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davanti al grande flop del PNRR bisogna imboccare un’altra strada

L’Italia ferma al palo e sempre più povera:
davanti al grande flop del PNRR bisogna imboccare un’altra strada

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Sembra passato molto tempo, ma in realtà non è molto più di un anno fa che sentivamo esaltare le virtù taumaturgiche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Che, non solo ci avrebbe fatto uscire dalle difficoltà economiche emerse con la pandemia, ma addirittura avrebbe disegnato un nuovo sentiero di forte crescita economica.

Qualcuno, con un po’ di imprudenza, si era spinto fino a prevedere che l’Italia avrebbe conosciuto un nuovo boom economico, paragonabile a quello dei primi anni ‘60 del secolo scorso, basato su un ciclo alimentato da significativi investimenti pubblici e ripresa delle esportazioni.
Ci ritroviamo, invece, oggi a parlare di un nuovo rischio di crisi economica. Nei giorni passati, l’Unione Europea ha rivisto al ribasso tutte le previsioni economiche relative al 2022 e al 2023 di tutti i Paesi dell’area euro, Italia compresa.

Ciò che emerge è un dato tutt’altro che tranquillizzante: per quanto ci riguarda, il tasso di crescita reale del PIL dovrebbe attestarsi al +2,4% nel 2022 e + 1,9% nel 2023, con un’inflazione pari rispettivamente al 5,9% e 2,3%. Ora, a parte la stima dell’inflazione che, in particolare nel 2023, potrebbe essere ancora più alta, il dato che va visto non è semplicemente il ribasso delle previsioni avanzate ancora qualche mese fa, ma soprattutto che il +2,4% nel 2022 in realtà significa crescita zero, visto che a quel risultato ci si arriva come puro trascinamento del forte “rimbalzo” del 2021 ( +7,5% di aumento del PIL).
Ancora, la crescita modesta del 2022 dovrebbe derivare dal saldo tra andamento negativo delle esportazioni ( che avrebbero dovuto essere una delle leve fondamentali della ripresa) e, invece,  risultato positivo dei consumi interni, sempre che l’inflazione non li deprima.

Infine – e qui sta il punto di ulteriore preoccupazione, perché parliamo di un elemento strutturale – le stime dell’UE dicono che il PIL dell’Italia a fine 2023 supererà solo dell’1,3% il livello del 2019, il dato peggiore di tutti i Paesi dell’area euro, ben inferiore a quello medio dell’Eurozona stessa fissato a +3,4%.

Non si può davvero sostenere che questo scenario sia unicamente uno dei tanti frutti malati della guerra in Ucraina, che ha certamente aggravato la situazione, ma che era già presente nella fase della tanto strombazzata ’uscita’ dalla pandemia, precedente alla guerra stessa.
Infatti, i fenomeni di sconvolgimento delle catene produttive, aumento della domanda di energia e conseguente fortissimo incremento del prezzo delle materie prime, rallentamento del commercio mondiale, ricomparsa di un balzo inflazionistico (che non si registrava da decenni), aumento dei tassi di interesse costituiscono un’eredità di un processo di parziale e rivisitata ‘deglobalizzazione’, non solo congiunturale, che ci consegnano gli anni della pandemia.

Gli apologeti del mercato e gli estimatori acritici del ruolo del PNRR dovrebbero peraltro interrogarsi non solo sull’ennesimo errore delle previsioni formulate a suo tempo, avendo l’onestà intellettuale di non ascriverlo al ‘destino cinico e baro’, leggi pandemia e guerra, che non sono catastrofi ‘naturali’ e imprevedibili. Anch’esse, infatti, sono inscritte dentro una logica di espansione mercatista e aumento della competizione capitalistica e tra gli Stati, che sono state la cifra del modello neoliberista di sviluppo degli ultimi decenni e che oggi è irreversibilmente in crisi e che da economica diventa anche sociale ed ecologica.

Si producono e amplificano potenti disuguaglianze sociali.
Per stare all’Italia – ma lo sguardo sul mondo non è da meno, se si pensa alla crisi alimentare che si profila – basta mettere in fila alcuni dati, non necessariamente omogenei, ma comunque fortemente indicativi.
Sul piano della distribuzione del reddito, i salari reali dal 1990 ad oggi sono diminuiti del 2,9%, il peggior risultato in Europa, dove Germania e Francia, ma anche la Grecia, li vedono crescere di circa il 30%. Altre stime parlano di un incremento salariale, in Italia, dal 2008 ad oggi, del 3% a fronte di una media europea del +22%.

Non va meglio considerando quello che è successo per quanto riguarda l’occupazione: secondo l’ISTAT, nel 2022 appare che abbiamo recuperato i livelli precedenti alla pandemia, ma tra marzo 2020 e marzo 2022, i posti di lavoro creati in più sono 535.000, ma ben il 97% di questi sono contratti a termine!
I lavoratori precari sono arrivati a più di 3 milioni, rappresentando quasi il 15% della forza lavoro
. E, ovviamente, la gran parte di questi sono lavoratori ‘poveri’, quelli che non riescono a superare la soglia di povertà relativa. Lavoratori poveri che, complessivamente, assommano a circa il 13% di tutti i lavoratori, ma sono circa il 20% sugli occupati nel Mezzogiorno. E’ questo solo uno degli indicatori che ci dice che in questi anni il divario territoriale tra Sud e Centro-Nord è ulteriormente salito.

Infine, il caro bollette e la ripresa dell’inflazione generano una vera e propria “povertà energetica e alimentare”. Uno studio di Banca Intesa-S. Paolo ci avverte che il loro impatto si traduce in un aggravio di spesa annuo di 1462 € per la famiglie a basso reddito (fino a 15.000 €), pari ad un aumento del 10%  rispetto al proprio reddito, mentre, per le fasce alte l’aumento è di circa il 3%, sempre sul proprio reddito. E ciò fa sì che, per chi si trova nella prima di queste condizioni, le spese energetiche e alimentari incidano per circa il 48% sul proprio reddito, mentre per le seconde, esse contano solo per il 20%.

Insomma, è questo il contorno dell’ ‘economia di guerra’ cui ha fatto riferimento il Presidente del Consiglio Draghi. Destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi, quando la politica delle grandi banche centrali, dalla FED alla BCE, introdurrà ulteriori provvedimenti, dall’aumento dei tassi di interesse alla diminuzione degli acquisti di titoli di Stato, che spingono verso una fase recessiva (e alll’aumento dello spread).
A cui si aggiunge politica regressiva per quanto riguarda le fonti energetiche, allontanando la prospettiva dell’utilizzo di quelle rinnovabili per puntare ancora su quelle fossili, dal gas alla stessa riabilitazione del carbone.

Si conferma così una verità antica come il mondo, e cioè che, come la guerra e la sua continuazione significano produrre sempre più vittime innocenti e distruzione, così l’economia che dalla guerra deriva scarica il peso della crisi sui ceti più deboli e sui lavoratori.

Per evitare questa deriva, occorre imboccare tutt’altra strada.
Per stare ai provvedimenti immediati, sarebbe necessario reintrodurre prezzi amministrati e calmierati rispetto ai costi energetici, facendoli rientrare a pieno titolo nei Beni Comuni.
Bisogna  tutelare il potere d’acquisto dei salari con meccanismi adeguati
(qualcuno si ricorda ancora della scala mobile?), anziché  ricorrere a pannicelli caldi, da capitalismo compassionevole, come il bonus da 200 € per alleviare il forte incremento dei prezzi del gas e dell’energia elettrica.
E spingere ancor più verso una conversione ecologica, trainata dal ricorso alle fonti rinnovabili e da un modello di produzione e    consumo energetico decentrato e democratico, anziché riproporre approcci vetusti e peggiorativi, che rispondono unicamente agli interessi delle grandi aziende pseudo-pubbliche, a partire dallENI.

Soprattutto ci sarebbe bisogno di trasformare il forte dissenso della maggioranza degli italiani nei confronti della guerra e della sua alimentazione con l’invio delle armi e l’aumento delle spese militari, come testimoniato dalla gran parte dei sondaggi, in conflitto aperto e organizzato rispetto alle scelte di politica economica, sociale e ambientale di questo governo. Proviamo ad occuparcene.

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