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Lettera: La goccia che fa traboccare il vaso

Tempo di lettura: 6 minuti

Ciao Francesco, buonsera Direttore,
è la prima volta da parecchi anni a questa parte che decido di mettermi al pc ed investire un’oretta del mio tempo – ed uso espressamente un tono economicistico, anche se per ragioni che non sono affatto di questa natura  –   per comunicare la mia indignazione nei confronti di un piccolissimo episodio occorsomi appena un paio di ore fa.

Leggo da tempo immemorabile FerraraItalia. E siccome quello del lettore è un ruolo abbastanza negletto, ci tengo a rivendicarlo.
In un paese come il nostro in cui si legge pochissimo, ma si scrive tantissimo, credo che lo si dovrebbe rivalutare assai. Senza il lettore, cosa ne sarebbe di chi scrive?
Lascio a te le possibili risposte ad una domanda retorica che non sono assolutamente il primo a porsi, ma che difficilmente trova spazio su riviste e quotidiani. Almeno da questa particolare visuale.

Per associazione, arrivo al motivo che mi ha spinto a scriverti.
“Oggi, appena tornato da scuola, svolta in presenza, almeno dalla parte del docente, sento suonare alla porta.
<Posta !> ha risposto in modo deciso al citofono, chi era dall’altra parte.
Senza tentennamenti ho aperto, forte della mia presunta capacità di riconoscere dal tono con cui era stata pronunciata quella magica parola, il poveretto che suo malgrado cerca di intrufolarsi all’interno per sottoporti l’ennesimo contratto di fornitura di energia elettrica, dal postino o da qualche addetto a pubblico servizio.
Dopo una mezz’oretta uscendo, scopro “il misfatto”. Una decina di buste – probabilmente bollette di Hera – gettate malamente a terra, all’interno, esattamente sotto le buchette delle lettere.
Con un ciclopico sforzo della durata di dieci secondi, decido di raccogliere le buste, che rischiavo di calpestare e magari rovinare, e infilarle in corrispondenza dei legittimi proprietari.
La mia non c’era, poiché ho scelto l’invio informatico, per il noto risparmio di carta ed energia.

Per quella strana alchimia che nessuno sa spiegare effettivamente, questa banale situazione di disprezzo delle normali regole di convivenza civile, oltre che di rispetto del proprio lavoro, mi ha provocato una forte indignazione. Qualcuno dirà, degna di miglior causa.
Ma se ci fermiamo a riflettere con più calma, forse concorderemo con questa mia “tirata da pensionato” (anche se ancora non lo sono), che forse scatta per il famoso motivo per cui “una goccia, può far traboccare il vaso”.

Non voglio fare ora un trattato di etica del lavoro od un panegirico di cittadinanza attiva, ma richiamare la centralità di quello che definiamo l’impegno a fare “bene” tutto ciò che siamo chiamati a fare, per lavoro, o per semplice scelta.
Fare “bene” le cose, richiede competenza, ma anche tempo, la risorsa non-rinnovabile per eccellenza, che tante volte sprechiamo senza ritegno.
E citerò il grande Borges, in una delle sue poesie più belle e struggenti: “La cifra”.
Il titolo richiama un ambito che tanti disprezzano, ovvero la matematica, a torto lasciata ai soli matematici. Non sapete cosa vi perdete, ricordo ironicamente ai miei studenti !
Ma torniamo alla citazione, perché ne vale la pena.

La cifra

L’amicizia silente della luna
(cito male Virgilio) ti accompagna
fin da quella smarrita ormai nel tempo
notte o crepuscolo quando i tuoi vaghi
occhi la decifrarono per sempre
in un giardino o cortile che son polvere.
Per sempre? Io so che un giorno qualcheduno
Ti potrà dire veritieramente:
Non tornerai a veder la chiara luna.
Hai consumato già l’inalterabile
Somma di volte che ti dà il destino.
E’ vano aprire tutte le finestre
Del mondo. E’ tardi. Non potrai trovarla.
Viviamo riscoprendo ed obliando
L’abitudine dolce della notte.
Devi guardarla bene. Può essere l’ultima.

(Jorge Louis Borges)

In vena di citazioni, ricorderò anche quello che scrive nel suo mitico “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, Robert Pirsig, a proposito del fare “bene” quello che si deve fare. Se seguiamo Pirsig, il discorso ci porterebbe lontano e non voglio tirarla per le lunghe.
“ …Scoprii la causa dei grippaggi (l’autore si riferisce ovviamente alla riparazione di una moto, ndr) qualche settimana dopo. Nel sistema di distribuzione dell’olio c’era uno spinotto (25 cents) tranciato che ad alta velocità impediva all’olio di arrivare alla testata. Perché ? non posso fare a meno di chiedermi, ed è proprio questa domanda che mi ha spinto a scrivere questo “intermezzo”. …avevano imparato un mestiere e lo eseguivano come degli scimpazè”.

Un lavoro, anche il più banale, come distribuire bollette nelle buchette, dovrebbe essere fatto con scrupolo e competenza. E’ un atteggiamento mentale, prima che fisico. La fretta c’entra e non c’entra, come sottolinea ancora Pirsig. “…lavoravano con un’aria bonacciona, amichevole, accomodante e non coinvolta. (si riferisce a coloro che gli hanno tranciato lo spinotto, ndr)  Sembravano degli spettatori. Era come se fossero capitati lì per caso e qualcun gli avesse messo in mano una chiave inglese. Non si identificavano per niente con il loro mestiere”.

Ora è chiaro che mettere bollette in una buchetta non è una pratica esaltante, ma ancora una volta rischiamo di scambiare la causa per l’effetto.
Mio malgrado, ho forse messo troppa carne al fuoco. E per questo la finisco qui.
Mi sento meglio. Non ho fatto nulla di importante, anzi egoisticamente ho approfittato di questa lettera per mettere in fila i miei pensieri, capire la ragione della mia indignazione e scoprire perché, raccogliendo quelle buste per terra, pensavo di lanciare un nuovo movimento “quelli che vogliono fare bene il proprio lavoro e pretendono altrettanto dagli altri”.

Una cosa banale. E poi forse come movimento non avrebbe molto successo. Quindi se riterrai queste note degne di essere condivise, pubblicale tranquillamente nella forma che ti sembrerà più opportuna. Da parte mia, comunque grazie per la pazienza e buon lavoro per tutto.”

Alberto Poggi

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