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Il no della Grecia e gli scenari di un’Europa confusa

L’INTERVENTO
Il no della Grecia e gli scenari di un’Europa confusa

di Claudio Pisapia

Dunque la Grecia ha detto no ai diktat dell’Unione europea. La scelta di andare al referendum, al di là dell’esito, ha rappresentato di per sé un atto democratico in un’Europa che della democrazia ha oramai solo un vago ricordo.

Ora tutto è possibile e lo scenario è quantomai incerto. L’eventualità di un’uscita dalla zona euro potrebbe comportare un difficile percorso verso la ritrovata sovranità monetaria con un’economia oramai distrutta oppure potrebbero determinarsi le condizioni per un mantenimento della Grecia nell’eurozona, a condizioni tutte ancora da definire ma di certo non agevoli. Insomma, comunque vada sarà complicato. Se la scelta di uscire fosse stata fatta nel 2008 avrebbe di sicuro portato dei vantaggi, quanto meno in termini di interessi da pagare sul debito pubblico e privato.

In questi ultimi anni infatti la Grecia ha dovuto sopportare tassi di interesse fino al 25% che hanno trasformato un buco iniziale di 30 miliardi, oppure 50 tra pubblico e privato, in una voragine che gira intorno ai 400 miliardi totali. Uscendo dall’euro sarebbe mai potuto andare peggio?

Comunque Tsipras aveva un mandato popolare che lo obbligava a trattare e lo ha fatto fino alla fine, ma l’Europa non ha concesso sconti e ha sempre di più alzato la posta sulle politiche di austerità, non accettando le proposte ricevute nonostante, in cambio di un taglio del debito, si accettasse di aumentare l’Iva e di operare un ulteriore surplus di bilancio dell’1% per un totale di circa 4 miliardi. Siccome però la somma totale per saziare i creditori ammontava a circa 7 miliardi entro l’anno, si prevedevano anche contributi di solidarietà dalle aziende, tagli alle pensioni e ai redditi superiori ai 30.000 euro.

Da un punto di vista di politica economica non erano comunque proposte sensate e non avrebbero risolto il problema perché ulteriori tagli alla spesa e aumenti delle tasse, raschiare il fondo del barile e continuare a limitare o annullare gli investimenti statali attraverso i surplus di bilancio avrebbe solo continuato ad annullare qualsiasi speranza di crescita, prova di ciò i risultati fallimentari degli ultimi sette anni di politiche austere.

E nello stesso periodo in cui si chiudono i rubinetti e alla Grecia e si nega la prima parte degli aiuti, ovvero un misero 1,6 mld di euro, su un altro fronte abbiamo il quantitative easing della Bce di Mario Draghi che continua a stampare moneta per un obiettivo di 1.260 miliardi di euro in 19 mesi che però verranno dati alle banche invece che ai popoli. Proposta questa fatta da una serie di economisti (tra cui il professor Richard Werner che risulta esserne l’inventore) e che avrebbe significato almeno 175 euro al mese per ogni cittadino europeo per diciannove mesi. Cioè se lo scopo dichiarato è farli arrivare in qualche modo ai cittadini, allora glieli diamo senza che si crei ulteriore debito, lasciando da parte le banche.

Intanto la scorsa settimana anche la nostra televisione di stato nei suoi tg, dopo anni di buio totale, ha proposto servizi che hanno mostrato la disastrata situazione di ospedali, scuole e anziani in Grecia. Quindi, accantonando le cifre, abbiamo visto finalmente i problemi reali della gente: problemi simili ai nostri, di persone che si vedono rifiutare un posto in ospedale o le medicine per curarsi.

I conti della consistenza del debito (di cui sono detentori per lo più Stati e banche) e i rischi di perdite dei vari Paesi coinvolti in caso di uscita, all’indomani del referendum restano nodi ancora tutti da sciogliere. Cifre strabilianti, quasi metafisiche per chi la mattina si alza e va la lavoro sperando di portare a casa anche questo mese i suoi 1.500 euro.

E dovrebbero venire un po’ di dubbi. Da una parte c’è la Bce che ha nelle sue possibilità la stampa di montagne di soldi (evidentemente dal nulla, solo il frutto della decisione di farlo) ma lascia al suo destino un popolo intero per 7 miliardi e dall’altra vediamo che l’austerità colpisce lavoratori, pensionati, bambini, massaie cioè altro rispetto a chi rubava o non pagava le tasse o ne era esentato.

La Grecia che annaspa, soffre si identifica con le file disperate ai bancomat per ritirare i 60 euro permessi o con le file negli ospedali o alle mense dei poveri e non tanto con quelle trattative snervanti dove si parla di miliardi che la stragrande maggioranza di loro non ha mai visto. Forse nemmeno sanno che, come disse Vincenzo Visco (ex Ministro delle Finanze) in un’intervista a Repubblica, le banche tedesche, francesi e olandesi e belghe si erano tutelate da eventuali rischi già dal 2011-2012 scaricando i loro crediti nella pancia degli Stati che non si erano rifiutati allora di tutelarle riversando il carico del debito sui cittadini tedeschi, francesi, olandesi e belgi. Ma questo ovviamente non si poteva dire.

Più facile far credere agli onesti cittadini tedeschi che stavano intervenendo per salvare la pigra Grecia piuttosto che raccontargli che in realtà erano chiamati a salvare di nuovo delle banche. E l’Italia?
L’Italia aveva un’esposizione ridicola delle proprie banche di meno di 2 miliardi ma causa non-si-sa-bene-che-cosa ci ritroviamo con un credito di 40mld attualmente inesigibile, anche perché fanno parte dei 60mld che comunque ci toccava elargire al Fondo salva-Stati (Mes). Ma anche qui, seguendo i giornali o la tv, si nota che le cifre si rincorrono e sembrano aumentare o diminuire a seconda di quanto si voglia spaventare chi legge o cerca di seguire i fatti.

Ma alla fine, si può tagliare il debito pubblico a colpi di avanzi primari come suggeriscono le solite dottrine salva-stati-europei (ovvero austerità a danno dei cittadini)? L’Italia ha avuto avanzi primari negli ultimi venti anni risultando la nazione più virtuosa del mondo, anche della Germania, ma il debito pubblico non è mai sceso, anzi aumenta costantemente e questo a causa degli interessi. Quindi gli avanzi primari non solo diminuiscono la capacità degli Stati di fare investimenti e di dare una mano ai cittadini in difficoltà, ma non servono nemmeno a ripagare il debito che viaggia su binari diversi.

E allora a cosa serve pretendere dalla Grecia che ne faccia sempre di più? Forse perché la gente non è importante, si parla di Grecia come se fosse un’entità astratta, spersonalizzata in modo da tenere lontano sentimentalismi che potrebbero affiorare se si parlasse di anziani, bambini, malati, esseri umani. Si pensa a quei quattro (o sette o cento) miliardi semplicemente come somma di denaro da recuperare e poi destinare a quelle banche che già ne hanno avuto centinaia (o migliaia) attraverso la speculazione prima e i salvataggi dopo e non come il possibile risultato del taglio di posti letto negli ospedali, di posti di lavoro o di cibo alla mensa dei poveri.

Anche la Chiesa con papa Francesco si è schierata a difesa dei popoli e contro le speculazioni ma la situazione non migliorerà finché non saranno proprio i popoli a schierarsi contro la mercificazione del denaro e per il ritorno alla sua vera natura. Un utile mezzo di scambio di beni e servizi e non un mezzo per affamare le popolazioni.

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