Home > IL DOSSIER SETTIMANALE > “L’economia del noi” diga alla straripante ondata di neoliberismo
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Alcuni futurologi affermano che tra 10 anni almeno il 30% dei lavori saranno totalmente nuovi e tutti da inventare e che una grande percentuale dei lavori che sono svolti comunemente oggi saranno obsoleti e rimpiazzati dalle macchine intelligenti: una prospettiva ad un tempo affascinante ed inquietante.
Vero o meno che sia, la società sta cambiando in modo turbolento, spinta da numerosi fattori che sono riconducibili ad aspetti diversi della struttura e del sistema sociale: alcuni di essi sono sicuramente globali e riguardano ad esempio le istituzioni finanziarie, economiche ed amministrative, gli equilibri geopolitici, le culture, le dinamiche socio-demografiche globali. Alcuni, hanno una dimensione continentale, altri ancora hanno una scala più regionale, connessa agli Stati, ai loro ordinamenti e alle relative società e culture che li hanno espressi. Altri ancora, più vicini all’interesse immediato delle persone, si sviluppano a scala locale pur essendo connessi inestricabilmente agli eventi e ai processi che si manifestano nei livelli superiori.
Uno dei fattori più citati è rappresentato senz’altro dalla tecnologia, ovvero dalla sistematica applicazione di concetti e saperi scientifici a processi di manipolazione tecnica del mondo e dei suoi ambienti. La diffusione della tecnologia così intesa è esponenziale: sotto il suo dominio cadono senza ombra di dubbio non solo le procedure di manipolazione della materia, che solitamente associamo al progresso ma campi che fino a poco tempo fa sembravano essere riconducibili ad un umano resistente a qualsiasi forma di manipolazione tecnica. Ecco dunque che dobbiamo riflettere non solo sulle note tecnologie di fabbricazione ed assemblaggio, metallurgia, impianti chimici e materie plastiche, applicazioni militari, costruzioni, trasporto, produzione di alimenti, nuove forme di energia (tutte tecnologie che avevano a che fare con la gestione del mondo “li fuori”) ma, e sempre più spesso, con tecnologie che impattano direttamente sull’identità stessa delle persone, come quelle afferenti il trattamento automatico delle informazioni, le comunicazione di massa, le tecnologie dell’organizzazione di sistemi complessi, della biologia umana, del controllo del comportamento, dell’intelligenza artificiale, dell’educazione…

Questo ecosistema tecnologico sempre più vasto e sempre più pervasivo è fatto assai di più di piattaforme che di prodotti, più di mega sistemi che di oggetti e servizi che possiamo esperire direttamente. Si pensi ad esempio alla gigantesca infrastruttura assolutamente tangibile che rende possibile internet ed ogni tipo di scambio basato sul bit, e consente di connettere oggetti intelligenti tramite il cosiddetto internet delle cose; si pensi più prosaicamente al sistema della logistica globale che garantisce lo scambio di merci, alle reti viarie, alle reti intelligenti di distribuzione dell’energia elettrica piuttosto che a quelle che consentono di gestione dell’acqua. Si tratta di infrastrutture che diventano sempre più grandi, sempre più interconnesse e sempre più intelligenti grazie al contributo delle tecnologie digitali.
In tale contesto lo statuto e la concezione stessa del lavoro non può che cambiare profondamente.

I segni di questi cambiamenti epocali sono del tutto evidenti nel dramma della disoccupazione e nel trasferimento di ricchezza verso lo strato più abbiente della popolazione (ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri, impoverimento della classe media); essi si colgono anche in tutti quegli approcci innovativi che interpretano creativamente queste sfide e le affrontano in modo nuovo attraverso pratiche che possiamo definire di innovazione sociale. Dietro a questo possiamo senz’altro scorgere uno degli assunti chiave dell’ideologia neoliberista: quello che ogni persona sia un imprenditore (o, comunque, imprenditore di se stesso) che si muove liberamente cercando di individuare opportunità da tradurre in profitto. Ma vi si può leggere anche dell’altro forse più importante ai fine della presente discussione.
Innanzitutto una possibile trasformazione del ruolo di consumatore, un suo passaggio da entità passiva e manipolabile (ecco un risultato dell’applicazione di specifiche tecnologie) ad un ruolo di co-produttore (il prosumer delineato in tempi non sospetti da Rifkin); una tendenza rafforzata dall’avvento delle tecnologie 3D (stampanti) e dall’affermarsi del movimento dei makers (il nome non inganni: l’italianissima scheda Arduino costruita ad Ivrea ne è una delle componenti essenziali); una tendenza che fa pensare alla possibilità di autocostruire qualsiasi cosa seguendo un approccio di tipo artigianale in un ambiente locale e domestico.
In secondo luogo l’ecosistema tecnologico consente la possibilità di lavorare su mercati basati sulla cosiddetta coda lunga: non più produzione di massa dunque, ma, piuttosto personalizzazione di massa, possibilità di costruire piccoli e anche piccolissimi lotti in modo economicamente conveniente in base alle specifiche di clienti particolari
In terzo luogo estensione dell’approccio open source reso celebre da Linux, esaltato dall’etica hacker e regolamentato dalle licenze Creative Commons, che ha dimostrato come apertura e collaborazione possano rappresentare una soluzione vincente in un contesto che sembrava caratterizzato dalla chiusura e dalla competizione feroce.

Proprio l’apertura a nuovi spazi di collaborazione di massa rappresenta forse l’elemento di più rilevante rottura rispetto alla logica della vecchia società industriale. Wikipedia rappresenta un esempio che abbiamo proprio sotto il naso ma la stessa logica è stata utilizzata per il progetto Genoma Umano ed è stata industrializzata sulla piattaforma Innocentive, un portale dove imprese ed istituzioni di ogni tipo lanciano questioni (tecniche) offrendo ricompense molto interessanti a chiunque proponga soluzioni realmente praticabili (provare per credere).
Questo ritorno alla collaborazione si manifesta anche a livello locale attraverso una pluralità di piccole iniziative fondate sulla collaborazione che stanno acquistando sempre più visibilità anche in Italia; esse investono campi che vanno dalla finanza, con le piattaforme pensate per il finanziamento popolare (crowdfunding, come ad esempio la bolognese e femminile Ginger), all’organizzazione, con le varie iniziative fab lab, finalizzate ad assemblare e costituire comunità produttive nei più diversi settori; vanno dalle piattaforme di incontro tra domanda ed offerta (anche) di lavoro, alla messa a disposizione di spazi comuni di lavoro (coworking). Queste iniziative sono ad un tempo manifestazioni empiriche di un movimento di pensiero, organizzazioni innovative, risposte alle sfide del nuovo ambiente e soluzioni lavorative che mettono insieme, in modo nuovo, risorse ed opportunità dei territori connettendole spesso con reti più ampie, a volte globali. Proprio il coworking si contraddistingue per essere uno stile lavorativo che mette insieme, in uno spazio comune dotato di servizi basilari, soggetti che condividono valori i piuttosto che professionalità o conoscenze. In questi ambienti assai diversi dagli incubatori di impresa, dagli studi associati e dai business center (che in Italia raramente hanno funzionato bene) si privilegia l’aspetto sociale, informale, collaborativo con una forte centratura sulla comunità piuttosto che sul profitto; si valorizza la creatività e l’innovazione che può nascere dall’incontro e dalla integrazione possibile di saperi anche molto differenti favorendo processi di impollinazione incrociata (cross fertilization); si usano massicciamente le nuove tecnologie digitali e si calano localmente quegli approcci che hanno creato il successo del movimento open source così lontani dal consueto modo con cui si intendeva, fino a pochi anni fa, il fare azienda e il fare business. In Italia gli spazi coworking possono essere ricercati anche attraverso portali dedicati (ad esempio coworking for, leggi qua) e sono ormai numerosi i network ai quali è possibile l’affiliazione: tra questi Cowo (nato nel 2008 che vanta 115 spazi in 64 città tra Italia e Svizzera), Talent Garden [leggi qua] (in 9 città italiane e 6 estere), The Hub [leggi qua] (63 nel mondo sparse nei 5 continenti di cui 6 in Italia), Multiverso (4 sedi in Toscana) e molti altri casi che aggregano risorse ed opportunità con soluzioni spesso innovative che spaziano dal welfare alle professioni creative, dalla co-creazione di eventi alla co-progettazione.

Queste diverse forme organizzative che danno corpo all’ “economia del noi” fondata sulla collaborazione mediata dalla tecnologa sono indubitabilmente in forte crescita; non è dato sapere tuttavia se le risposte locali cresciute in Italia saranno in grado di rispondere alle sfide poste, anche in termini occupazionali, dal nuovo ambiente che sta prendendo forma, fortemente caratterizzato dalla presenza pervasiva di un ecosistema tecnologico in rapida evoluzione ed espansione; di sicuro mostrano un modo nuovo di affrontare le sfide del lavoro recuperando il posto dei valori, sostituendo la flessibilità delle reti alla forza bruta delle gerarchie, trasformando la creatività in innovazione. Per certi versi si tratta di forme ibride che trovano forse riscontro in una sorta di nuova forma di artigianato (3.0) la cui esistenza è resa possibile dalla scoperta e dalla presenza di una massa di mercati di nicchia.
La tecnologia, meglio l’ecosistema tecnologico che ne è la base portante, affascina ed impaurisce ad un tempo; non a caso nell’ultimo secolo hanno proliferato intorno ad essa utopie (pensiamo al futurismo e agli attuali movimenti transumanti) e distopie (“Il mondo nuovo” di Huxley e gli incubi di Philip Dick solo per citarne un paio): ma le pratiche menzionate mostrano che innovazioni sociali realmente praticabili sono possibili anche partendo dal basso, anche in luoghi periferici ed anche al di fuori dei circuiti consolidati, purché esista spirito imprenditoriale ed un contesto favorevole alla sperimentazione.

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