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Le trame del “controllo globale” secondo Bauman

Vorrei proporre una riflessione sul tema delle migrazioni, delle chiusure dei porti e delle culture, della globalizzazione come causa prima della perdita di sovranità dei popoli. E voglio farlo con le parole di Zygmunt Bauman scritte diciannove anni fa, ma profetiche lette oggi. Nella speranza che possano servire ad una riflessione più ampia che vada oltre il tema accoglienza sì accoglienza no.

“Lo spirito campanilistico regna sovrano. Finora, i portavoce di un capitale e di una finanza già extraterritoriali, ‘fluenti’, sono stati gli unici ad aver levato le loro voci contro di esso, ma la loro indignazione è altamente selettiva. Essi protestano contro le barriere poste al commercio (chissà che il protezionismo di Trump non sia un alleato dei movimenti no global, ndr), contro il controllo dei movimenti del capitale e contro la subordinazione degli interessi della concorrenzialità su scala mondiale, del libero scambio e della libera produttività a quelli delle popolazioni locali. Ma non gli importa nulla della continua frammentazione delle sovranità politiche. E perché dovrebbe importare loro? Più piccole (e quindi più deboli) sono le unità politiche, meno possibilità hanno di organizzare una resistenza efficace contro ‘l’internazionalismo’ della finanza globale e di bilanciarlo con una propria azione collettiva. E tacciono delle reazioni ‘a terra’, rivolte nella direzione sbagliata e xenofoba, alle loro operazioni globali. Non sono loro a provocare deliberatamente tali reazioni (e neppure hanno bisogno di farlo), ma non possono che rallegrarsi quando la rabbia suscitata dalla crescente incapacità dei governi e delle comunità di farsi carico delle lagnanze individuali viene incanalata (con l’effetto di essere disinnescata) nell’ostilità verso gli ‘alieni’ locali: gli stranieri e i lavoratori immigrati. E così i dibattiti politici sui modi e i mezzi per cercare di migliorare le pessime condizioni degli affari locali si concentrano sugli ‘stranieri che sono fra noi’, sui metodi migliori per stanarli, radunarli e deportarli ‘là, da dove sono venuti’, senza mai neppure accennare alla vera causa di tutti i mali.
Che ne siano o no consapevoli, i segregazionisti di ogni tendenza e colore stringono una sacra alleanza con le forze implacabili della globalizzazione. È più facile piegare uno alla volta quattro o cinque ‘stati sovrani’ piccoli e deboli che mettere in ginocchio un unico stato più grande e più forte (e qui ci sarebbe da riflettere sull’unità politica europea, ndr). Per tanto, i segregazionisti, e in particolare gli esecutori della pulizia etnica (la misura adottata per rendere la segregazione duratura e possibilmente irreversibile), possono contare sul tacito sostegno delle autorità costituite; possono tranquillamente evitare di fingere la devozione mostrata da quelle autorità e dai loro portavoce ai nobili principi dell’umanità e ai diritti umani. Quello che i segregazionisti alla fine ottengono, quando la spuntano, è accrescere la frammentazione politica del mondo su cui, in ultima analisi, poggiano il dominio dei poteri extraterritoriali e la loro esenzione al controllo politico. Quanto più piccole e deboli sono le numerose sedicenti repubbliche locali, tanto più remote sono le prospettive di un’unica repubblica globale.
I sostenitori della pulizia etnica e della purezza tribale costituiscono l’espressione più radicale del bisogno di sicurezza. Ma propugnare l’inasprimento delle leggi sull’asilo politico, la chiusura delle frontiere ai ‘migranti economici’ e un controllo più rigido degli stranieri che già vivono tra noi non fa che rafforzare la tendenza a riconvogliare l’energia generata dalle minacce reali alla sicurezza entro canali di sfogo che, sebbene allentino la pressione, finiscono per confluire negli stessi torrenti che erodono le fondamenta della vita sicura. Spesso questa tendenza è favorita e alimentata dall’inclinazione delle classi politiche a trasferire la causa più profonda dell’ansia, cioè l’esperienza dell’insicurezza individuale, nella preoccupazione generale per le minacce all’identità collettiva. Poiché le radici dell’insicurezza individuale affondano in luoghi anonimi, remoti e inaccessibili, non è immediatamente chiaro che cosa i poteri locali, visibili, potrebbero fare per attenuare le pene che affliggono gli uomini e le donne del nostro tempo; ma sembra esserci una risposta ovvia, semplice, all’altro problema, quello collegato all’identità collettiva: i poteri statali locali potrebbero ancora essere usati per minacciare e ricacciare indietro i migranti, per mettere sotto la lente d’ingrandimento chi cerca asilo, per radunare e deportare gli alieni indesiderati. I governi non possono francamente promettere ai loro cittadini un’esistenza sicura e un futuro certo, ma possono per il momento alleviare in minima parte l’ansia accumulata (approfittandone per fini elettorali) con l’esibire la loro energia e determinazione nella guerra contro gli stranieri in cerca di lavoro e gli altri alieni che sfondano i cancelli e penetrano nei giardini delle nostre case, un tempo puliti e tranquilli, ordinati e accoglienti.
Così, nel linguaggio dei politici in cerca di voti i sentimenti diffusi e complessi di insicurezza sono tradotti nelle molto più semplici preoccupazioni per la legge e l’ordine (cioè per la propria incolumità e per la sicurezza della propria casa e dei propri beni), mentre il problema della legge e dell’ordine viene a sua volta identificato con la presenza problematica di minoranze etniche, razziali o religiose e, più in generale, di stili di vita estranei.
Una volta espressi, i sentimenti campanilistici tendono a rafforzarsi a vicenda piuttosto che a esaurirsi. Presi in una spirale di reciproca esaltazione, gli elettori in cerca dei responsabili della loro ansia inestinguibile, e i politici in cerca dei modi per convincere gli elettori a votarli, producono insieme tutte le prove di cui il campanilismo può aver bisogno per essere avvalorato e, nel caso, inasprito. La necessità di un’azione globale tende a scomparire dall’orizzonte politico e l’ansia persistente, che i poteri globali liberi di circolare accrescono sempre più e trasformano in incubi di vario genere, non permette di reinserirla nell’agenda pubblica. Una volta trasferita quell’ansia nell’esigenza di sprangare le porte e chiudere le finestre, di installare sistemi di controllo computerizzato nei posti di confine e di sorveglianza elettronica nelle prigioni, di mandare vigilantes nelle strade e di dotare di impianti antifurto le case, le probabilità di arrivare alle radici dell’insicurezza e di controllare le forze che la alimentano svaniscono quasi del tutto. Concentrare l’attenzione sulla ‘difesa della comunità’ (prima gli italiani, per dirla alla Salvini, ndr) rende ancora più libero il flusso globale di potere. Quanto meno quel flusso è limitato, tanto più profonda diviene l’insicurezza. Quanto più schiacciante è il senso di insicurezza, tanto più si rafforza lo ‘spirito campanilistico’. Quanto più ossessiva diviene la difesa della comunità sollecitata da quello spirito, tanto più libero è il flusso dei poteri globali… E così via.
Le forze politiche che potrebbero attaccare l’insicurezza globale alla fonte non si avvicinano neppure al livello di istituzionalizzazione raggiunto da quelle forze economiche (capitale, finanza e commercio) che sono l’origine dell’insicurezza globale. Non c’è modo di tenere testa alla intraprendenza, alla risolutezza e alla efficacia del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della rete sempre più fitta di accordi relativi all’investimento e alla compensazione rappresentata dal sistema bancario globale”.

Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli

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