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Diego Marani, l’europeista:
“Per l’Italia, ultimo treno.
Ferrara? Sempre più bella
e sempre più vuota”

L’INTERVISTA
Diego Marani, l’europeista:
“Per l’Italia, ultimo treno.
Ferrara? Sempre più bella
e sempre più vuota”

diego-marani
Tempo di lettura: 8 minuti

Alla Commissione europea dove lavora, si occupa di politica del multilinguismo. Per gioco ha inventato una lingua, l’europanto, puzzle dei differenti idiomi: e in europanto ha tenuto rubriche su vari giornali del continente. La “Nuova grammatica finlandese”, suo apprezzatissimo romanzo, gli è valsa nel 2000 il premio Grinzane Cavour e la notorietà. Nell’ultimo, “Il cane di Dio”, Diego Marani racconta di un’Italia divenuta teocrazia… Quest’anno ha pubblicato “Lavorare manca”, una riflessione sui nostri tempi, condita da note autobiografiche. ‘Ragazzo’ dell’Europa, di strada ne ha fatta tanta da quando ha lasciato la campagna ferrarese per trasferirsi a Bruxelles. Ma resta legato alle proprie origini, e qualche anno fa per Bompiani, il suo editore di sempre, ha pubblicato l'”Enciclopedia tresigallese”, godibilissimo campionario di tipi umani.

Filtrata con la sensibilità di un italo-europeo (le attribuisco questa categoria), qual è la percezione che si ha dell’Italia nel cuore del continente?
L’Italia è un paese dalla reputazione intramontabile, malgrado talvolta sembri che noi facciamo di tutto per danneggiarla. Gli altri ci ammirano, ci invidiano, ci vedono come un gigante di cultura, tradizione e sapere. Perfino quando ci prendono in giro, sotto, sotto lasciano trapelare la loro soggezione. In fin dei conti ci riconoscono sempre la nostra innegabile capacità di adattarci, di trovare nuove vie, di fare la sintesi fra passato e futuro, di essere comunque, anche se disordinatamente, moderni.

Lei crede alla scommessa di Renzi?
Credo alla ventata di nuovo che ora soffia sull’Italia e che può innescare un circolo virtuoso. Renzi è stato capace di suscitarla e ora di incanalarla verso obiettivi concreti. Ma nulla attecchirà se la società intera non si rende conto che deve cambiare e rinnovarsi.

L’Europa vista dall’Italia è per molti una cappa opprimente. E l’Europa vista dall’Europa, invece, com’è?
L’Europa non è assolutamente una cappa opprimente. Semmai è l’Italia che è diventata come quegli acquari dove non si cambia mai l’acqua e i pesci soffocano. Qui si sperimenta il nuovo, ogni giorno. Basti pensare al processo in corso di nomina della nuova Commissione. E’ un intero esecutivo che ogni cinque anni si ripensa e si trasforma sulla base di nuove prospettive. Quale amministrazione pubblica dei nostri paesi è capace di tanto? L’Europa è il solo futuro che abbiamo. Prima i cittadini europei se ne renderanno conto, meglio sarà. Ogni nostro Paese da solo non può che andare allo sbaraglio. Per non parlare delle varie padanie..

L’Europa avrà mai un Europanto come lingua condivisa?
L’Europa ha già l’inglese, che non è più lingua soltanto degli inglesi. Ma l’inglese non basta a fare l’Europa. Come l’Italia è pur fatta anche dei suoi dialetti e delle sue lingue regionali che tutti tanto amiamo, così l’Europa ha bisogno delle sue lingue. Ogni regione della nostra Unione ha le sue e il futuro è la condivisione delle lingue nelle zone di frontiera, che poi sono sempre state l’anima dell’Europa, i luoghi dove è nato il nuovo, il miscuglio, il progresso. Non sarà pensabile in futuro vivere ad esempio in Alsazia senza parlare francese e tedesco o in Friuli senza sapere italiano e sloveno. L’inglese si aggiungerà a questi binomi essenziali. Del resto, è un processo già in corso. La gente ci è arrivata prima dei governi e ormai cerca sempre più spesso un’istruzione bilingue.

In Italia si punta tutto sulle riforme. Nel Paese del trasformismo non c’è il rischio che ancora una volta tutto cambi per restare tutto come prima?
Ancora una volta dipenderà da noi. Ma forse stavolta è più semplice: se non cambiamo davvero, verremo spazzati via.

Cosa rimpiange dell’Italia e cosa invece non le manca per nulla?
Rimpiango cose che purtroppo sono diventate rare nella stessa Italia. Rimpiango il Paese che conoscevo quando sono partito, solare, dinamico, coraggioso, intraprendente. Rimpiango la cordialità, la sensibilità, l’umanità degli italiani. Rimpiango le relazioni umane che malgrado tutto gli italiani sanno ancora tessere e che malgrado il generale incattivimento della società, malgrado la devastante perdita di senso civico, in qualche posto ancora esistono e sono alla base del vivere. Non mi manca l’ottusità e la paura di cambiare, il vittimismo e la rinuncia, il dare sempre la colpa agli altri per i propri problemi, la corruzione e il clientelismo, l’attendismo e soprattutto, forse più di ogni altra cosa, la dilagante maleducazione e aggressività, il disprezzo dell’autorità e delle istituzioni.

In questi ultimi anni ha visto Ferrara migliorare a peggiorare?
Ferrara è sempre più bella e sempre più vuota. Sempre più museo e sempre meno città viva.

Su quali fattori propulsivi punterebbe?
Non sono un’economista, ma sono convinto che il turismo potrebbe essere una via. Siamo appunto un gioiello di città, un museo all’aperto di valore unico. Dovremmo rendere più vivo questo patrimonio, creare itinerari, percorsi di visita ma anche laboratori di arte nuova, di creazione moderna che si ispiri alla nostra tradizione. Dovremmo aprirci di più a quello che ci sta attorno. Dovremmo guardare anche oltre l’Adriatico, che ora è una frontiera interna dell’UE. Dovremmo estendere la nostra agricoltura e non limitarci solo a essere grandi produttori dell’agroindustriale. Il futuro è nella ricerca scientifica: sementi, biochimica, nuove colture, riduzione dei pesticidi, acquacoltura. Non possiamo continuare a saccheggiare il nostro territorio, dobbiamo sviluppare colture meno invasive, investire nella ricerca. Abbiamo una tradizione di chimica in città. Perché non recuperarla. E anche il nostro Po deve essere recuperato come risorsa, non solo turistica. Per non parlare del litorale, che potrebbe essere un meraviglioso parco turistico e archeologico.

Ha mai pensato a un suo impegno politico o civico? Ed è vero che in gioventù è stato consigliere comunale a Tresigallo?
Non sono mai stato un politico, non ho mai avuto incarichi politici, neanche a Tresigallo. La mia attività politica si riduce a un anno di iscrizione alla Fgci. Credo fosse il 1974-75. Avevo 16 anni. Abbiamo fatto due stagioni di cineforum e poi ci siamo stancati. E’ molto disarmante cercare di convincere qualcuno di che cosa sia il suo bene se lui stesso non lo vuole vedere. In fondo la politica è questo. Per questo credo che la politica non faccia per me. Ammiro i politici, quelli veri, non quelli che usano la politica per fini personali, ma quelli che ogni giorno amministrano il bene pubblico, i veri statisti che sono capaci appunto di pensare in una prospettiva di Stato e operare di conseguenza, a qualunque livello essi si trovino, dal sindaco al ministro. Ma io sono sempre stato poco propenso alla disciplina e all’inquadramento che esige la militanza politica. Credo di poter dare un migliore contributo alla mia comunità con la mia creatività di scrittore, con il mio pensiero di intellettuale e con la mia competenza tecnica in campo culturale. Nutro l’illusione di aver portato a Ferrara un po’ della mia visione europea, almeno un soffio del grande respiro che si sente palpitare qui a Bruxelles. Questo in fondo dovrebbe essere il ruolo di chi parte: portare a chi resta l’esperienza del viaggio.

Nella ‘Nuova grammatica finlandese’ il tema della memoria è centrale. È però anche un grande vulnus di questi nostri tempi…
La memoria è la nostra spina dorsale. Non ci reggiamo in piedi senza. Ma non dobbiamo usarla per chiuderci nel passato e barricarci. Ci deve servire come fondamenta, ci deve dare consapevolezza di chi siamo, delle nostre radici e della nostra identità. Solo così possiamo andare incontro al diverso da noi con solidità e apertura, senza paura di perderci, di dover rinunciare a quel che siamo, ma pronti e capaci a cambiare senza snaturarci.

A quali progetti letterari sta lavorando?
Adesso non sto scrivendo. Ma ho quaderni pieni di appunti di storie che scriverò un giorno. Devono maturare, serve tempo. Certe si seccano, altre crescono. E poi non riesco ad essere in permanenza creativo. Creare, scrivere è alla lunga spossante e estraniante. Ora ho bisogno e desiderio di sguazzare nella realtà, di agire nel reale. E’ anche questo vento di novità che mi ispira. Dopo tanti anni bui per il nostro paese, dopo anni in cui qui a Bruxelles mi sono talvolta vergognato di essere italiano, vedo infine prospettive vere di cambiamento per il nostro paese e voglio dare il mio contributo a questa riscossa.

Le capita ogni tanto sentire ancora Prodi?
Ogni tanto, per email. Gli mando sempre i miei libri.

Prodi secondo lei potrebbe essere il prossimo presidente della Repubblica o vincerà… il Nazareno?
Ecco che mi spinge a fare politica… Il Nazareno per me è solo uno e dovremmo ricordarci più spesso cosa disse. Quanto a Prodi ha tutte le carte in regola per essere il prossimo Presidente della Repubblica. Ha anche una medaglia di bottoni colorati confezionata da me che gli è stata conferita dall’Associazione Emilia-Romagna di Bruxelles di cui era membro quando stava qui e che gli ho appuntato io sulla giacca, dopo averlo salutato con un discorso in Europanto.

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