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L’Australia di Elsa

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di Francesco Minimo

Appena arrivata cominciò subito a chiedere in giro, e già questa non era impresa facile, trovare qualcuno a cui chiedere intendo. Ma Elsa era una grande camminatrice, lo era sempre stata, da bambina a lei venivano affidate le commissioni da fare in paese. Il paese era lontano alcuni chilometri dalla casa sopra la collina verde, Elsa andava a scuola tutte le mattine a piedi, e a piedi tornava in paese almeno un’altra volta al giorno, con la lista della spesa o per comprare il tabacco per il padre, e dopo, per il marito Franco. O per correre dal dottore quando suo figlio Nuccio aveva le crisi. Questo succedeva prima, ma anche ora, cioè adesso che era appena arrivata, anche ora provava gusto a camminare. Alla fine qualcuno a cui chiedere lo avrebbe incontrato in quel posto cosi diverso da come lo aveva immaginato, e le era tornata in testa la sua maestra della scuola elementare e quella lezione di geografia sull’Australia, la quale Australia, oltre ai canguri e agli aborigeni, aveva anche una bassissima densità di popolazione per chilometro quadrato. Qui è proprio come in Australia, pensava Elsa mentre non smetteva di camminare, le persone c’erano ma erano lontane l’una dall’altra, sparse in un grande mare di spazio.
Al principio non riusciva a crederci, ma le risposte erano sempre piuttosto pacate, tranquille anche, ma tutte dicevano la stessa cosa. Elsa non sapeva nulla di quel posto che qualche volta aveva solo immaginato, così si aspettava di tutto o quasi, ma questo assolutamente no che non se lo aspettava. Passava per una donna spiritosa, questo prima, ma un poco di spirito le era rimasto, anche ora che era appena arrivata, così quando dopo una serie di interviste dovette credere a quella realtà, le venne da pensare che quella non era proprio “una sorpresa da niente”, ma “la sorpresa del niente”, come dire il contrario o qualcosa del genere.
In quel niente, in quell’altipiano senza misura, in quel paese oceanico e rarefatto, Lui non c’era. Glielo avevano confermato tutti, anche chi era arrivato molto ma molto prima di lei. Un tizio con la barba lunga e lo sguardo autorevole l’aveva anche sgridata: “Troppo comodo cara mia, uno si comporta non dico bene, diciamo decentemente, evita le cazzate, una preghiera quando non se ne può proprio fare a meno, e alla fine pensa di arrivare qui e di trovarselo bello e pronto, scodellato nel piatto”. Lui non c’era, almeno non era lì, anche se Lui – qualcuno degli intervistati lo sosteneva con forza opponendo ragionamenti fisici o metafisici – Lui c’era, certissimamente, non lì ma nel Terzo Tempo, cioè alla fine, quando sarebbero stati finalmente dall’altra parte.
Peccato che Elsa, dopo una vita complicata, provvista di una fede vera anche se in bilico come a quasi tutti capita, quando se n’era partita e non senza dolore all’età di 82 anni, e quando era arrivata nell’altro mondo, era sempre stata certa di quella e quella cosa soltanto. Di trovare Lui, di raggiungere la pienezza – Vai in pace, quelle parole le aveva sentite in cento funerali – e non di trovarsi in un altro niente, non di dover riprendere a camminare, non di tornare a vivere un’altra vita, non di dover raggiungere un’altra fine. E per quanto tempo poi? Quanto sarebbe durato il Secondo Tempo? E con quali compagni di strada? E dopo che ci sarebbe stato?
Elsa, per la prima volta nella seconda vita, per la prima volta dopo la sua prima morte, si sentì stanca da morire. Si fermò. Sul lato della strada polverosa vide un grande masso rotondo, rosso e liscio come un pesce, e si lasciò cadere.

(Francesco Minimo – tutti i diritti riservati)
Anteprima in esclusiva per Ferraraitalia del racconto tratto da ‘Noi fantasmi’ di prossima uscita.

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