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Con una banca pubblica ogni anno l’Italia risparmierebbe
70 miliardi di interessi

L’OPINIONE
Con una banca pubblica ogni anno l’Italia risparmierebbe
70 miliardi di interessi

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Tempo di lettura: 6 minuti

Moneta: mezzo di scambio per la compravendita, rappresentato da un dischetto metallico. Questo recita il dizionario. La moneta è un mezzo. Purtroppo si è invece da tempo diffusa l’idea di moneta come merce. Questa è una delle tante distorsioni della macroeconomia che stanno influenzando noi, i nostri governanti e di conseguenza le politiche economiche, le decisioni dell’Unione Europea.

E’ necessario capire, a questo proposito, il meccanismo attraverso cui gli stati dell’Ue ottengono il ‘mezzo monetario’: con l’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea – uno dei documenti non sottoposti a referendum nazionale – si afferma che la Banca Centrale Europea (Bce), organo incaricato dell’attuazione della politica monetaria per 18 dei 28 Paesi dell’Unione europea che hanno aderito all’euro (Eurozona), non può prestare direttamente agli Stati, ma deve prestare a enti creditizi privati (banche) che, a loro volta, prestano poi la moneta, con tassi d’interesse variabili, agli Stati dell’Unione. Parliamo di numeri ed esempi concreti: la Bce presta la moneta alle banche private (fra cui Unicredit, Mps, Banca Intesa, altri) ora allo 0,05% di interesse, queste prestano denaro agli Stati applicando tassi determinati da criteri di mercato: fino a qualche settimana fa, quando ancora il tasso era dello 0,15%, la Germania ha ottenuto la moneta euro a circa l’1% di tasso d’interesse, l’Italia al 4.75%, la Spagna circa al 7%, fino ad arrivare alla Grecia con il tasso record del 17% (nei momenti più difficili).

E’ fin troppo chiaro che gran parte delle difficoltà economiche in materia di risorse e debito pubblico sono causate anche da un’impostazione distorta dell’Eurozona. E capiamo altrettanto bene che in questo modo la moneta non è considerata più un mezzo sovrano per dare corso a progetti di sviluppo a beneficio dei cittadini ma una merce, soggetta a speculazioni finanziarie dei colossi privati grazie all’applicazione dei tassi d’interesse. L’adozione della moneta unica euro, nel 1999 con il governo D’Alema, ha determinato l’asservimento dell’Italia ai parametri prima descritti. Proviamo ad immaginare la moneta come ossigeno e la Banca d’Italia, con cui l’Italia aveva ancora diretto controllo sul proprio credito (in “soldoni” poteva decidere quanta moneta emettere), il polmone. La classe dirigente (italiana ed europea) d’allora ha deciso di privare l’Italia e ogni Paese aderente all’Eurozona del proprio polmone e di attaccarsi ad un polmone artificiale estero (Bce) su cui l’Italia non avrebbe avuto più controllo. Perché privarsi del proprio polmone e attaccarsi ad un meccanismo estero, che potrebbe un giorno non essere più dalla parte dei cittadini ma potrebbe favorire esclusivamente gli interessi dei colossi della finanza? Questo è un meccanismo estremamente pericoloso perché ci espone agli interessi delle banche private che decidendo con l’appoggio politico di speculare sui tassi d’interesse, sul prestito della moneta (l’ossigeno), sulle ‘crisi’ dei paesi più deboli, drenando beni reali in cambio di moneta creata dal nulla ed emessa nel sistema. E’ questa scarsità di presenza del mezzo monetario nell’economia reale (le immense e disastrose iniezioni che Draghi, descritto dalla stampa economica mondiale come il peggior banchiere centrale di tutti i tempi, restano nelle banche, che non erogano credito in situazione di ‘crisi’) che non permette la fondamentale remunerazione della laboriosità del nostro Paese e distrugge la capacità d’acquisto del cittadino e lo Stato sociale italiano. Quindi non si stupisca chi legge che il tasso di disoccupazione è arrivato al 12% (che è solo una media) o che l’Italia è nella famigerata deflazione.

Ripetiamolo allora, perché gli euroburocrati e i politicanti del nostro Paese non vogliono, o non hanno l’interesse a capirlo:

  • Il denaro non è una merce, ma una convenzione sociale, un mezzo.
  • Lo Stato dispone del credito, non è quindi necessario che si indebiti. Deve semplicemente spendere a deficit con moneta sovrana (anche l’euro andrebbe benissimo se lo diventasse), per remunerare la produttività di famiglie e imprese in azioni e progetti concepiti per lo sviluppo della collettività (non certo per arricchirsi in modo fraudolento).
  • Questi i capisaldi postulati da Ezra Pound, pensatore statunitense, nel 1933, ma condivisi da economisti del calibro dei premi Nobel Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Milton Friedman e tanti altri.
  • Lo Stato deve quindi riacquistare la propria sovranità monetaria, ottenendo nuovamente il diritto di decidere sulla propria politica monetaria, calibrando l’iniezione monetaria nel Flusso circolare (J.M. Keynes) con tasse e finanziamenti.

Ma, se gli italiani non volessero uscire dall’Eurozona, anche dopo aver capito le distorsioni e le menzogne del sistema euro, si può fare ancora qualcosa.
C’è una soluzione? Sì, ce la suggerisce il comma 2 dell’articolo 123 del Tfue: il governo può creare una banca di proprietà statale che lo finanzi. Il sistema è semplice: la Bce crea il denaro (dal nulla, va ribadito) e lo presta alla banca pubblica allo 0,05% e la banca pubblica lo presta allo Stato magari anche con un interesse dello 0,50%, ma non con l’attuale tasso del 4% (nel caso dell’Italia). Su 2.000 miliardi di debito pubblico nel nostro paese arriveremo a risparmiare 70-80 miliardi l’anno. Così funziona già da tempo in Germania e in Francia con banche pubbliche create ad hoc che sostengono l’economia reale, gli investimenti della rete di imprese nazionali, mentre in Italia nonostante sussistano le condizioni per operare in questo senso, non si è fatto ancora alcun passo… Perchè?
Conflitti di interesse? Strapotere degli Istituti di credito e delle lobby finanziarie? Forse a pensar male non si fa peccato (diceva un vecchio “signore” della politica italiana), sta di fatto che proprio in questi ultimi mesi l’ex ministro all’Economia Vittorio Grilli (governo Monti) è approdato in JP Morgan, uno dei più grandi istituti finanziari, gli stessi che poi speculano sulla crisi indotta. E’ solo uno dei tanti casi di assunzioni, o meglio ‘promozioni’ di esponenti politici e manager pubblici. Le strade per uscire dallo stato letale di recessione (in realtà ci stiamo avviando al processo di deflazione) sono molteplici: banca nazionalizzata o uscita dall’euro, la scelta è politica, ma almeno si faccia qualcosa per le nostre aziende che non hanno risorse e per i cittadini che devono fare i conti con l’Euro, ogni giorno.

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