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di Edoardo Nannetti

La rivisitazione di persone e luoghi del passato che ispirano buone pratiche anche per il presente, costituisce una operazione non certo nostalgica ma assai utile ad una riflessione collettiva sull’oggi. In questo viaggio un posto non secondario spetta certo alle ‘case del popolo’ per il ruolo svolto, soprattutto nelle cosiddette regioni rosse, nel costruire e sedimentare partecipazione e crescita culturale, politica e civile delle persone. Ho conosciuto e frequentato più le sezioni del Pci, che le case del popolo e ritengo che entrambi quei luoghi, spesso collocati nello stesso stabile magari insieme all’ambulatorio del medico del paese, facciano parte di una tradizione di ‘pedagogia di massa’ svolta per decenni dalla sinistra e dalla sua area di riferimento sociale.
Devo mettere in guardia dalla tentazione di considerare il termine ‘pedagogia’ con quella sufficienza oggi di moda, fondata su un’immagine paternalistica del ruolo pedagogico: la pedagogia può essere cosa ben diversa dal plagio delle menti, può essere il fornire alle persone strumenti per costruire la propria maturità, partecipazione creativa alla vita ed alla società; incontrare un vero maestro è un dono.
Questo ruolo importante svolto dalle case del popolo si articola su diversi piani. Certamente c’è l’attività politica-culturale e sociale. C’è anche un non meno importante ruolo ricreativo, relazionale, assai vicino, a mio parere, a quell’’otium’ dei latini, luogo di espressione alta della persona; quello stare insieme e scambiarsi pensieri, esperienze, contatto umano, indispensabili a quelle costruzioni di senso individuali e collettive, che fondano relazioni solidali come la dignità di ciò che si è come individui e in una narrazione collettiva. In questo ‘humus’ è cresciuta la capacità di persone spesso appartenenti alle classi più umili, di sentirsi più di sé stesse, di sentirsi liberi e protagonisti della storia del nostro Paese, di sentirsi appunto un popolo (cosa non scontata in una realtà come la nostra divenuta nazione assai tardi e con gravi limiti).

Questo intrecciarsi di cultura, politica e relazioni umane ha consentito anche di mantenere per molte persone la capacità della memoria del passato e dell’immaginazione del futuro, in un legame tra generazioni che si trasmettevano la continuità delle radici ma al tempo stesso non sfuggivano alla sana tensione che spinge i giovani a inventarsi il nuovo.
Salvatore Settis, in un recente intervento, rivendica per l’oggi questa necessità di essere una sorta di Giano bifronte, che riesce ad immaginare un futuro proprio perché sa guardare al passato. Ricordo come fosse normale, per noi giovani, acquisire dai ‘vecchi’ le conoscenze sul passato ed al contempo esercitarsi a immaginare come poteva essere la società futura. Ancora: questi luoghi consentivano di mantenere ed ampliare la capacità di pensiero, cioè di qualcosa di non frammentato, la capacità di cogliere i nessi fra le cose. Questo forse è l’aspetto che può apparire meno congruo all’argomento ma, se ci guardiamo intorno, non possiamo non vedere la caduta della capacità di pensare sia individuale che collettiva; vedremo tra poco quanto conti nel discorso.

Un confronto con alcune problematiche odierne ci può forse aiutare a vedere un percorso per uscire dalla situazione ‘infernale’ (come l’ha chiamata Pasolini) in cui ci siamo cacciati.
Innanzi tutto abbiamo assistito da un lato alla devastazione antropologica prodotta dalla società dei consumi e dai suoi epigoni. Per altro verso la sinistra e le sue diramazioni sociali ha rinunciato da tempo alla funzione pedagogica di massa, si è resa subalterna ai disvalori dominanti ed ha fatto perdere al popolo quella pedagogia liberante che dicevo poco fa. Siamo così passati dalla spinta del popolo a contare in modo partecipato alle decisioni su tutte le questioni sociali, ad un popolo fondamentalmente individualista ed apartecipativo. I valori solidaristici sono ampiamente sostituiti dalla guerra di tutti contro tutti, divenuta a sua volta per molti un valore condiviso. Il senso di essere popolo si è molto logorato.

Per quanto riguarda la memoria dico solo, a titolo di esempio, che mentre i figli del popolo (consentitemi questo linguaggio desueto ma caldo) al tempo delle case del popolo, anche se a scuola non si studiava la storia degli ultimi decenni ed anche se non avevano conosciuto direttamente il fascismo, sapevano di Mussolini, della resistenza e del suo ruolo di riscatto nazionale, delle lotte postbelliche, di Togliatti o De Gasperi, del 18 aprile eccetera. Queste cose le imparavamo nelle case del popolo, nelle sezioni di partito e soprattutto nelle nostre famiglie per una sentita ansia di tramandare. Nel recente film di Veltroni “Quando c’era Berlinguer”, la maggioranza degli intervistati non sa chi lui sia stato (e non solo i giovani). Questa ‘damnatio memoriae’ con cui la sinistra ha voluto cancellare Berlinguer è solo un esempio della più ampia ‘dimenticanza’ di lotte e valori. Mentre nei decenni passati si manteneva una continuità col passato che dava senso al futuro, ora si è verificata una cesura, una perdita della memoria collettiva. Questa cesura, che a livello individuale sarebbe considerata fonte di malattia psichica, è analogicamente applicabile alla vicenda collettiva: infatti la nostra società è psichicamente più malata.

Questa cesura col passato rimanda alla perdita di capacità di pensiero collettivo e individuale: dove c’è frammentazione non può esserci pensiero, che invece deve costruire nessi.
Il tema si collega alla vita che facciamo, sempre ‘connessi’ a un social, a twitter, al computer, a cellulari–pc sempre più sofisticati. Condannati a passare molto tempo a rispondere ad input, a seguire automatismi, ad affollare di pseudo informazioni la nostra mente. La tecnologia usata in questo modo non è informazione e tanto meno memoria, al massimo è ‘archivio di dati’ ma privati del senso, del significato, in un eterno presente che chiude la possibilità di futuro. I neurobiologi ci spiegano, addirittura, che questo superallenamento della parte sinistra del cervello a rispondere automaticamente ad input tecnologici crea frammentazione, lascia quasi atrofizzare gradualmente la parte destra che dovrebbe costruire linguaggio e perciò nessi e pensiero; l’affollamento delle reazioni frammentate ci toglie lo spazio creativo, cambia le stesse strutture neurali del cervello, in sostanza ci rende più stupidi, incapaci di essere soggetti desideranti… e cresce l’infelicità.

Cosa c’entra tutto questo con le Case del Popolo?
C’entra eccome, perché in quell’esperienza si ritrovavano molte delle cose che ora ci mancano e che rendono più arida la nostra vita, inquinata la nostra anima, si ritrovavano gli antidoti a certi veleni. Tutti ci lamentiamo della nuova schiavitù ma non riusciamo a tematizzarla; invece nelle case del popolo la sofferenza sociale trovava anche occasione per pensare un mondo diverso.
Allora dobbiamo rifare le Case del Popolo? Certo non si tratta di riproporre alla lettera un’esperienza del passato ma ci può fornire l’ispirazione per ricostruire un’alterità che resiste e pensa una trasformazione vera, partendo dalla nostra ‘scontentezza’ rispetto ad una ‘situazione’ che divora la parte più profonda della persona.

Sembrerà strano, ma in uno scritto che parte dalle Case del Popolo voglio concludere citando Bergoglio: “il tempo fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi,…i cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro…Il tempo è superiore allo spazio…Uno dei peccati nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi del potere al posto dei tempi dei processi…A volte mi domando chi sono quelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dare vita ai processi che costruiscano un popolo, più che ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana.”

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