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Mezzetti: “Bianchi stratega,
Bonaccini affidabile”

L’INTERVISTA
Mezzetti: “Bianchi stratega,
Bonaccini affidabile”

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Come a ogni tornata elettorale, anche per queste Regionali di novembre in Emilia Romagna, si parla molto di rinnovamento, salvo poi scoprire che le facce e le idee che si prospettano non sono poi tutte così nuove… Massimo Mezzetti, una coraggiosa battaglia per il cambiamento l’ha combattuta davvero, quando era segretario provinciale a Modena del Pds. Uno scontro perso, all’inizio del decennio scorso. Che non lo indusse però a sbattere la porta come molti fanno. Nel partito è rimasto infatti fino al 2007, quando non aderirsce al Pd e passa a Sinistra democratica, per poi confluire nel 2010 nella neonata Sinistra ecologia e libertà, della quale diviene assessore alla Cultura al Turismo. Originario di Roma, modenese di adozione, valdese di formazione, ha una spiccata propensione per il dialogo e il confronto.
Sel sarà spettatrice delle primarie, ma è orientata a far parte anche della prossima maggioranza. Lui dal 2000 siede in Consiglio regionale e da quattro anni è assessore. E’ quindi un protagonista e insieme un osservatore direttamente interessato a ciò che accade. E da esterno può sbilanciarsi.

Partiamo delle dimissioni di Errani, le ha condivise?
Umanamente le ho comprese e avrei fatto lo stesso. Ma la sentenza che in appello ha ribaltato l’assoluzione di primo grado è apparsa faziosa, condita come è stata da espressioni infelici – tipo il “bisogna dare un segnale” pronunciata dal Pm in aula – che con il diritto non c’entrano nulla.

Ora ci sono cinque pretendenti al soglio che si contendono la candidatura nelle primarie del Pd… Interviene Mazzetti: “Due in realtà (allude a Palma Costi e Patrizio Bianchi, ndr) sembrano orientati a sfilarsi”. Gratis?, domandiamo maliziosamente.
Non penso che Palma Costi porrà condizioni. E per quanto riguarda Bianchi, che ha basato la sua campagna su contenuti e strategie, credo che il prezzo sia semplicemente la garanzia che quei temi che lui considera nodali siano recepiti nel programma di chi si candida.
Bianchi è l’unico che ha davvero visione e respiro strategico europeo. Molte mie simpatie andavano proprio alla sua candidatura, ma quando si schierano figure ingombranti gli altri rischiano di restare stritolati.

Quindi fa bene a desistere?
Sì, però mi auguro che riesca a imporre i suoi temi nell’agenda del prossimo presidente.

Quali sono per lei le priorità?
Il modello Errani non è da buttare. Fra i pregi segnalo una ‘governance’ forte e la capacità di perseguire il modello partecipativo, coinvolgendo nelle decisioni un ampio ventaglio di soggetti, favorendo la coesione sociale e riducendo la conflittualità. Inoltre, la salvaguardia del welfare, che da noi resta un’eccellenza, in termini di spesa sanitaria e servizi sociali, quando molti vanno in direzione contraria.
E’ mancata invece la necessaria spinta sul fronte dell’innovazione strategica e l’attenzione alle nuove frontiere di sviluppo, sui versanti dell’economia, dell’ambiente, dello stesso welfare, della cultura creativa. Sono ambiti dai quali possono scaturire nuova occupazione, crescita e sviluppo. E’ illusorio pensare di poter invertire la rotta se non si investe in questi settori emergenti.

I due principali indiziati a succedere a Errani, Bonaccini e Richetti – che lei ben conosce anche in qualità di modenese acquisito – sono all’altezza di questa sfida?
Bonaccini è più predisposto a questo tipo di approccio e di attenzioni e mi pare abbia saputo negli anni ampliare la propria visione prospettica. In Richetti colgo invece un dirigismo che giudico pericoloso, inoltre la sua matrice lo rende timido sulle questioni relative ai diritti civili, che io giudico imprescindibili. Anche Manca sarebbe stato un buon candidato, ha una solida conoscenza della macchina, ma non ha avuto il coraggio di lanciare la sua candidatura ‘a prescindere’ e si è lasciato irretire da un vecchio modo di procedere della politica.

E l’outsider Balzani?
Profilo interessante per una persona di cultura, attento alle tematiche dell’innovazione. Ma per caratterizzare la sua figura sta forzando eccessivamente nella critica. Cerca la spaccatura. Dell’esperienza Errani vede solo i difetti, usa un linguaggio colorito e tranchant che non apprezzo.

Per contrasto, Bonaccini non le pare invece troppo continuista?
La differenza per me la fanno i contenuti. Tutti parlano di discontinuità, ma spesso in senso astratto, per me significa investire di più in welfare, cultura e nuova impresa, nel senso indicato prima. Il rischio è scivolare nella retorica del nuovismo. L’innovazione va qualificata e riferita a contenuti concreti. Senza dimenticare che se ora si può rinnovare è perché si è percorso un cammino che ci ha condotti sino a qua.

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