7 Aprile 2017

LO STUDIO
Nuove famiglie omogenitoriali? Secondo lo psicologo Nicola Carone tutto comincia… dal dono

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 9 minuti

Negli ultimi anni il concetto di famiglia e di genitorialità ha subito diversi cambiamenti.
Ci sono ormai diversi modi di formare una famiglia, non più solo attraverso l’unione matrimoniale, e di essere una famiglia: famiglie ricostituite, allargate, genitori adottivi e single, coppie omogenitoriali. Sono cambiati i ruoli dei genitori, per esempio la cura dei figli non è più solo appannaggio delle donne, ed è cambiato il modo di diventare genitori: adozioni, procreazione medicalmente assistita, gestazione per altri. E tutti questi mutamenti, che lo si voglia o meno, sono in atto o sono già avvenuti nel tessuto sociale odierno. Per questo, probabilmente, l’atteggiamento più pragmatico è l’analisi e la comprensione di questi fenomeni, piuttosto che lo sterile – in senso letterale – arroccamento su posizioni ideologiche.


Quando il dono del seme, dell’ovulo o dell’utero sono all’origine della filiazione, quali pensieri e sentimenti i genitori gay e lesbiche maturano verso i donatori e le donatrici di gameti e verso la portatrice? Quali relazioni si instaurano fra le persone coinvolte nella generazione di una famiglia, gli adulti e i bambini frutto di queste scelte? Si può parlare di ‘dono’ se è prevista una ricompensa economica? Cambiano le identificazioni sessuali se vengono a mancare le figure ‘concrete’ del padre e della madre e la figura simbolica dell’accoppiamento sessuale maschio-femmina? Esiste un limite al desiderio di avere un figlio? Esiste un limite al ricorso alla tecnica, in particolare alla fecondazione eterologa o alla gestazione per altri?
Sono tutte domande alle quali, pensandoci bene, il dibattito pubblico non risponde con dati scientifici e indagini sul campo, almeno in Italia. Dati e interviste sono, invece, proprio lo strumento usato da Nicola Carone nel suo ‘In origine è il dono’ (Il Saggiatore, 2016) per affrontare il tema, o meglio l’esperienza, della procreazione medicalmente assistita e il ruolo psicologico e simbolico delle figure del donatore e della portatrice nella costruzione delle famiglie omogenitoriali.

Nicola Carone è psicologo e dottorando di ricerca in Psicologia sociale, dello sviluppo e ricerca educativa presso la Sapienza Università di Roma. Nel 2016 è stato visiting scholar presso il Centre for Family Research dell’Università di Cambridge diretto da Susan Golombok. Insieme a Vittorio Lingiardi è autore di pubblicazioni nazionali e internazionali sui temi relativi all’omogenitorialità e alla procreazione medicalmente assistita.

Il suo libro si intitola ‘In origine è il dono’, ma si può dire che il tema dell’analisi in realtà si colloca nell’intreccio: dono, desiderio, tecnica, diritto, contratto?
Aggiungerei “autodeterminazione”, elemento fondamentale per distinguere eticità da abuso.

Come è nato questo saggio? Che metodologie di indagine ha usato?
Questo saggio è il frutto del lavoro svolto tra la Sapienza di Roma e il Centre for Family Research di Cambridge, con il confronto e la supervisione scientifica di Vittorio Lingiardi, Roberto Baiocco e Susan Golombok. Con dati scientifici già esistenti e interviste a coppie di madri lesbiche e padri gay, nel libro racconto l’esperienza del concepimento, le modalità di elaborazione delle origini e di identificazione sessuale dei bambini e delle bambine nati da coppie omosessuali con donazione di gameti o gestazione per altri (gpa) e le relazioni che le famiglie instaurano con donatori, donatrici e portatrici, portando elementi di discussione che non si appiattiscano su posizioni ideologiche, ma siano informati da conoscenze scientifiche.

Lei è stato per un anno ‘visiting scholar’ presso il Centre for Family Research dell’Università di Cambridge diretto da Susan Golombok, una delle maggiori esperte in tema di omogenitorialità e fecondazione eterologa. Che differenze ha riscontrato – se ne ha riscontrate – nel dibattito pubblico e non su queste tematiche fra Italia e Regno Unito? E fra Italia ed Europa?
La differenza sostanziale è dovuta soprattutto alla regolamentazione della pratica che aiuta a renderla legittima e più comprensibile agli occhi di tutti e tutte e, dunque, pone il dibattito su posizioni più moderate. Non credo sia un caso, per esempio, che gli attacchi più feroci alla gpa provengano proprio da Francia e Italia, dove la pratica è assolutamente vietata.

A suo parere si può affermare che, almeno in Italia, la fecondazione eterologa crei meno perplessità della gestazione per altri? E perché secondo lei la gpa è così osteggiata e controversa?
La gpa aggiunge un ulteriore elemento di complessità, ossia la presenza del ventre di una donna che nutre e custodisce per nove mesi un bambino di cui poi non sarà madre. La gpa allora risulta incomprensibile perché letta con il modello di generatività femminile a cui siamo abituati, in cui gestazione, parto e maternità devono assolutamente coincidere.

Ci sono statistiche italiane o europee sul ricorso a un terzo – donatore di gameti o di un utero – nel concepimento di un figlio, sui fattori che spingono a farvi ricorso e sulla percentuale etero/omosessuale delle coppie che lo impiegano?
Non esistono ancora dati ufficiali, tuttavia le stime disponibili dicono che a un anno dall’approvazione della legge 40/2004, il numero di coppie italiane che si è recato all’estero per concepire è quadruplicato. Tra i motivi principali, il 70,6% dei pazienti italiani che ha partecipato nel 2010 a uno studio dell’European Society of Human Reproduction and Embriology ha riferito cause legali.

Il ‘dono’ è un regalo che non va preteso e che non prevede necessariamente che vi sia qualcosa in cambio. Si può parlare di dono quando c’è una transazione di denaro?
Sì, soprattutto perché siamo nel campo della generatività e degli investimenti affettivi, in cui un atto può essere compreso soltanto a partire dal significato espresso dalle soggettività coinvolte. La letteratura scientifica evidenzia che, al di là del compenso, l’atto viene vissuto da donatori, portatrici, genitori intenzionali e bambini prima di tutto come un dono. In altre parole, non è sufficiente la presenza di un compenso economico per trasformare una scelta volontaria in uno scambio immorale e rovinoso di corpi e desideri. D’altra parte, proprio perché il compenso pone un problema di ordine non solo linguistico ma anche morale, dovremmo articolare la discussione sulle condizioni etiche o no in cui la pma viene praticata piuttosto che sulla transazione economica sottesa. Ricordo anche che l’espressione comunemente utilizzata in inglese è quella di donor-conceived children. Quanto sarebbe ‘elaborabile’, soprattutto per i bambini, l’espressione vendor-conceived children?

Si può dire che nella maggior parte dei casi dall’orizzonte della discussione rimangano fuori due soggetti molto importanti: il terzo, il donatore, e soprattutto i bambini, che sono anche il soggetto più debole fra quelli coinvolti?
Sì, per due ragioni differenti: a volte le donazioni sono anonime e, nella maggior parte dei casi, ripetute nel tempo, per differenti famiglie. Nel caso dei bambini, invece, cominciano a esserci ricerche che li coinvolgono direttamente.

Quali modelli di relazioni si instaurano fra le famiglie che sono ricorse a un donatore di gameti o a una gestante per altri e questi ultimi?
Due studi italiani che ho condotto con Lingiardi e Baiocco, presenti nel libro, mostrano risultati in linea con le ricerche internazionali. La presenza dei donatori e di una gestante per altri attiva complessi vissuti emotivi che, nelle famiglie con madri lesbiche, vanno dalla gratitudine alla curiosità e, in alcuni casi, al timore che possa interferire nella vita del bambino. Nel caso di famiglie con padri gay sono invece emerse relazioni positive e di reciproco coinvolgimento affettivo con la portatrice e i suoi familiari. Meno frequenti sono i contatti mantenuti con la donatrice. Né i donatori di gameti né le portatrici vengono comunque considerati – né si considerano loro stessi/e – i genitori del bambino.

E i sentimenti, le reazioni, il vissuto dei bambini: vi sono stati dedicati studi? Quali i risultati? Nella sua indagine che ruolo hanno i bambini e quanto spazio viene dato loro?
I figli di madri lesbiche o single sono generalmente meno curiosi verso il donatore rispetto ai figli di coppie eterosessuali. Chi vorrebbe o ha conosciuto il proprio donatore vuole vederne le somiglianze fisiche e conoscerne la storia medica o familiare più che stabilire una relazione affettiva. L’unico studio che ha approfondito i sentimenti dei bambini concepiti con gpa da coppie eterosessuali è stato condotto nel Regno Unito dal gruppo di Golombok. A dieci anni la maggior parte dei bambini riporta una relazione positiva con la propria portatrice ed esprime indifferenza rispetto alla modalità del proprio concepimento. Al momento stiamo conducendo, qui in Sapienza, uno studio longitudinale sul benessere psicologico e sui vissuti dei bambini concepiti con gpa da padri gay.

Il dibattito sulla famiglia è così acceso perché pone domande importantissime: cos’è oggi una famiglia? Cosa fa di un genitore un buon genitore? Uscire dalla nozione ‘tradizionale’ di famiglia significa riconoscere la sua matrice culturale e riconoscere che sono cambiate le regole con le quali le famiglie si formano, si trasformano, significa interrogarsi su uno modello o più modelli di famiglia e di genitore, che è ‘buono’ non per la sua tendenza sessuale, ma per il suo comportamento: che chiede insomma di essere giudicato per quello che fa…
Molti e per molto tempo hanno considerato la formula ‘uomo e donna sposati, monogami, eterosessuali e fertili’ come l’unico contesto familiare legittimo entro cui esercitare al meglio le funzioni genitoriali. La memoria storica e l’esperienza quotidiana con le famiglie ricostituite, con genitori adottivi o single, per esempio, ci dicono che proprio questo modello è, parafrasando la storica americana Stephanie Coontz, “tutto ciò che non siamo mai stati”. Alla varietà di queste costruzioni familiari, le famiglie omogenitoriali ricorse a procreazione medicalmente assistita (pma) ma aggiungono due elementi: non ridurre la genitorialità ai ruoli sessuali e cogliere le complesse negoziazioni identitarie che si pongono quando genitori genetici, non genetici, legali e gestante non coincidono. In questo senso, le scienze sociali spiegano ciò che è in atto da tempo nel tessuto sociale. È semmai la politica a mostrarsi indietro e affaticata rispetto al diritto all’accesso alla pma o all’adozione per tutti, temi fondanti la vita familiare e la genitorialità.



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Federica Pezzoli

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