
Benito era solo contento di vendere le pubblicazioni, tranne un giorno quando la Dorina gli chiese il mensile Trotto e Galoppo e le domandò: “Perché lei cavalca?”
La donna arrossendo rispose: “Se c’è un buon puledro… certamente…”

Un giorno al suo rientro a casa, trovò finalmente la lettera che sperava. Una compagnia teatrale della vicina città, cercava un attore per una parte in uno spettacolo.
Finalmente era giunto il suo momento. “carpe diem” esultò, anche se non sapeva bene la traduzione che qualcuno aveva fatto in “una carpa al giorno”.
Si presentò al capocomico con tutte le copie dei sonetti e delle poesie, che poi non gli servirono; infatti si trattava di una piccola parte in una commedia dialettale, dove comunque avrebbe dovuto parlare in lingua italiana.
Gli consegnarono un corposo copione, assegnandogli la parte di Tino il postino. Cercò fra le battute, i suoi interventi. Trovò il nome di Tino al terzo atto, tre pagine prima del finale. Una sola battuta.
Pensò che comunque fosse un momento importante della commedia e la sua battuta decisiva, per il successo della rappresentazione.
Entrando in scena avrebbe dovuto dire con enfasi: “C’è la posta per Liù!”
Aveva imparato a memoria le battute di tutti gli attori, compresa naturalmente la sua e la sera del debutto era emozionatissimo ma si sentiva pronto per il successo.
Fra le quinte, recitò sussurrando, praticamente tutta la commedia. Nel finale si avvicinava il momento del suo ingresso e precisamente, quando dalla scena sentiva dire “Sta arrivando il postino”, sapeva bene che doveva entrare dicendo “C’e la posta per Liù” (era il personaggio femminile più importante in attesa di una lettera dell’amante), ma preso dal panico non entrò. In scena continuavano a recitare fuori copione: “Dovrebbe arrivare il postino”, così per tre volte, fino a che il buttafuori di scena spinse vigorosamente Benito, dalle quinte al palcoscenico.
Si posizionò al centro con una postura marziale e con voce forte ed impostata disse: “C’è la pasta col ragù!” rovinando così tutto il finale della commedia che per il pubblico era diventata una farsa.
Fu cacciato con ingiurie ma lui pensò che quei signori non erano dei competenti.
Lui sarebbe diventato un grande attore di successo.
Tornato a casa, s’addormentò sperando di sognare gli applausi, l’inchino, il sipario, poi la sveglia.

Il mattino seguente si presentò all’edicola, come faceva ogni giorno, la signora Dorina che non sapendo più quale nuovo settimanale comperare, chiese a Benito un gratta e vinci del tipo Turista per sempre.
“Benito se vinco le finanzio la produzione di uno spettacolo tutto per lei…”
“Grazie signora Dorina,” rispose con garbo “sarebbe bellissimo…”
La grattatina fruttò tre miseri euro e lo spettacolo restò un sogno.

L’idea di produrre in proprio una sua rappresentazione divenne però un pensiero fisso per l’aspirante attore, tanto che iniziò a preventivare la spesa necessaria per la realizzazione: noleggio Teatro Comunale della città, ottomila euro; noleggio elementi di scena, cinquecento euro; stampa e distribuzione manifesti e locandine, milleottocento euro; totale, diecimilatrecento euro; infine, Siae e varie, millesettecento euro.
Bisognava avere la disponibilità di almeno dodicimila euro.

Benito decise di procedere, ritirando i soldi dei buoni postali lasciati dai genitori, riscattando una polizza sulla vita che doveva servirgli per integrare la futura pensione, azzerando il conto corrente bancario e accendendo un prestito con una finanziaria.
Preparò con cura il repertorio di liriche di grandi scrittori e di poesie che aveva scritto negli anni passati.
Decise anche di cambiare il suo nome Benito Sganzerla, che riteneva poco artistico, in Ben Zerla, molto corto e di facile ricordo, provvedendo a mandare in tipografia la bozza del manifesto da stampare:

SABATO 27 OTTOBRE ore 21
Reduce dai grandi successi nei teatri di tutto il mondo
RECITAL
del famoso attore drammatico
B E N  Z E R L A

Il grande giorno si avvicinava e Benito già sognava la sala piena di pubblico, i suoi clienti, gli amici e tutto quel pubblico cittadino, solito frequentatore del Teatro Comunale della città.

La settimana precedente il debutto, chiuse l’edicola e trascorse le ore con la prova dei testi, davanti allo specchio dell’ingresso di casa con le solite lamentele dei vicini, la prova del vestito nuovo che aveva fatto fare dal sarto del paese e dal barbiere per sistemare il taglio e tingere i capelli bianchi ai lati della testa.
Il giorno 18 Ottobre si presentò in teatro alle 18 (lo stesso numero portava bene anche se l’inizio era previsto per le 21) prendendo possesso del camerino riservato solitamente alla star della serata e posizionando sulla porta il suo nome sotto la stella: Ben Zerla.

Seduto davanti allo specchio che aveva una cornice di piccole lampadine accese, iniziò il trucco con alcuni prodotti che gli aveva consigliato la commessa della profumeria di fronte alla sua edicola: fondo tinta, cipria, gel per i capelli, matita per una linea sugli occhi. Al termine del trucco erano le 20,45 e sentì bussare alla porta ed una voce che diceva “fra quindici minuti in scena” Furono i quindici minuti più lunghi della sua vita. Guardò le pareti del camerino che mostravano molte immagini di famosi attori e cantanti lirici che si erano esibiti in quel teatro, con platee plaudenti, pubblico che lanciava fiori dai palchi, artisti in inchino finale. Disse fra sé che fra un attimo anche lui avrebbe vissuto quei momenti di successo.
Dopo un’ultima occhiata allo specchio, si portò in palcoscenico a sipario chiuso, posizionandosi al centro della scena che era formata da una sedia e un attaccapanni, ritenuti sufficienti per un recital in monologhi (di fatto era perché aveva risparmiato sul noleggio). Attese i tre campanelli che vengono suonati per avvisare il pubblico dell’inizio dello spettacolo. Venne tentato dal guardare, aprendo leggermente il sipario, la sala che immaginava con tanto pubblico in attesa ma non lo fece, ricordandosi che non era un gesto professionale.
Primo campanello, dopo due minuti secondo campanello, la tensione in Benito aumentava ma era felice per l’avverarsi del suo sogno, era finalmente un vero attore, in un grande teatro, di fronte ad un pubblico che ne avrebbe decretato il successo.
Il battito del cuore aumentava, un leggero tremore alle gambe denunciava l’ansia.
Terzo campanello, la voce del direttore di palcoscenico diceva “sipario” questo lentamente si apriva mettendo in vista l’attore che appariva a mani giunte e occhi chiusi.
Benito assaporando il piacere di essere ammirato dal pubblico, aprì lentamente gli occhi e si trovò di fronte la sala vuota, con solo una poltrona in prima fila occupata da una persona. Si portò lentamente in proscenio e vide seduta in quella poltrona la signorina Dorina, unico spettatore. Fece un inchino ricevendo dalla donna un delicato applauso e un sussurrato “bravo”. Con gli occhi lucidi fece una carrellata su tutto il teatro vuoto e, dopo un secondo inchino, guardando fra le quinte disse: “Sipario”

La vita di Benito continuò con il suo sogno: gli applausi, l’inchino e la sveglia.

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