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In questi giorni che precedono le feste natalizie e l’anno nuovo la parola ‘felice’ si spreca, esce dalle nostre labbra o resta impressa nei nostri biglietti d’auguri. Ma vi siete chiesti dove va a finire tutta la felicità che allo scadere di ogni anno auguriamo così generosamente ad amici e parenti?
Il dibattitto sulla felicità e su come la politica debba operare per accrescerla sta assumendo sempre più rilievo nel mondo, insieme all’obiettivo di uno sviluppo sostenibile da qui al 2030.
Nel luglio 2011 l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha approvato una risoluzione storica. Ha invitato i paesi membri a misurare la felicità del loro popolo e a utilizzare questo indice come guida delle politiche sociali. Nell’aprile del 2012 si è tenuta la prima riunione dell’Onu ad alto livello sulla felicità e il benessere, presieduta dal primo ministro del Bhutan, il paese che ha adottato il Gnh (Gross national happiness) anziché il Pil (ne abbiamo parlato già nella nostra rubrica) [vedi].
Allo stesso tempo è stato pubblicato il primo ‘World happiness report’, seguito qualche mese dopo dalle ‘Linee guida’ dell’Ocse sugli standard internazionali per la misurazione del benessere.
Lo scorso settembre è stato reso noto anche nel nostro Paese il Rapporto mondiale sulla felicità 2013. Aggiorna la classifica di valutazione della vita nel mondo, facendo uso innanzitutto del Gallup world poll, dal momento che continua a raccogliere regolarmente e a fornire dati comparabili per il maggior numero di paesi.
Il Rapporto premia tre Paesi solitamente ben piazzati in molti studi internazionali: la Danimarca (già prima lo scorso anno), la Norvegia e la Svizzera, seguiti al quarto posto dall’Olanda e al quinto dalla Svezia. Ma entrano nei primi dieci anche un notorio primo della classe – la Finlandia -, nonché il Canada e l’Austria. Fra i parametri considerati dagli analisti, figurano il reddito pro capite, l’aspettativa di vita, la percezione di libertà nel compiere le proprie scelte, l’assenza di corruzione, i servizi sociali, la generosità, le emozioni positive e le emozioni negative.
In Europa occidentale, sei stati hanno migliorato le loro posizioni, mentre quattro Paesi, ai quali il Rapporto dedica un’apposita tabella – Portogallo, Italia, Spagna, Grecia – “sono stati duramente colpiti dai venti di crisi ” con effetti che vanno ben al di là delle mere perdite economiche.
Il Belpaese, l’Italia, è così scivolato al 45° posto della classifica, tra Slovenia e Slovacchia, a fronte di Stati Uniti al 17°, Gran Bretagna al 22°, Francia al 25°, Germania al 26°. Nel complesso il mondo è diventato in pochino più felice nell’ultimo quinquennio – sostengono gli estensori del Rapporto – in particolare nell’America Latina e nell’Africa Subsahariana.
Il Costa Rica è il paese più felice, mentre la Tanzania il più infelice, è bene saperlo, e comunque consultare la classifica, se qualcuno avesse in cuore di cambiare nazionalità.
Nel 2008 l’Italia occupava il ventottesimo posto nella graduatoria e il nostro crollo è dei più significativi, collocandoci da questo punto di vista in fondo alla classifica dei 156 paesi presi in esame, prima solo dell’Angola, dell’Arabia Saudita, della Spagna, della Grecia e dell’Egitto.
Il rapporto evidenzia un dato, a cui spesso dedichiamo poca attenzione. È il tema della salute mentale come causa prima di infelicità. Dimostra che la salute mentale, da sola, è il più importante e determinante fattore della felicità individuale.
Circa il 10% della popolazione mondiale soffre di depressione clinica o disturbi d’ansia paralizzante.
Sono la principale causa singola di disabilità e assenteismo, con costi enormi in termini di miseria e di spreco economico. In tutto il mondo depressione e disturbi dell’ansia rappresentano fino a un quinto di tutte le disabilità.
Esistono trattamenti per il recupero, ma anche nei paesi avanzati solo un terzo di coloro che ne hanno bisogno sono curati. Questi trattamenti producono tassi di recupero pari o superiori al 50%, il che significa che i trattamenti possono avere un costo netto basso o nullo per i risparmi che generano. Il problema è che in questo ambito vi è una intollerabile violazione dei diritti della persona, perché in nessun paese il trattamento della malattia mentale è disponibile alla pari di quello per le malattie fisiche. Ciò non solo costituisce una vergognosa discriminazione, ma dimostra il carattere malsano delle nostre economie.
Scuole e luoghi di lavoro devono essere molto più attenti alla salute mentale e operare per il miglioramento della felicità delle persone, se vogliamo promuovere la salute mentale.
In generale, si osserva una relazione dinamica tra felicità e altri aspetti importanti della nostra vita, come la salute, il reddito e i comportamenti sociali. Per cui una migliore comprensione dei benefici che derivano dalla crescita della felicità delle persone può aiutare a mettere al centro delle decisioni politiche la felicità, affinandone le scelte.
Esiste una letteratura crescente sui benefici della felicità che vanno dalla salute alla longevità, dal reddito alla produzione, dalle istituzioni ai comportamenti individuali e sociali. L’esperienza del benessere individuale e collettivo incoraggia le persone a perseguire obiettivi che sono il rafforzamento delle capacità di affrontare le sfide future. Le emozioni positive migliorano il nostro sistema immunitario e cardiovascolare, fanno funzionare le nostre ghiandole e cellule endocrine. Al contrario, le emozioni negative sono dannose per questi processi.
Conta anche “l’etica delle virtù”, è il caso di ricordarcelo, poiché dal rapporto sulla felicità mondiale sembra che non siamo un paese ancora sufficientemente consapevole della metastasi della corruzione.
Nelle grandi tradizioni premoderne per quanto riguarda la felicità, il buddhismo in Oriente, l’aristotelismo in Occidente, o le grandi tradizioni religiose, la felicità non è determinata dalle condizioni materiali di un individuo (ricchezza, povertà, salute, malattia), ma dal singolo carattere morale. Aristotele parlava della virtù come chiave della eudaimonia, della felicità, appunto.
Eppure questa tradizione si è quasi persa nel mondo moderno dopo il milleottocento, quando la felicità è stata collegata con le condizioni materiali, in particolare il reddito e i consumi.
Il ritorno alla “etica della virtù” è una parte fondamentale della strategia per aumentare la felicità di una società.
Non mi resta che augurare ai miei gentili e pazienti lettori che il Natale e l’Anno nuovo ci vedano protagonisti di un mondo impegnato a costruire la felicità delle persone, dai nostri piccoli, ai nostri anziani.

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