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Lo spartiacque del Partito Democratico

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Genealogia di una catastrofe è il titolo di un articolo che Massimo Cacciari ha scritto per L’Espresso (14 marzo 2021), sulle ultime vicende che hanno coinvolto, o travolto, il Partito democratico. La riflessione non va certo presa come oro colato, eppure non sarebbe male soffermarsi su quelle parole perché – da semplice lettore, sia chiaro – hanno il merito di andare diritto al cuore delle questioni.

Punto primo: le dimissioni del segretario nazionale Nicola Zingaretti (5 marzo, annunciate il giorno prima su Facebook). È stato detto e scritto che non è stata un’uscita di scena come tante altre, perché non era mai successo che un segretario se ne andasse, praticamente sbattendo la porta, dicendo di vergognarsi di un partito i cui dirigenti, in sostanza, s’interessano solo, o quasi, di conservare le proprie poltrone. Uno “spartiacque” l’ha definito Cacciari perché, piaccia o non piaccia, o è arrivato il momento dei titoli di coda, oppure nella palla del Pd c’è ancora aria e allora, toccato il fondo, può ancora rimbalzare.

Nel febbraio 2020 Gianni Cuperlo presentò a Ferrara il suo libro intitolato Un’anima e in quella circostanza disse: “se sbagli analisi sbagli la politica”. L’analisi sembra proprio la stessa cosa invocata dal filosofo veneziano, perché il gruppo dirigente Pd possa “ragionare con tutta l’onestà richiesta dalla catastrofica situazione sulle ragioni che a questa hanno condotto”.

La riflessione critica e autocritica, e siamo al punto due, si spinge fino a sostenere che il Pd non sia mai nato “perché nulla – scrive – può nascere da energie esaurite”. Cosa vogliano dire queste parole è spiegato nelle righe che seguono. Il mondo inaugurato dal crollo del Muro di Berlino ha finito per mettere fuori gioco le due culture politiche che s’incontrano, in una sorta di fusione a freddo (è stato detto), nel Partito democratico. È spiazzata la via del welfare socialdemocratico, del compromesso tra capitale e lavoro: spesa pubblica in cambio di consenso.

Globalizzazione, produzione, finanza e rimescolamento della composizione sociale, sentenziano che non è più praticabile la via del crescente indebitamento, perché non ha più lo sbocco keynesiano e, come previsto da Habermas già negli anni ’70, il capitalismo maturo sarebbe andato incontro a una crisi di legittimazione.

“Questo produce – scrive Cacciari – l’autentica bancarotta generazionale. La montagna del debito chiaramente inestinguibile – continua –  produce un vero e proprio asservimento delle generazioni future, una loro universale dipendenza dall’impersonale Mercato”. Il modello ‘tassa e spendi, brandito anche dalle destre non senza interessate semplificazioni, non regge più.

Ma è spiazzata anche la strada che l’ex sindaco di Venezia definisce del “moroteismo postumo”, non solo per l’esito traumatico nel 1978 della figura chiave di quel disegno, per mano di regie che pare sempre più appropriato storicamente declinare al plurale.

Si potrebbe, infatti, aggiungere che alle spalle dei Beniamino Andreatta, Leopoldo Elia, Roberto Ruffilli, Pietro Scoppola, Persanti Mattarella (per citarne alcuni), sia stata progressivamente prosciugata la sorgente del cattolicesimo democratico, ossia l’affluente pre-politico che, sulla scorta di rigorose analisi sul rapporto fede-storia, aveva intravisto un legame fecondo tra democrazia compiuta e concilio (la dico così), il cui disegno, però, non si è trovato funzionale alla Chiesa di Wojtyla, Ratzinger e Ruini.

Vero è che all’impreparazione di una parte si aggiunge, quasi aritmeticamente, quella che Cacciari chiama degli “alfieri di una prospettiva liberal-liberista, del tutto subalterna alle ideologie vincenti intorno alle meravigliose e progressive sorti della globalizzazione economico-finanziaria”. Il risultato è la detronizzazione della politica, sempre più ancella di altri poteri sottratti a ogni controllo democratico e arbitrari. Un’erosione inarrestabile e fatale della capacità di governo, che si traduce in una montante ed equivoca nostalgia di decisione.

Dunque, una generale perdita della capacità di lettura dei cambiamenti d’epoca delle culture politiche tradizionali e peraltro non solo dentro i confini nazionali, dal momento che all’orizzonte non si vedono tutti questi fenomeni. Fatto sta che nel solco progressista si continua a ondeggiare tra la riproposizione di assistenzialismi in deficit da una parte e di austerità moderate e più o meno solidali, dall’altra. Così – o per via elettorale, o più spesso per il senso di responsabilità – si consumano risorse ingenti per salvare il salvabile, in un contingente che toglie il respiro e, alla fine, il consenso.

Eppure ci sarebbero dei banchi di prova, sui quali il Pd, se c’è ancora aria, potrebbe rimbalzare.

Il primo, secondo Cacciari la riforma delle riforme, è lo Stato. Se le risorse per ripartire non possono essere quelle di continui incrementi del prelievo fiscale, allora bisogna mettere mano alla struttura istituzionale, burocratica e amministrativa. A partire da un esame di coscienza che a sinistra prima o poi occorrerà fare su riforme istituzionali, costituzionali, le Province, Aree vaste e materie concorrenti tra livelli istituzionali, che sono fonte di contenziosi e tensioni, come quelle sotto gli occhi di tutti in tempo pandemico.

La riforma della pubblica amministrazione è fra le condizioni contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e deve far riflettere che le linee guida del governo Draghi portino la firma del ministro Renato Brunetta, lo stesso che anni fa, al netto di tutte le condizioni storiche che si vuole, vedeva i dipendenti pubblici come fannulloni. Ed è singolare, pure, che quelle linee guida abbiano avuto da subito il placet della triade sindacale, compresa la Cgil di Maurizio Landini.
Da tempo, in terreno normativo, si assiste con impotenza alla diritta via smarrita dei testi unici e ad un autentico nubifragio legislativo ben oltre il limite stesso della leggibilità, come sta denunciando – mi pare inascoltato – Sabino Cassese. Non si tratta solo di sprechi – ricorda Cacciari – “ma di una situazione che impedisce, blocca e frena ogni nuova impresa, ogni investimento”.

C’è poi il tema giustizia. Per chi abbia letto il libro Il Sistema di Luca Palamara intervistato da Alessandro Sallusti, i casi sono due. O c’è qualcuno che, carte alla mano, è in grado di smentire che quel sistema esista, altrimenti è difficile che la sinistra possa chiamarsi fuori da un problema che mina dalle fondamenta il principio di indipendenza della magistratura, secondo il modello di bocca della legge.

Ci sarebbe anche il banco di prova della scuola. Basta ascoltare i racconti degli insegnanti, per rendersi conto che la scuola pubblica italiana sta regredendo rovinosamente da luogo di cultura, istruzione e apprendimento, a semplice ammortizzatore sociale. Anche in questo caso, siamo così sicuri che a sinistra nessuno arrossisca, pensando al diluvio di pedagogia, psicologia, docimologia, burocrazia e ambiti di competenze, piovuto nelle aule da troppi decenni a questa parte?

La conclusione dell’ex sindaco di Venezia è severa: “Senza una visione di riforma che abbia questa ampiezza, non può riprendersi la sinistra italiana, né il Pd”. È questa la genealogia che dovrebbe essere messa sotto i fari dell’analisi, come direbbe Cuperlo, per non continuare a sbagliare politica.

La chiamata di Enrico Letta alla guida del partito è la scelta di un galantuomo e competente, segno in netta controtendenza nel panorama politico nostrano, e il fatto che nel suo primo discorso abbia detto: “non vi serve un nuovo segretario, ma un nuovo Pd”, è sembrato un segno importante in questa direzione.
Ciò non toglie che il lavoro da fare, a occhio e croce, pare essere davvero tanto e solo il tempo dirà se nel Pd c’è ancora aria per rimbalzare.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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