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L’Eremo di Camaldoli: fuori dal tempo… per trovare un nuovo tempo

La mia recente esperienza, limitata a qualche giorno, all’interno di un monastero dalla tradizione millenaria, l’Eremo di Camaldoli, cercando di vivere il quotidiano ‘nella prossimità‘ della vita monastica potrebbe apparire a prima vista anacronistica per quella parte di donne e di uomini che mai l’hanno vissuta. È un percorso che non appartiene in generale alle persone, me compreso, che vivono la contemporaneità troppo spesso distratte dalla velocità delle proprie azioni e che non si accorgono, se non tardi, dello scorrere rapidissimo del tempo e di ciò che ci lasciamo di prezioso della Vita irrimediabilmente alle spalle.

All’inizio del Millennio precedente, ma ancora secoli prima, una certa nobiltà si rifugiava nei monasteri per obbligo o per necessità, mentre ora il sentire comune, alimentato dai media di ogni ordine e grado, giudica l’estraniarsi dalla roboante società che ci circonda un esercizio corroborante per la mente e per lo spirito.
Se escludiamo le sincere vocazioni, l’esperienza viene generalmente intrapresa da diverse categorie di esseri umani di vita laica: imprenditori e alti manager dell’industria afflitti nel profondo dallo stress da frenesia di obiettivi o da politici presi da sincera autocritica o da persone comuni attratte all’interno delle mura del monastero dal dubbio esistenziale circa la possibilità di un distacco dall’incombente quotidiano in un diverso equilibrio di vita basato sul silenzio e, perché no, sulla meditazione. Oppure, come il sottoscritto, interessato alla celebre e antica biblioteca dell’Eremo, fondata nell’XI secolo e ampliata nel Cinquecento, ricca di migliaia di preziosi manoscritti, cinquecentine, incunaboli e alla conoscenza del secolare quotidiano dei monaci, utile per un mio lavoro di scrittura in preparazione, ma poi presto coinvolto emotivamente nel temerario tentativo di comprendere il mistero che da circa due millenni motiva donne e uomini a pregare per la salvezza di altre donne e uomini.

Il Sacro Eremo di Camaldoli è stato ‘il mio quotidiano’ per alcuni giorni. Lo si raggiunge dopo circa quaranta minuti di auto uscendo dalla E45 a Bagno di Romagna con direzione Passo dei Mandrioli. Le alte e aride rocce stratificate della prima parte del percorso si trasformano percorrendo la strada tortuosa in pochi attimi in un bosco continuo denso di alberi ad alto fusto fra i quali si intravedono all’ultimo istante, e prima di un pianoro, le alte mura di sasso e malta che cingono le costruzioni monastiche.
Fondato a metà dell’XI secolo da San Romualdo a 1200 metri di altitudine in un’area isolata, di grande emotività, fra i boschi secolari del Casentino che lo hanno protetto come un confine naturale, il complesso dell’Eremo è circondato da mura che si elevano per oltre tre metri e abbracciano la foresteria, la chiesa, l’orto dalle piante officinali e, all’interno di un’area non accessibile ai visitatori, le tante singole cellette che ospitano i monaci di clausura.
Nei suoi quasi mille anni di storia l’Eremo ha ospitato i pellegrini in viaggio verso la Terrasanta e ha conservato immutato per i fedeli più ferventi lo status di luogo di preghiera e di meditazione. Per il sottoscritto, un laico, un luogo di grande fascino, attrazione interiore, misticità e anche curiosità.
Un tempo forse troppo limitato di permanenza il mio, ma l’ho deciso in funzione del mio crescente dubbio di non riuscire a resistere dentro un modello di vita che per certo volevo indagare e conoscere meglio, ma che avevo solamente appreso nei libri letti sul tema storico-politico del monachesimo medievale e dalle informazioni fatte circolare da chi con probabilità ne aveva solamente sentito parlare.

La vita monastica occidentale, eremitica o di comunità nel cenobio, pur nei secoli declinata dai diversi ordini è ancora riferibile alla Regola di San Benedetto, scritta a Montecassino dal santo nel VI secolo d.C. La prima stesura poneva forti limitazioni nella vita quotidiana ai monaci quali la povertà, la castità, l’obbedienza. Tutta la vita si svolgeva all’interno del monastero e, in larga parte, ancora si svolge nella preghiera e nella meditazione per la salvezza degli uomini e, nel passato, nel lavoro interno all’orto e nelle attività collegate che per alcuni ordini rappresentavano la fonte di sostentamento: “ora et labora”. Le attività lavorative si sviluppavano poi anche all’esterno grazie alla popolazione contadina e alle risorse e ai frutti che nei secoli si erano resi disponibili al monastero in ragione le consistenti donazioni di terreni e immobili da parte di nobili o proprietari terrieri locali.

Il lato forse meno conosciuto del monachesimo medievale, e certamente di valenza più terrena, fu l’influenza che famosi abati, il più noto l’Abate Bernardo poi diventato San Bernardo di Clairvaux, esercitarono a partire dall’ XI fino al XIV secolo su papi, re e imperatori. Fu decisivo il loro ruolo giocato nell’epopea delle Crociate in Terrasanta, dall’epica liberazione di Gerusalemme nel 1099 nella prima crociata e nelle successive, e in seguito la presenza si rafforzò con la filiazione delle abbazie in Europa e oltre e con il controverso clamore ottenuto con gli ordini dei monaci guerrieri/cavalieri fra cui il più famoso il potente ordine dei Cavalieri Templari.

La Storia si evolve. Oggi all’interno delle mura l’ambiente della foresteria camaldolese nel quale ero ospitato mantiene i caratteri invalicabili dell’estremo silenzio utile a ripercorrere, nei momenti del quotidiano riposo combinato alla mancanza di ‘connessione’, i cardini della nostra esistenza, il dolore, l’amore, la speranza, la gioia o le profonde amarezze della vita. Questi pensieri venivano bruscamente interrotti dal violento suono delle campane che nei secoli hanno scandito, e ancora oggi scandiscono e organizzano, la giornata dei monaci.
Nel nostro contemporaneo, cosi come nel Medioevo, i momenti della preghiera dei monaci sono regolati con il primo forte scampanio di possenti campane per le preghiere prestissimo il mattino quando ancora è buio. Le Lodi e poi attraverso l’ora sesta, la nona, il Vespro fino alla serale Compieta, verso le 20, che conclude la giornata monastica dedicata alla preghiera per monaci e laici all’interno delle abbazie, ma che secoli orsono gestiva anche la vita lavorativa nei campi dei contadini e degli abitanti dei villaggi non impegnati, come tutti noi oggi con continuità, alla schiavitù (ora irrinunciabile) del telefono portatile o delle conferenze via Skype.
Un mondo monastico quello dell’Eremo di Camaldoli oggi aperto all’esterno con monaci, quelli di Comunità, che insegnano nelle Università, vicini e sempre disponibili al dialogo con le persone ospitate, ma che all’interno delle alte mura di sasso ha conservato nei secoli i principi fondanti originari, declinati in parte alla vita contemporanea ma protetto per i credenti e per i monaci da un filtro antico che è quello della fede e della preghiera.

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