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Nell’era dei tassi zero gli investitori pagano per investire in titoli di stato.
Fino a poco tempo fa si parlava di una normalizzazione della politica monetaria. Sembrava si stesse ritornando a tassi di interesse positivi e archiviando definitivamente il programma di quantitative easing, cioè di quello stimolo monetario da 2.600 miliardi di euro emessi dalla Bce a favore delle banche con la speranza che queste aumentassero i prestiti a famiglie e aziende il che avrebbe aumentato la liquidità in circolazione e riportato un po’ di inflazione.
Di seguito possiamo apprezzare l’imponenza del programma e la produzione di moneta effettuata dalla Bce

La maggior parte è stata utilizzata per l’acquisto di titoli di stato nel mercato secondario, tra il 9 marzo 2015 e il 19 dicembre 2018 infatti, l’Eurosistema ha effettuato acquisti netti di titoli del settore pubblico (Pspp in blu). Il resto è stato utilizzato per acquisti di obbligazioni societarie nel settore aziendale (Cspp in giallo tra l’8 giugno 2016 e il 19 dicembre 2018), per acquisti di titoli garantiti da attività (Abspp in verde tra il 21 novembre 2014 e il 19 dicembre 2018 e per acquisti di obbligazioni garantite (Cbpp3 in rosso tra il 20 ottobre 2014 e il 19 dicembre 2018).
Tutto sembrava sul punto di essere archiviato, almeno fino a qualche giorno fa. Poi Mario Draghi ha dichiarato a Sintra in Portogallo, dove si trovava per il simposio delle banche centrali: “Il programma di acquisto di asset (appunto il quantitative easing, ndr) ha ancora uno spazio considerevole … Ulteriori tagli dei tassi e misure per mitigare qualsiasi effetto collaterale continuano a far parte degli strumenti a nostra disposizione. In assenza di un miglioramento, al punto che sia minacciato il ritorno di un’inflazione sostenibile ai livelli desiderati, sarà necessario un ulteriore stimolo”.
Quindi si apre la strada ad un’eventuale nuovo programma di acquisto di Titoli di Stato sul mercato secondario, ovvero quelli detenuti dalle banche, oltre che mantenere la linea dei tassi zero. La Fed, dal canto suo, paventa un taglio dei tassi dello 0,25% dall’attuale 2,5%, facendo di fatto cadere l’annuncio di novembre scorso relativo ai due aumenti programmati per il 2019.
Operazioni che indicano il cattivo stato dell’economia, o almeno quello che le banche centrali si aspettano sarà il trend, per cui corrono ai ripari e si preparano al peggio. Nel frattempo si è registrata una fuga dal mercato azionario e, come riporta Ilsole24ore nelle sue analisi, da inizio anno i fondi obbligazionari hanno raccolto 199 miliardi di dollari netti di sottoscrizioni a fronte di riscatti per 151,9 miliardi di dollari dei fondi azionari. Non si è mai vista prima d’ora una rotazione di portafoglio tanto marcata stando a un’elaborazione di Bank of America Merrill Lynch.
In pratica una conferma da parte degli investitori che quando percepiscono segnali negativi tendono a dirigersi su asset ritenuti più sicuri, anche a costo di non guadagnare, che è sempre meglio che rischiare di perdere. Ed infatti molte obbligazioni e titoli di stato non pagano interesse. Il bund tedesco, ad esempio, è sceso a – 0,33% e in generale ci sono quasi 13mila miliardi di dollari di titoli che, a scadenza, ripagano l’investitore con una cifra inferiore al capitale iniziale, cioè vale a dire che gli investitori pagano per prestare i loro soldi. Un quinto degli oltre 53.500 miliardi della capitalizzazione mondiale dei bond non paga interessi.
Bisogna tener presente che in genere vengono indicati i tassi nominali, cioè non depurati dell’inflazione. I tassi reali sono infatti sottozero da anni. In Europa, ad esempio, solo Italia e Grecia oggi pagano tassi reali positivi insieme a un buon numero di Paesi emergenti
E questo succede quando il sentiment è negativo. Guerra dei dazi, incertezze geopolitiche e atteggiamento prudente da parte delle banche centrali creano una certa avversità al rischio e all’investimento in generale. Quando ci si aspetta che le cose peggiorino si assume un atteggiamento attendista e ci si rivolge al mondo obbligazionario. Meglio avere in tasca un titolo di stato piuttosto che detenere altre forme di investimento, seppur potrebbero sembrare più redditizie. Un po’ come confermare che gli investitori, quelli seri, sanno perfettamente che uno Stato ripaga sempre il suo debito. Tanto convinti che sono pronti a rimetterci dei soldi pur di avere i loro titoli in portafoglio.
Più che economia, in fondo, è psicologia.

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