5 Dicembre 2017

L’evoluzione del coccodrillo

Riceviamo e pubblichiamo

Tempo di lettura: 3 minuti

Da Paolo Giardini

Non ci sono i coccodrilli in Italia, salvo quelli fossili risalenti al Terziario. Si racconta di coccodrilli che ai tempi del PCI volavano, ma è certo che oggi siamo privi di quegli emozionanti rettili sempre vogliosi di partecipare al gioco del gatto col topo quando a pelo d’acqua si avvicinano ai bagnanti. Per poi tornare in posti tranquilli, dediti alla digestione e a versare le famose lacrime di coccodrillo.
Per supplire alla mancanza di intense commozioni procurate dalle vivaci bestiacce, i giornalisti confezionano di soppiatto, con largo anticipo, lunghi articoli commemorativi riguardanti noti personaggi vivi e vegeti. Riempiono i loro archivi di auliche necrologie, tenendole puntigliosamente aggiornate. Così, nei casi di improvvisi decessi reagiscono altrettanto improvvisamente sfornando per la pubblica desolazione un’immediata profusione di monografie. Tali scritti premonitori sono felicemente chiamati “coccodrilli”.
Come in tutte le specializzazioni anche qui occorre professionalità e sangue freddo (come quello dei veri coccodrilli, appunto) perché precisione e tempestività sono molto importanti: pubblicando un coccodrillo subito dopo la morte di un personaggio noto va tutto bene, pubblicandolo solo un giorno prima si ottiene l’automatica trasformazione del cordoglio in sghignazzata collettiva. Figuriamoci se sbagliano anche il soggetto! Perciò stiano attenti i politicanti che siedono a Palazzo, abituati ad apprendere solo dai giornali quello che hanno combinato nei giorni precedenti e comportandosi da spot pubblicitari per il giorno dopo. Per condizionamento culturale del loro ambiente non possono capire che i coccodrilli, insieme a tutti gli altri lavori specializzati, sono lungamente preparati. E quando per emulazione li improvvisano sono guai certi.
“Dove abbiamo sbagliato?” è l’incipit del coccodrillo online riguardo all’ennesimo episodio di criminalità all’acquedotto, pronunciato da uno fra i più imbranati in Comune (non aveva mai sentito parlare di mafia nigeriana). Facendo sganasciare di risate amare una città consapevole che migliaia di articoli riportanti i fatti delittuosi sulle nostre strade vanno sommati, non intesi come quotidiani aggiornamenti di una breve lista fissa. E consapevole anche che c’è gente d’importazione a cui nessuno al mondo insegnerà mai cosa vuol dire esattamente la parola “accoglienza”. Perché chi si sente tenuto a praticarla formalmente (per dovere di legge, amore della poltrona o altro), non sa assolutamente cosa significhi ma la spaccia ugualmente a modo suo ai nuovi arrivati. Imponendo così i costi sociali derivanti da un’esagerata quantità d’insipienza alla collettività.
Dove abbiamo sbagliato? Ma in questa domanda è sbagliato anche l’avverbio! Quello giusto per avere una risposta univoca non è il “dove” ma il “quando” . Perché i nostri guai hanno origine “quando” certa gente decide di entrare in politica invece di guadagnarsi da vivere lavorando.



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