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Rubrica a cura di Fabio Mangolini e Francesco Monini

Abbiamo conosciuto Stefania Bergamini come un’originale poetessa ( Ferraraitalia ha già pubblicato alcune sue poesie [Vedi qui] ) e colpiti dal suo approccio e dal suo stile le abbiamo chiesto di inviarci le sue prose. Stefania lavora dopo il tramonto, tra Ferrara e Bologna, in uno dei tanti locali per giovani e meno giovani. Dai suoi fuggevoli incontri con alcuni reduci del “popolo della notte” ha tratto materia per alcuni racconti, scritti con una lingua attenta e personalissima. Sceglierne due per questa rubrica non è stato facile. La lettura è affidata a Teresa Fregola
(I Curatori)

Rubrica a cura di Fabio Mangolini e Francesco Monini

Lo Cunto de li Cunti – Stefania Bergamini, Mozart e di seguito Pablito, letti da Teresa Fregola

Mozart

Il signor “una bottiglia di rosso buono fate voi” entra ogni venerdì sera alle 23:30, si toglie la giacca, aggiusta la sedia e nell’attesa sfoglia  un libretto copertina nera, poi versa un dito di vino nel bicchiere si appoggia allo schienale e chiude gli occhi. Così ogni volta, gli stessi gesti precisi, come il rito di un gatto abitudinario, sembra che il mondo intorno a lui non esista.

– vuole mangiare qualcosa?
– questo è Mozart

Solo in quel momento mi accorgo dell’auricolare
– amo Mozart mi scusi l’ho disturbata
– no, no, anzi si sieda, mi fa piacere condividere il vino e Mozart
– sto lavorando…
– su, un attimo, mi fa piacere…

Prendo un bicchiere mi siedo assaggio il vino e osservo lui che chiude gli occhi

– il Requiem, meraviglioso, anno scorso ho tentato di ammazzarmi, ho lasciato scritto che avrei voluto questa musica al mio funerale poi da vero vigliacco ho chiamato mia moglie e il 118 lavanda gastrica e via.
– non è stato vigliacco anzi, sua moglie avrebbe sofferto
– certo sì, anche i miei figli poi non avrei potuto mai più ascoltare Mozart e assaggiare questo vino
– già, mi scusi mi stanno chiamando e non è stato vigliacco, ha fatto la cosa giusta
– grazie lei è molto gentile.

Si appoggia di nuovo allo schienale, richiude gli occhi e immagino la perfezione di Mozart a proteggerlo da pensieri lugubri, che poi le vite degli altri sono sempre sorprendenti e intime e ognuna è un mondo da capire ascoltare e proteggere, le vite degli altri mi commuovono, ho saputo di tanti suicidi e sempre ho sofferto perché Bancio il ragazzo bellissimo impiccato a una catena, la signora dai capelli rossi per me senza nome, lei alle tende del bagno, il “fratello” con tutte le sue foto meraviglia  da mostrare chiuse ne portafoglio di cuoio trovato nel fiume e tanti altri, tante sconfitte. Le vite degli altri, la mia ossessione, un raccontare sempre per onorarle e non dimenticarle.

 

Pablito

Sono venuta di mattina presto qui a Riccione (stasera lavoro), queste poche ore le passo davanti a una casa abbandonata, il giardino pieno di erbacce e pozze di acqua con piccoli fiori, è la casa dove da piccola  facevo le vacanze estive con genitori, zii, cugini, nonni, tutti insieme. La porta di entrata sulla strada e quella dietro che guarda la spiaggia, una grande terrazza dove la sera si cenava quando l’aria era più fresca. Di mattina, noi bimbi in fila indiana con già infilato addosso il salvagente e in mano i secchielli, formine, tutti i giochi che dalla casa si trasferivano al mare per poi riportarli la sera, dietro a noi, mio padre, gli zii con gli ombrelloni a righe rosse e blu, era un posto libero, i bagni lontani. Erano gli anni delle camicie di mio padre, del suo cappello da mare, i suoi libri, l’orologio d’argento che mi faceva provare, il profumo del pesce fritto che dalla casa arrivava in spiaggia, i costumi della mamma che pareva una diva del cinema tanto era bella, la nonna i capelli raccolti e i vestitini di cotone, le mie braghette di spugna, il cappello da marinaio e le trecce lunghissime che legavo dietro con un nodo perché mi infastidivano. Tutte le mattine, da quattro anni, Pablito veniva dalla spiaggia, un bel cane bianco con le orecchie nere, si fermava a mangiare, stava con noi tutto il giorno e la sera spariva, lo avevamo chiamato Pablito per via di una vaga somiglianza con zio Pablo di Madrid. Una sera di luglio, era quasi buio (si restava al mare  fino a molto tardi), il cielo nuvoloso, opprimente di una cappa afosa, il mare un olio nero, la spiaggia deserta, mio padre ci chiamava per rientrare, mamma zie e nonna già a casa per le docce e la cena. Mio fratello a riva, dritto sulle gambette, le mutande fradice in mezzo alle chiappe, i capelli chiari, bagnati, sparati che parevano saggina e Pablito seduto accanto a lui, solenne e protettore, guardavano l’orizzonte, immobili, vicini, e io dai!! andiamo! è tardi! loro niente se ne stavano là fermi a guardare quel mare pauroso con Pablito che fissava mio fratello e il mare, una faccenda talmente surreale e bella e triste e comica,  incancellabile come certi film di infanzia di Ivan, un flash che ho nel cervello. Quella fu l’ultima estate di Pablito. Negli anni a venire non tornò più e noi a parlare anche da adulti del cane cercatore di conchiglie che ci aveva così tanto amato e che anche noi avevamo tanto amato, tornato nel posto invisibile da dove era misteriosamente arrivato una mattina. Era il cane meno cane del mondo, non abbaiava neppure e forse lo abbiamo solo immaginato.
Ciao Pablito
Ciao casa delle vacanze
Ciao pesce fritto
Ciao faccia di mio fratello

Stefania Bergamini, i brevi racconti Mozart e Pablito, parte di una serie dedicata al popolo della notte, sono entrambi inediti.

Lo Cunto de li Cunti, i racconti da leggere, guardare e ascoltare, torna su Ferraraitalia alla domenica mattina. Per guardare e ascoltare tutte le videoletture di Lo Cunto de li Cunti clicca [Qui] 

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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Redazione di Periscopio


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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Francesco Monini
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