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L’eterno dilemma della clonazione

di Federica Mammina

Appena nate e già così famose. Si chiamano Zhong Zhong e Hua Hua, nomi derivanti dalla parola “zhonghua”, che vuol dire “popolo cinese”, e sono i due macachi che poche settimane fa hanno visto la luce con il metodo della clonazione. Non si tratta del primo esperimento del genere operato sulle scimmie, perché già nel 1999, un’équipe di scienziati dell’Oregon National Primate Research Center aveva fatto nascere Tetra, un macaco clonato in laboratorio mediante la fissione embrionale, una tecnica però molto più semplice di quella utilizzata adesso dai cinesi che prevede la rimozione del nucleo da una cellula uovo e la sua sostituzione con il nucleo di una cellula somatica del donatore; la cellula così ottenuta si sviluppa fino a diventare, per l’appunto, un clone del donatore.
L’evento è stato salutato con grande entusiasmo dalla comunità scientifica perché avere dei “modelli” identici permetterà di studiare meglio molte malattie, come ad esempio le malattie cerebrali, il cancro, le patologie immunitarie o metaboliche.
Queste scoperte scientifiche si accompagnano però anche a grandi interrogativi perché tutte hanno un risvolto tanto positivo quanto potenzialmente negativo. Ed in questo caso è certamente la razza degli animali oggetto della clonazione, la più vicina a noi umani, a destare qualche timore.
Siamo ormai abituati a vedere l’uomo esercitare il proprio controllo sull’ambiente e sugli animali, ma pensare che possa essere così vicino ad un controllo assoluto sui suoi simili come quello che avverrebbe attraverso la duplicazione di un essere umano mette i brividi.
E mi scopro a pensare che l’insondabile mistero dell’unicità dell’uomo sia quanto mai rassicurante.

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