25 Febbraio 2015

L’INTERVISTA
Carla Vistarini, autrice tout court: “Scrivere davvero è un piccolo inferno”

William Molducci

Tempo di lettura: 11 minuti

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Carla Vistarini ha scritto i testi di canzoni di successo per cantanti come Ornella Vanoni (“La voglia di sognare”), Mina (“Buonanotte buonanotte”), Mia Martini (“La nevicata del ’56”), Riccardo Fogli, Patty Pravo, Renato Zero, Amedeo Minghi, Alice e i migliori interpreti della musica italiana; storiche le sue collaborazioni con i musicisti Luigi Lopez e Tony Cicco. Come autrice di programmi televisivi ha collaborato, fra gli altri, con Piero Chiambretti, Gigi Proietti, Fabio Fazio, Maurizio Costanzo, Loretta Goggi, Sergio Bardotti (Sanremo 1998); nel 1995 ha vinto il premio David di Donatello per la sceneggiatura del film “Nemici d’infanzia” di Luigi Magni. E’ autrice di numerose commedie teatrali (nel 1987 ha vinto il premio I.D.I., assegnato dall’Istituto del Dramma Italiano), ora, in libreria è disponibile “Se ho paura prendimi per mano”, il suo secondo romanzo che sta presentando in giro per l’Italia.

Com’è iniziata la tua avventura nel mondo della musica?

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Copertina della versione giapponese di “Ritratto Di Donna” (Vistarini-Lopez-Cantini) cantata da Mia Martini

Moltissimi anni fa, quando, con un gruppo di altri adolescenti come me, ci riunivamo in alcuni “luoghi sacri” della musica rock e pop di Roma come il Piper e gli studi della Rai di via Asiago da dove si trasmetteva “Bandiera Gialla”, lo storico programma di Arbore e Boncompagni che mandava in onda solo musica per “giovanissimi”. Tra noi ragazzini adolescenti di quel periodo c’erano alcuni personaggi che poi avrebbero fatto la storia della musica, dello spettacolo e del giornalismo. Ne cito alcuni: Renato Zero, Mita Medici, Roberto D’Agostino, Dario Salvatori, Loredana Bertè, Luigi Lopez, ecc. E c’ero anche io. Da lì alla Rca, la casa discografica che è stata una delle più grosse fucine di talenti e di musica in Italia, il passo fu breve. Molti di noi si presentarono lì e cominciammo a far sentire le nostre idee. E furono ascoltate. Diventarono dischi, successi, e poi anche storia.

A quali canzoni ti senti più legata?
Se parli delle mie, credo di amare alcuni pezzi che hanno forse avuto una diffusione minore, perché magari non erano dei singoli ma erano solo negli album, ma che sono splendidi. Cito fra tutti “S.O.S. verso il blu” di Mia Martini, “Un piccolo ricordo” di Peppino di Capri, “Re del Blu Re del Mai”, “Questo amore sbagliato” di Patty Pravo e tutte le canzoni di “Nightmare before Christmas” adattate da me in italiano per Renato Zero. Se parli della musica degli altri, allora i miei gusti volano verso il jazz.

Un brano come “La voglia di sognare” non nasce per caso, si tratta di emozioni emerse in un momento particolare della tua vita?
Ti dico una cosa che molti autori pensano ma che pochi confessano: non si scrive per emozione, ma per competenza, per professionalità. Voglio dire, il valore di uno scritto, sia esso una canzone, una poesia, o un romanzo, esiste nelle emozioni che suscita in chi legge o ascolta, non in quelle di chi scrive. Chi scrive, l’autore, è sì una sorta di accumulo di emozioni, cognizioni, cultura, masse di informazioni, che ha la grande facoltà di filtrare, scremare, selezionare, fino a lasciare in vita l’essenza, il cuore, e quello solo, di una storia, o di una canzone. Scrivere solo sull’onda di emozioni è un buon mezzo terapeutico per chi scrive, una catarsi psicologica, ma raramente tali scritti si sollevano dall’esperienza diaristica o dalla “poesia nel cassetto” che ognuno di noi ha buttato giù in un momento della sua vita. Scrivere davvero è un piccolo inferno, dove si sta a testa bassa sul foglio o sulla tastiera per ore e ore a scartare e gettare via le tante parole inutili che circondano le pochissime indispensabili.

“La nevicata del ’56” è l’esempio di come un ricordo dell’infanzia diventi un grande successo professionale?
La prima volta che vidi la neve, fu dalla terrazza della casa di famiglia, a Roma. Mio padre mi prese in braccio, avevo cinque o sei anni, e mi sollevò oltre la balaustra. I giardini della piazza sotto casa erano tutti bianchi. Poi scendemmo giù e cominciammo a giocare a palle di neve. E’ un ricordo bello, ma non fu questo a ispirarmi la canzone. Fu piuttosto, molti anni dopo, il contrasto con quello che il mondo intorno a noi, e cioè la città sua metafora, stava diventando. Il candore della neve inteso come innocenza, spazzato via, o peggio, sporcato, da un declino difficile e forse inarrestabile.

Stryx di Enzo Trapani è stato un punto di svolta per il linguaggio televisivo in Italia?
Sì. Trapani era un grande innovatore, coltissimo, ironico, sperimentatore di nuove tecnologie e nuovi linguaggi. Ho avuto la fortuna di apprendere i ferri del mestiere di autore televisivo scrivendo proprio Stryx, con Alberto Testa e Trapani stesso. Fu un programma che suscitò interesse e polemiche, e che vinse innumerevoli premi, soprattutto all’estero, come la Rosa d’Argento al Festival internazionale della televisione di Montreux, il massimo festival del settore dell’epoca.

Pavarotti & Friends da concerto a programma d’autore…
La Rai mi chiamò a dare spessore a questo grande evento della musica, il “Pavarotti & Friends”, dopo che il debutto televisivo, senza un autore a guidare la kermesse dell’anno prima, aveva dato esiti deludenti di pubblico. E così iniziai l’avventura con Luciano Pavarotti, durata per cinque o sei (perdonate la memoria) eventi indimenticabili e grandiosi, con cui sbancammo l’auditel. L’amicizia con Luciano fu spontanea e ricca di fiducia vicendevole. Tenere le fila di ciascuno di quegli eventi megagalattici era ogni volta una sfida e una soddisfazione enorme. Ogni concerto veniva registrato in piazza, al Campo Boario di Modena, in un Tir ultratecnologico della Decca Records che arrivava appositamente da Londra per la circostanza. Ricordo che per una edizione fu chiamato come regista Spike Lee, che però non aveva alcuna esperienza di regia televisiva. Il panico serpeggiò quando Spike entrò in sala regia e si mise a guardare stupefatto i macchinari, ma alla fine tutto andò bene, la serata fu ripresa grazie alla bravura della squadra della Rai.

Con Luigi Magni hai scritto la sceneggiatura di “Nemici d’infanzia”, vincendo nel 1995 il David di Donatello. In quel momento ti sei resa conto che la tua carriera era salita a un livello superiore?
Ho avuto la fortuna di lavorare sempre con grandissimi artisti, credo i massimi del mio tempo. Uno di questi è stato Gigi Magni, con cui ho vinto il David di Donatello. Che dire? Per la carriera, per il curriculum, per le Hall of fame e/o Wikipedia, ogni premio, ogni successo, ogni incontro sono senz’altro scalini di un’ascesa a un livello superiore. Per me sono soprattutto incontri con esseri umani stupendi, persone che ti donano parte di sé e accettano con gratitudine quello che tu puoi dare a loro.

Sei molto attiva sulla rete, che mondo vedi scorrere tra le “parole” di Facebook e Twitter?

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Fotoframe tratto dalla rivista Il Libraio

Credo che la rete e i social network sarebbero dei mezzi di arricchimento culturale e di miglioramento sociale enorme se non fossero usati così sciattamente come avviene oggi in molti casi. Poi c’è il fatto che molti dimenticano che ciò che viene postato in rete, in rete resta in eterno, e quindi ci si imbatte troppo spesso in assurdità cosmiche.

“Città sporca” è il tuo primo romanzo, Cosa ti ha spinto verso il genere giallo/thriller?
Amo il thriller innanzi tutto da lettrice. Va detto che sono una lettrice accanita, con la media di almeno un paio di libri a settimana. Amo molto scrittori come Chandler, Crais, Winslow, Lansdale, King, veri maestri. Insieme a molti scandinavi e ad alcuni grandi classici che hanno usato il thriller, o almeno la suspense per rendere più avvincenti i loro scritti, come Jorge Luis Borges e George Orwell. E’ per questo, credo, di preferire la narrazione a suspense, perché so quanto può essere appassionante e avvincente, consentendo a un autore che ha anche qualcosa in più da dire, di veicolarlo con leggerezza all’interno del racconto.

Quanta cura metti nel caratterizzare luoghi e soprattutto gli “improbabili” compagni di disavventura dei tuoi protagonisti?
I luoghi che descrivo non sono mai inventati, esistono tutti nella realtà. Un giorno scriverò una “Guida di Roma” in cui metterò le tappe di questa città vista attraverso i quartieri meno conosciuti, o le zone più misteriose. La città ha molte anime, e attraverso certi luoghi si possono raccontare bene. I personaggi sono il frutto di sintesi di personalità diverse, anche queste incontrate davvero nella mia vita. E per “davvero” intendo indifferentemente nella vita reale, o in quella letteraria.

“Se ho paura prendimi per mano” è il tuo nuovo romanzo, il mestiere di scrittrice è un’evoluzione naturale della tua storia di autrice… forse un punto di arrivo?

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La copertina del libro

Non c’è mai un punto di arrivo. Siamo sempre in cammino verso altro. Non sappiamo cosa riusciremo a fare o cosa troveremo lungo la strada, ma è innegabile che dobbiamo andare avanti. “Se ho paura prendimi per mano” è il racconto di un divenire. Un uomo, Smilzo, uno che ha avuto tutto e di più dalla vita, si ritrova letteralmente sotto i ponti a causa della crisi. E’ un homeless, dimenticato da tutti. La sua vita è finita? neanche per sogno. La sua vita comincia adesso, quando si ritrova a farsi carico di una piccola bambina di tre anni , piovuta dal cielo, e inseguita da una banda di criminali per le più oscure trame. Smilzo la proteggerà trovando così il riscatto della propria esistenza. “Se ho paura prendimi per mano” è un giallo con tinte di commedia e lo consiglio a tutti gli amanti del genere.

Negli ultimi tempi stai presentando il tuo romanzo nelle librerie, che Italia stai incontrando?

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Presentazione del libro con Rita Dalla Chiesa ed Enrico Vaime (Feltrinelli, Roma)

Un’Italia meravigliosa, che ha voglia di leggere, di migliorare, di parlare, di scambiare opinioni, di crescere. Persone che nella vita di tutti i giorni forse non vediamo, per la loro discrezione e riservatezza, ma che ci sono e fanno forte il nostro Paese.

Tuo padre, Franco Silva, è stato attore di cinema e televisione (“Le avventure del commissario Maigret”, “Il delitto Matteotti”), mentre tua sorella Mita Medici è conosciuta per la sua attività di attrice e show-girl. Quali opportunità si hanno provenendo da una famiglia di artisti? E quali ostacoli?
Si hanno opportunità di formazione personale, innanzitutto. Una casa di artisti è un luogo dove si legge molto, si va al cinema, a teatro, ai concerti, si scambiano opinioni, circolano persone di vivace intelletto. Tutto questo forma, struttura, la personalità. Poi cero si ha l’opportunità di venire a contatto con l’ambiente professionale più direttamente. Ma poi, al ‘redde rationem’ del valore, della qualità di ciò che si fa, si torna a essere soli, individui che devono dimostrare di saper fare meglio di altri ciò che fanno. E la risposta la dà solo il pubblico, che non fa sconti a nessuno. Il pubblico dice sì solo a ciò che ama.

La foto in evidenza è di Simone Casetta. La foto della presentazione alla Feltrinelli è di Yuri Meschini.

Presentazione del libro “Se ho paura prendimi per mano” di Carla Vistarini nella trasmissione “Mille e un libro” di Rai Uno [vedi]
Presentazione del libro all’auditorium Parco della musica di Roma, durante “Cartoon Heroes”, insieme a Luigi Lopez, suo co-autore musicale storico [vedi]



Periscopio
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Chi non ha ricevuto la mail e/o volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@ferraraitalia.it

L’autore

William Molducci

È nato a Forlì, da oltre 25 anni si occupa di giornalismo, musica e cinema. Il suo film “Change” ha vinto il Gabbiano d’argento al Film Festival di Bellaria nel 1986. Le sue opere sono state selezionate in oltre 50 festival in tutto il mondo, tra cui il Torino Film Festival e PS 122 Festival New York. Ha fatto parte delle giurie dei premi internazionali di computer graphic: Pixel Art Expò di Roma e Immaginando di Grosseto e delle selezioni dei cortometraggi per il Sedicicorto International Film Festival di Forlì. Scrive sul Blog “Contatto Diretto” e sulla rivista americana “L’italo-Americano”.
William Molducci

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