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Mentre Mosca non sta perdendo introiti dalla diminuzione delle vendite di gas in quanto compensate dall’aumento dei prezzi, l’Europa annaspa per gli stessi motivi: riceve meno gas e lo paga molto di più. Vittima di se stessa e delle sue fragilità, incapace di affrontare in maniera autonoma la crisi ucraina per mancanza di una seria politica estera comune e per la decisione di acquistare il gas russo con contratti spot invece di fare affidamento su accordi a lungo termine.

In pratica una parte dell’Europa è vittima delle sue improvvide ed astruse strategie: sdoganarsi dal gas russo senza avere prima cercato una valida alternativa. Oltre a questo, ovviamente, ci si è messa la crisi Ucraina e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti sul nuovo gasdotto baltico Nord Stream 2, tra l’altro già concluso e potenzialmente operativo, che avrebbe comodamente trasportato tutto il gas necessario ai bisogni europei di questo periodo. Il tutto direttamente dal suolo russo alla Germania, superando tutte le problematiche di paesi problematici come la Bielorussia e la stessa Ucraina, per arrivare poi anche alle nostre caldaie a prezzi ragionevoli.

In questi giorni le tensioni non sembrano attenuarsi: l’incontro del presidente francese Macron con Putin non ha prodotto risultati di rilievo neanche in merito alle esercitazioni militari russe in Bielorussia, ai confini settentrionali dell’Ucraina. La Francia non ha motivi particolari di tensione con Mosca e un eventuale risultato positivo di questi colloqui avrebbe indubbiamente giovato a Macron in vista delle prossime elezioni, ma si è registrato un nulla di fatto.

Il premier britannico Boris Johnson interviene ovviamente a gamba tesa e a sostegno di qualsiasi cosa facciano o pensino gli americani, avendo anche la necessità di placare le polemiche interne con interventi forti all’esterno. Quindi sostegno alle operazioni Nato a Bruxelles, dopodiché è volato a Varsavia per ribadire altresì sostegno alla Polonia nel mentre la sua ministra degli esteri Liz Truss era impegnata a Mosca in un faccia a faccia con il suo omologo russo Sergei Lavrov.

Lavrov ha avuto modo di accusare la Truss di “dilettantismo” e di “mancanza di preparazione” per aver chiesto il ritiro tout court delle truppe russe dai confini ucraini. Un po’ una seconda puntata rispetto a quanto si era visto la settimana precedente quando era stata derisa dal ministero degli Esteri russo dopo aver detto che il Regno Unito avrebbe inviato aiuti “agli alleati baltici attraverso il Mar Nero”. “La sua conoscenza della storia, signora Truss, non è nulla in confronto alla sua conoscenza della geografia”, aveva scritto la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, aggiungendo: “Se c’è bisogno di salvare qualcosa da qualcuno, ebbene quello è il mondo dalla stupidità e dall’ignoranza dei politici britannici”.

Venti di guerra che frenano anche l’economia, il PIL italiano che era visto in crescita del 4,3% sembra si fermerà invece al 4% complice anche la previsione sull’inflazione che, causa l’aumento del costo delle materie prime, continua a salire.

Nessuno vuole veramente fare la guerra ma nello stesso tempo nessuno sta realmente dimostrando di voler fare la pace e tutti si stanno cimentando in uno sport pericoloso. La gara è a chi fa la voce più grossa, a chi promette peggiori conseguenze ad una ulteriore provocazione. Si susseguono atti che aumentano la tensione come richiamare i propri concittadini dall’Ucraina dando l’impressione di un imminente attacco, oppure si continuano ad ammassare truppe ed armi ai confini, che diventano sempre più caldi. Anche il Mar Baltico si sta infiammando con protagoniste le Repubbliche nordiche, normalmente sornione e brave a tenersi a distanza dai guai. Svezia e Finlandia si avvicinano alla Nato e armano le isole strategiche come mai in passato ed è di questi giorni la notizia dell’accordo di Helsinki con gli USA per l’acquisto di 64 F-35.

Allo stesso tempo ci sono esercitazioni Nato nel Mediterraneo a cui partecipa anche l’Italia, mentre navi russe attraversano lo stretto di Gibilterra direzione Mar Rosso tenute d’occhio dalla marina americana e scortate da una nave norvegese. Un affollamento pericoloso, un mostrare i muscoli che, si spera, i militari sapranno gestire meglio di quanto stanno facendo i loro politici, visto che in queste condizioni una scintilla potrebbe innescare un fuoco difficile poi da spegnere.

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Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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