Home > INTERVISTE > DIALOGHI > L’INCHIESTA
‘I sabati delle famiglie’ oltre le sbarre: “Grazie all’incontro coi bambini il carcere si umanizza”

L’INCHIESTA
‘I sabati delle famiglie’ oltre le sbarre: “Grazie all’incontro coi bambini il carcere si umanizza”

sabati-famiglie-carcere
Tempo di lettura: 6 minuti

PRIMA PARTE – “A Ferrara siamo stati i primi ad affrontare il tema della genitorialità in ambito detentivo, ma in Italia esistono realtà che operano da anni. In particolare, l’Associazione Bambinisenzasbarre di Milano [vedi], da cui abbiamo preso spunto per mettere in piedi il progetto, ha grande esperienza nel settore e il 21 marzo 2014 ha sottoscritto con il ministero della Giustizia e con l’Autorità per l’infanzia e l’adolescenza la Carta dei figli dei genitori detenuti, primo protocollo d’intesa siglato in Europa per tutelare i diritti delle migliaia di bambini e adolescenti con genitori detenuti.” Tullio Monini, responsabile del Servizio politiche familiari e Integrazione scolastica del Comune di Ferrara, inquadra così le attività rivolte ai detenuti della Casa circondariale di via Arginone e ai loro familiari, realizzate a cura dei Centri per le famiglie. Monini ci tiene a sottolineare che “I sabati delle famiglie” e “Comunque papà” – così si chiamano le attività – sono gestite dai Centri per le famiglie, ma si vanno ad aggiungere a tutta una serie di progetti avviati da tempo dal carcere con la collaborazione di associazioni e cooperative sociali, che hanno come scopo l’umanizzazione della pena, come l’inserimento lavorativo, le pene alternative, i progetti di lavoro all’interno del carcere, la scuola in carcere. “Il sostegno alla genitorialità in carcere si pone in questo senso come un nuovo tassello, occupandosi nello specifico di garantire ai detenuti padri il diritto di mantenere una relazione stabile con i propri figli.”

L’inaugurazione dello spazio giochi nella sala colloqui e lo spazio verde [clicca le immagini per ingrandirle]

A quando risale l’idea?
L’allestimento dello spazio giochi e del cortile dedicati ai figli dei detenuti sono stati inaugurati di recente, lo scorso giugno, ma l’idea di introdurre il tema della genitorialità anche all’interno del carcere risale al 2012 quando il sindaco Tiziano Tagliani prese posizione sul tema con una richiesta pubblica a tutti i servizi della città di “considerare anche la popolazione carceraria come parte integrante della propria ‘utenza’”, ossia come cittadini. Su questa base, e sostenuti da Marcello Marighelli (Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Ferrara), noi come Centri per le famiglie ci siamo detti che, occupandoci di sostegno alla genitorialità, avremmo potuto mettere a disposizione le nostre professionalità e competenze in quel campo, ossia cercando di aiutare i padri a migliorare la relazione con i figli. Così ci siamo fatti avanti, abbiamo proposto la nostra idea e siamo entrati in una rete già molto ben strutturata, composta essenzialmente da Csv, assessorato alla Sanità, Servizi sociali che già collaboravano assiduamente con il carcere. La nostra particolarità in questo mosaico di soggetti è che siamo un servizio comunale e non un’associazione. Ma ci tengo a sottolineare che non portiamo mai avanti i nostri progetti da soli, cerchiamo sempre la collaborazione trovandola questa volta nei volontari Agesci.

Ci è voluto molto tempo per passare alla realizzazione?
Per avviare concretamente il progetto ci sono voluti mesi. Una volta data la nostra disponibilità, abbiamo cominciato ad incontrarci con la direzione del carcere e con gli operatori, ma solo a giugno 2014 siamo riusciti ad organizzare una festa all’interno del carcere con detenuti e figli insieme. Da quel momento abbiamo avviato i “I sabati delle famiglie” ossia colloqui mensili per i detenuti con figli piccoli (fino a 15/16 anni) in presenza di un paio di educatrici comunali e un paio di scout (di solito un giovane maggiorenne e un responsabile) che intervengono per facilitare l’incontro tra genitori e bambini. Sono colloqui più lunghi di quelli standard, durano due ore, dalle 13.30 alle 15.30 del pomeriggio. All’inizio gli incontri si tenevano in una grande sala in cui ogni volta portavamo giochi, libri e materiali adatti ai bambini di quell’età.
Finalmente, nel gennaio 2015, si è deciso di arredare in modo permanente una parte della sala colloqui: in un paio di mesi l’angolo dei giochi è stato ultimato e inaugurato a giugno insieme al giardino esterno. Gli arredi sono un aiuto per realizzare gli incontri ma sono anche molto importanti perché permettono di creare un clima migliore, non solo per genitori e figli, ma anche per tutti gli operatori penitenziari (guardie, secondini, educatrici) in quanto la presenza di giochi e materiali colorati e creativi umanizza una dimensione che per tutti coloro che la vivono è, invece, altamente disumanizzante. Quindi in un qualche modo, attraverso la presenza visibile dei giochi e dei bambini, il carcere recupera una dimensione di umanità che l’istituzione come tale rischia di schiacciare.
Nel tempo abbiamo constatato che ad ogni colloquio si crea una relazione migliore. Se i colloqui stanno andando così bene è perché c’è stato un gran lavoro da parte di tutti, in questo senso voglio esprimere un sentito apprezzamento per l’impegno profuso nel progetto da tutto il personale della Casa circondariale ferrarese, a cominciare dal direttore e senza dimenticare il gruppo delle educatrici e il comandante e il personale di polizia penitenziaria.

Le educatrici hanno una specifica formazione?
Le nostre educatrici sono preparatissime, hanno una grandissima esperienza, basti pensare che i nostri Centri per bambini e genitori sono tra i migliori a livello nazionale. Per questo progetto c’è stata una grandissima disponibilità da parte delle colleghe Monica Viaro, Fulvia Guidoboni, Katia Minchini e Cecilia Forini che si sono rese disponibili a lavorare anche di sabato pomeriggio, turnandosi di volta in volta e affrontando questo nuovo incarico con professionalità e passione.
Ci tengo inoltre a menzionare anche la coordinatrice dei centri per le Famiglie, Bianca Orsoni, che più di me ha seguito passo passo lo sviluppo e la buona riuscita del progetto.

“Comunque papà”, di cosa si tratta?
Una volta avviati i “Sabati delle famiglie”, abbiamo cominciato a sviluppare un’altra proposta, ossia un ‘gruppo di parola’ tra padri detenuti che si confrontano tra di loro sull’essere genitori. Per questo progetto abbiamo tratto ispirazione dall’esperienza pluriennale de “La Fraternità”, associazione storica di Verona. Siamo partiti con gli incontri nella primavera del 2014 e da allora non ci siamo più fermati: a breve avvieremo il quarto ciclo di due incontri al mese, condotto dal mediatore familiare Jacopo Ceramelli con una decina di padri-detenuti.

Seguite altri progetti al di fuori dei vostri centri?
L’idea di fondo che noi perseguiamo è che la cultura educativa può e deve entrare anche al di fuori delle scuole o in luoghi deputati, può essere portata nelle carceri appunto o negli ospedali, altro ambito nel quale lavoriamo da alcuni anni.

Leggi la SECONDA PARTE

Commenta

Ti potrebbe interessare:
LA SCUOLA, COME RIPARTIRE?
Una proposta alla mia città e al Sindaco
TRE CARTOLINE
In ricordo di Bassani
PER RICORDARE GIORGIO BASSANI
I CITTADINI NON SONO PECORE
Alle prese con la Fase 2: liberazione, democrazia, diritti… e paura

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi